31 gennaio 2010

I buchi neri e i nei, viaggio surreale.

Ognuno ha i suoi buchi neri. Sono i momenti in cui piange di nascosto, o i momenti in cui si comporta male, se ne pente e non fa niente, o i momenti in cui ruba (le caramelle a sette anni, o un bacio a chi non ce lo vuole dare, poco importa), o ancora i momenti in cui finge di ascoltare un amico e invece pensa ad altro, o quelli in cui butta su un lavoro tanto non se ne accorge nessuno, o quando fa finta di non vedere lo sporco in un angolo.

I buchi neri sono anche quelli temporali in cui il tempo si dilata o si contrae, e ciò che facciamo assume uno spazio temporale enorme o, al contrario, si cristallizza in una sola immagine. Una notte di lavoro, piena di concentrazione e caffè, diventa una sola immagine nella nostra percezione del dopo. Un solo primo sfiorarci la mano della persona che amiamo, si rallenta a tal punto da permetterci di pensare a tutto un nostro futuro insieme, nel solo tempo di pochi secondi.

I buchi neri sono anche i momenti di percezione altissima di noi stessi nell'unicità della vita, che i saggi raggiungono concentrandosi, e che i comuni mortali sensibili toccano improvvisamente, in momenti che io chiamo di alienazione dal resto.
Io ne ho spesso al supermercato, di questo tipo. Il supermercato, se sono sola e soprattutto se è domenica o sabato sera, è come un tantra, per me. I minuti in cui fisso il vetro dei surgelati cercando di scegliere quale gelato prendere, o spinaci, o tortini di vario tipo, diventano ore, giorni, vite intere. Come fissare il nulla eterno. Raggiungo uno stato che mi eleva dal pavimento e diventa tutt'uno con le musichette indecifrabili degli altoparlanti. Il turbinìo delle etichette, il pane in cassetta, tutte le scelte da fare tra colori, confezioni, si fonde con i calcoli improbabili di scadenze, consumi nel frigo, impegni della settimana. Una danza mentale che serve solo a farmi sprofondare in un buco nero, talvolta di solitudine immensa, che mi avvolge e mi fa perdere le cognizioni. Nirvana alla Coop.

I buchi neri sono come dei nei sparsi su una schiena. Io di nei sulla schiena non credo di averne, li ho sempre visti sulle schiene degli altri. Questo mi porta a una riflessione.
Se i miei nei non li vedo, è perchè non ci sono o semplicemente perchè non li vedo? Se, come credo, nessuno ne parla con gli altri, e io non li ho, come faccio a conoscerli così bene?

Per ora è tutto. Questo mio viaggio/riflessione sui buchi neri, non è affatto terminato, è solo domenica mattina.

19 gennaio 2010

La mia prima volta (il tempo è inesorabile)

Si, è la mia prima volta, in questo modo.
Finora sono stata il tipo di ragazza che si prende due autobus per andare a casa di un giovane universitario, che vuole arrotondare e pagarsi più comodamente gli studi.
Ero io quella che portava fin lì i soldi arrotolati in tasca.
Finora sono stata io che per un'ora intera, svogliata, dovevo farmi piacere quello che ero costretta a fare. Per poi tornare a casa e fare anche resoconti e raccontare cosa avevo capito, di quell'incontro.

Sì, è la mia prima volta anche che ricevo in casa. E ancora più eccezionale la novità che non sarò io a dover fare sorrisi compiacenti che nascondono la voglia di scappare. E' arrivato il momento di passare il testimone.

Perchè finora i ricordi delle ripetizioni di matematica, appartengono a me. Ero io, la somara.
Oggi, per la prima volta, toccherà a mio figlio: ore 18.30 algebra.

18 gennaio 2010

la coppia doc in 10 mosse


Il rapporto di coppia è per sua natura caratterizzato da un’interazione dinamica e persistente tra due persone che comunicano sulla base della presunzione di una conoscenza reciproca più o meno approfondita.
Ed è proprio questo aspetto, cioè la conoscenza dell’altro l’elemento più critico ed emblematico della vita a due, che sempre più spesso riserva ai componenti della coppia brutte sorprese. Infatti, spesso si pensa di conoscere il proprio partner molto bene, anzi profondamente, salvo poi a scoprire con grande delusione che di questa persona con la quale si può aver vissuto anche a lungo, si aveva una conoscenza piuttosto superficiale, soprattutto se essa (ma a volte sono coinvolti entrambi i componenti la coppia) inconsciamente o magari intenzionalmente ha comunicato ed agito con il preciso scopo di far conoscere al proprio partner la parte migliore di sé, nascondendo volutamente – per non apparire poco desiderabili o peggio ancora vulnerabili – quella parte di sé che non si accetta o che si intende volutamente tenere segreta, o addirittura ignota a se stessi.

Un simile comportamento potrebbe quanto meno apparire ingannevole nei confronti dell’altro che avrebbe così acquisito informazioni parziali e incomplete sul proprio interlocutore ricavandone un profilo di personalità poco vero, non autentico e soprattutto diverso dalla realtà in quanto solo parzialmente corrispondente alle vere caratteristiche psico-fisiche, relazionali ed emotive del soggetto. Ma chi intenzionalmente avesse posto in essere una simile strategia di comunicazione e di comportamento autoprotettivo e/o manipolativo pensando di far bene il suo “gioco”, presto rimarrebbe assai deluso dai risultati assolutamente negativi con i quali potrebbe chiudersi la partita a due. Infatti, su un piatto della bilancia ci sarebbe la delusione del partner “tradito” per la mal ripagata fiducia, sull’altro un sentimento ancora più grave: l’umiliazione di aver mentito a se stessi, con gravi perdite sul fronte dell’autostima.

Il decalogo
Ciò premesso, quali suggerimenti si potrebbero offrire a tutte quelle persone che si frequentano più o meno assiduamente con l’idea, il desiderio o la speranza di unirsi stabilmente in un rapporto di coppia?


Dare spazio all’amore:
trovare sempre nell’arco della giornata il tempo e il modo per dire al proprio partner “ti amo” . Può sembrare banale, ma è importantissimo farlo, ovviamente a condizione di sentirlo. Qualsiasi modo va bene (non ci sono limiti alla fantasia): può bastare un fiore, una carezza, un pensiero gentile, una telefonata, una sorpresa o piccole attenzioni, che faranno capire alla persona che amate quanto è importante per voi. Dopotutto è il pensiero che conta!

Essere coerenti:
l’amore va soprattutto dimostrato e non solo dichiarato. Comportarsi in maniera coerente rispetto al punto precedente è una strategia salva rapporto di importanza cruciale se si vuole evitare di creare contraddizioni tra quello che viene detto a parole e ciò che viene comunicato con i fatti e le azioni quotidiane. Attenzione, dire al proprio partner “ti amo” e poi non essere presenti nei momenti importanti e nelle decisioni che contano nella vita di coppia, equivale a mentire spudoratamente. Può essere utile a questo punto ricordare il primo assioma della comunicazione che afferma…“Non si può non comunicare e tutto comunica… ogni comportamento è comunicazione e la comunicazione è comportamento”.

Comunicare in maniera aperta e leale:
in situazioni di divergenza di opinioni, di contrasto e/o di conflitto, è importante confrontarsi serenamente e ascoltare con calma, rispetto ed empatia anche le ragioni e i punti di vista dell’altro senza alcun pregiudizio, e soprattutto con la piena consapevolezza che l’apparente vittoria dell’uno sull’altro equivale in realtà alla sconfitta di entrambi. Se possibile, non lasciar trascorrere più di 24 ore dall’eventuale litigio per cercare di risolvere il problema o di superare al più presto la situazione conflittuale. E’ bene tener presente, inoltre, che i contrasti e i conflitti, peraltro assolutamente normali in una coppia, possono rappresentare un momento di riflessione, di maggiore conoscenza dell’altro, di confronto e, quindi, di crescita e di evoluzione della coppia, ma possono anche trasformarsi, come più spesso facilmente accade per mancanza di intelligenza sociale, in una trappola mortale per il rapporto che rischia di svuotarsi di ogni sentimento e di rimanere soffocato da violenti scontri diretti ad annientare psicologicamente l’altro. Pertanto, quando ci si ritrova in situazioni di esasperato conflitto è importante domandarsi se si vuole costruire un rapporto migliore o si vuole distruggere quello che si è già costruito.

Riconoscere i propri errori:
sembra facile, ma non è da tutti riuscire a farlo perché riconoscere di aver sbagliato richiede umiltà, coraggio e soprattutto intelligenza sociale ed emotiva. Un comportamento socialmente competente ed emotivamente intelligente prevede una strategia infallibile in tre punti: a) riconoscere i propri errori senza mezzi termini; b) scusarsi sinceramente per l’accaduto; c) impegnarsi a non ripetere l’errore commesso. Le coppie che hanno fatto proprio questo fondamentale principio di comunicazione interpersonale, hanno vita lunga, quelle che invece prediligono giochi pericolosi come “la caccia alle streghe”, “nascondersi dietro un dito” e “il gioco al massacro (è tutta colpa tua se…)” hanno i giorni contati, insieme alla certezza di soffrire.

Imparare a perdonare:
l’amore è anche e forse soprattutto capacità di perdonare. Il perdono è un atto d’amore che appartiene alle persone generose di cuore. Chi non sa perdonare, non può dire di saper veramente amare. Ci sono situazioni in cui il perdono, di per sé difficile da concedere, rappresenta l’unica via d’uscita, da pagare a volte a caro prezzo, ma è un investimento pur sempre conveniente se si tratta di vero amore. In caso contrario, negato il perdono, ci si troverà sicuramente pieni di orgoglio, ma allo stesso tempo più vuoti dentro nell’attesa di potersi “leccare” la propria ferita narcisistica.

Rinunciare alla perfezione:
ricordarsi che nessuno è perfetto è una regola d’oro spesso dimenticata che, se puntualmente osservata, può evitare inutili tensioni, ansia da prestazione e stress nella coppia. Se non accettiamo i limiti del nostro partner o non tolleriamo i suoi difetti e le sue imperfezioni, con molta probabilità non lo amiamo abbastanza o forse abbiamo (e il ché è ancora più grave) una visione distorta e infantile dell’amore. Questo potrà generare anche aspri conflitti nella relazione, ma a quel punto conviene interrogarsi sulle ragioni di fondo della propria scelta e darsi delle risposte coerenti. Insomma, pretendere la perfezione nel rapporto di coppia o dal proprio partner equivale a chiedere a un cavallo di volare…non sarà mai capace di farlo! Bisognerebbe, invece, imparare ad accettare i propri limiti e quelli altrui e saper essere soprattutto tolleranti per quello che non ci piace in noi o nella persona con la quale si è deciso di condividere un progetto di vita. Non è sicuramente facile, ma è prova di grande maturità e di buon equilibrio interiore.

Far prevalere il “senso del noi”:
sembra banale dirlo, ma la coppia è composta da due persone con bisogni, motivazioni, obiettivi, interessi, aspettative e desideri diversi; e fino a quando nella coppia prevarranno interessi personali e forme di egoismo, comunque espresse, non si andrà molto lontano sul difficile cammino della crescita emotiva, dell’amore e della felicità. Questo traguardo, che ogni coppia desidera raggiungere, è invece possibile se i partner sono entrambi capaci di creare da subito quel magico “senso del noi ” che è un sentimento profondo, basato sulla condivisione di tutto ciò che crea e rinforza un legame affettivo, e che va alimentato costantemente nel tempo.


Ma come si costruisce il senso del noi ? Innanzitutto con quella complicità , tipica delle coppie molto unite, che pervade anche le piccole cose come i rituali piacevoli e tutti quei momenti emotivamente coinvolgenti che scandiscono il rapporto di coppia, come viaggiare e far vacanza insieme, ritrovarsi a tavola, passeggiare tenendosi per mano, far l’amore, divertirsi, gioire dei momenti di intimità, ma anche affrontando uniti le inevitabili difficoltà della vita, le situazioni di dolore e i momenti di sofferenza, senza dimenticare l’importanza di avere un linguaggio comune che faccia da sfondo al rapporto di coppia, caratterizzandone in modo esclusivo le fasi evolutive. Questo e molto altro ancora serve a creare il senso del noi , che ovviamente comprende anche le decisioni importanti da prendere insieme per il bene della coppia, come per esempio l’acquisto di una casa, il lavoro, l’educazione dei figli. Insomma, il senso del noi è un potente antidoto allo stress emotivo e relazionale della vita a due, che comporta un “affidarsi reciproco” , ossia una dimensione affettiva che unisce nonostante tutto, e nella quale ognuno si sente protetto da un rassicurante e tranquillizzante noi , capace di creare fiducia reciproca, indispensabile per andare avanti, e di emanare una straordinaria forza ed energia che rinsaldano profondamente il legame, rendendolo inossidabile e invulnerabile alle avversità quotidiane e ai problemi dell’esistenza.

Alimentare la passione:
significa desiderare l’altro e sentirsi fisicamente, sessualmente e emotivamente attratti dall’altro, ma allo stesso tempo rendersi a propria volta sempre desiderabili e attraenti agli occhi del proprio partner. Insieme all’intimità e all’impegno, la passione è un elemento cardine del rapporto di coppia da cui dipende la stabilità relazionale; e forse è anche l’aspetto più difficile da gestire nel tempo. E la difficoltà consiste nel fatto che la passione per sua natura è un fattore che molti considerano legato esclusivamente alla bellezza, all’attrazione fisica, alla corporeità e meno ad elementi più intangibili come il “fascino ” che è invece una qualità importantissima che una bella persona è in grado di emanare a prescindere dalla sua età anagrafica. Per mantenere sempre alta la “fiamma” della passione, allora la coppia ha bisogno di evolvere anche sessualmente e di rinnovarsi per riuscire ad essere sempre all’altezza delle aspettative affettive, sessuali ed emotive del partner. Molte coppie commettono invece l’errore fatale di dare tutto per scontato sul piano affettivo e quindi si adagiano, cadono nella routine, pensando che ormai non sia più così importante risultare desiderabili e attraenti agli occhi del proprio compagno con il quale magari si convive già da anni.

Se è vero che invecchiando la bellezza esteriore diminuisce e con essa le prestazioni fisiche e l’esuberanza sessuale, allora è anche vero che coltivare il proprio fascino e la bellezza interiore è un’arte che si può imparare, che forse rimane l’unica, vera arma segreta per mantenere sempre vivo e coinvolgente un rapporto di coppia che permette ai partner di crescere insieme.


Creare intimità nella coppia:
la tenuta di una coppia nel tempo è direttamente proporzionale al grado di intimità che i partner riescono a stabilire tra di loro. L’intimità è uno straordinario collante ancora più forte della passione, ma che per funzionare ha bisogno di essere continuamente alimentato attraverso una fiducia reciproca profonda e incondizionata. Solo su queste basi è possibile rivelarsi completamente all’altro, svelare i propri segreti, mettere a nudo le proprie debolezze o paure senza il timore di apparire fragili, vulnerabili o di essere giudicati per le proprie “zone erronee”.

L’intimità, quella vera, richiede soprattutto coraggio ed onestà intellettuale per affermare la propria identità, oltre alla consapevolezza che essa non è mai un punto di partenza, ma un punto di arrivo, un traguardo che si conquista pian piano, giorno dopo giorno nel tempo. L’intimità è in sintesi un elemento fortemente caratterizzante la stabilità della coppia, che più sarà intima e più apparirà unita e sicura anche agli occhi degli altri, grazie a quell’invidiabile senso di complicità che è allo stesso tempo causa ed effetto dell’intimità tra due persone che si amano.

Impegnarsi verso l’altro:
è in assoluto la regola di buon senso più difficile da seguire in un rapporto di coppia. Infatti, l’impegno implica da un lato l’assunzione di responsabilità nei confronti del proprio partner, specificamente legate a tale ruolo, dall’altro la volontà e il desiderio di non deludere mantenendo in qualsiasi situazione un comportamento adeguato che garantisca condizioni di equilibrio emotivo e stabilità nella coppia. Più in particolare, il termine impegno ha una valenza olistica, che abbraccia diverse dimensioni del rapporto, tutte assolutamente importanti, che vanno da quella relazionale , a quella psicologica, affettiva e professionale.

Detto questo...al lavoro!
(tratto da www.benessere.com)
Illustrazione presa da "Nell'acqua" di Lorenzo Mattotti- bellissimo

17 gennaio 2010

Tarte tatin, s'il vous plait!


Questa torta, il cui nome completo è Tarte des Demoiselles Tatin, mi rimette letteralmente al mondo, quando ci vuole una super coccola energizzante.
E' stata inventata alla fine del XIX secolo dalle sorelle Tatin. La leggenda dice che Stephanie, una delle due sorelle, meno pratica di cucina, si accorse di aver infornato la torta senza aver foderato il fondo della tortiera con la pasta brisée. La sorella pasticcera, soperto il guaio, senza lasciarsi scoraggiare, decise di ricoprire le mele con la pasta, ottenendo così quella che è diventata una delle preparazioni più note della cucina francese.
Sembra apparentemente complessa, ma nei fatti non lo è assolutamente.
Preparate la pasta. Preparate la pasta brisée e lasciatela riposare un paio d’ore in frigo, se volete potete comprare della pasta brisée confezionata.
Preparate il ripieno. Pelate le mele e tagliatele in 8 spicchi. Mettete burro e zucchero in una tortiera di 24 o 26 cm di diametro con il bordo alto 3 - 4 cm e spostatela su fuoco medio fino a quando lo zucchero diventa di un bel colore marroncino, mescolando spesso.
Disponete a raggiera un primo strato di spicchi di mela sul fondo caramellato, poi disponete sopra quelli rimasti in modo da coprire tutte le fessure. Coprite con la pasta brisée stesa in uno strato sottile e infornate a 200 °C per 15 minuti. Abbassate la temperatura a 180 ˚C e cuocete altri 15 minuti.
Togliete dal forno, lasciate intiepidire per 10 minuti, poi coprite la tortiera con un piatto da portata e rigirate velocemente.
La tarte tatin va servita tiepida, quindi, se non la servite subito, potete scaldarla per 5 minuti in forno, ma non usate il microonde perché la rovinerebbe.
Si legge nelle ricette che si può accompagnare la torta con della panna acida poco montata ( la panna acida si prepara aggiungendo qualche cucchiaio di succo di limone a della normale panna da montare), ma secondo me è un po' nordica come scelta. Io preferisco sottilissime fettine di arancia o limone (con la buccia) appoggiate sopra, a torta rovesciata.

15 gennaio 2010

Travel in winter

video

Sale la nebbia sui prati bianchi
come un cipresso nei camposanti
un campanile che non sembra vero
segna il confine fra la terra e il cielo.

Ma tu che vai, ma tu rimani
vedrai la neve se ne andrà domani
rifioriranno le gioie passate
col vento caldo di un’altra estate.

...

da Inverno (Fabrizio De Andrè)

13 gennaio 2010

Lègami per Legarti


Lo Shibari, meglio noto come Kinbaku è un’antica forma artistica di legatura giapponese che racchiude in sé molti stili ed utilizzi in origine era chiamata hojo-jutsu e ancora oggi è insegnata in alcuni Dojo di arti marziali. Il suo stile fa riferimento ad altre forme artistiche tradizionali giapponesi come Ikebana, Sumi-e (pittura con inchiostro nero) e Chanoyu (cerimonia del tè). Tra i vari utilizzi dello Shibari si possono citare: scultura vivente dinamica, pratica meditativa condivisa, rilassamento profondo per la flessibilità del corpo e della mente, una forma di scambio di potere, e costrizione mentale, atta a ottenere l’effetto contrario cioè la liberazione della mente stessa. Questa pratica è stata fortemente influenzata dallo zen. Alcuni antichi maestri hanno sviluppato e integrando questa pratica con la meditazione zen.
Nello Shibari (l’atto di legare qualcuno) il Nawashi (artista della corda) esegue disegni e forme geometriche che creano un meraviglioso contrasto con le curve naturali ed i recessi del corpo femminile. La consistenza e la tensione delle corde creano un forte rapporto colui che esegue la legatura e chi la subisce, e per questo è necessario stabilire un legame energetico cosi forte da riuscire a percepire lo stato emotivo di entrambi.
Tradizionalmente ques’arte deriva direttamente dal codice dei Samurai (Bushido) la Via del Guerriero. Secondo la tradizione del periodo Edo (1600-1868), quattro colori (blu, rosso, bianco e nero) erano associati in modo prestabilito alle stagioni, ai punti cardinali, ed alle quattro creature cinesi guardiane delle direzioni (drago, fenice, tigre, e tartaruga). Il colore della corda cambiava in base alla stagione, ed il prigioniero veniva immobilizzato verso la direzione corrispondente al colore ed alla stagione. Alla fine del periodo Edo, I colori furono ridotti a due, bianco ed indaco.
Oggi si possono utilizzare sia la tradizionale corda di canapa sia corde miste naturali/sintetiche.
L’energia dello Shibari è il risultato degli effetti della legatura nel senso più profondo (perdita del’ego e dei condizionamenti mentali), ma anche bellezza ed estetica (si può paragonare all’Ikebana, l’arte giapponese di disporre i fiori vecchia di 7 secoli) ed un massaggio piuttosto intenso effettuato dalle corde e dai nodi, molto simile alle tecniche di agopuntura ed allo Shiatsu (una tecnica giapponese di massaggio)..
L’arte di disporre corde e nodi sul corpo della modella con un forte senso estetico riflette l’eredità culturale dell’Ikebana, evidenziando caratteristiche come sensualità, vulnerabilità e forza. D’altro canto, lo Shibari non è altro che un monumento statico, dove però si concentrano energie psicofisiche di notevole entità
Il concetto di posizionare I nodi per stimolare I punti anatomici di pressione deriva dallo Shiatsu. Un Nawashi esperto può utilizzare le sue conoscenze di massaggio e dei punti di pressione per far cadere i nodi nei posti giusti. Ci sono influenze ed effetti incrociati tra Shibari e la filosofia medica orientale dell’energia Ki, dei meridiani, e tsubo (punti di pressione), usati nello Shiatsu e in altre tecniche di Bokam (medicina orientale tradizionale).
In alcune scuole l’arte dello Shibari viene espresso in vere e proprie cerimonie dove la parte meditativa (zazen) è preponderante e ha il compito di avvicinare i partecipanti a quello stato di catarsi necessaria a percepire l’entità di tutte le energie che verranno messe in gioco.

12 gennaio 2010

Felicità in 10 mosse (non in pillole)


Felicità in dieci mosse. Un decalogo per vivere meglio. Curare una pianta, sorridere, almeno una volta al giorno. Bastano pochi e semplici gesti da ripetere quotidianamente per aumentare il proprio livello di felicità.
Dieci per l'esattezza, come spiega un gruppo di ricercatori inglesi a conclusione di uno studio, durato tre mesi, che ha elaborato un vero e proprio "decalogo" per essere felici. Una ricetta alla portata di tutti che garantisce risultati più che soddisfacenti a costo zero. Gli "esperti di felicità", uno psicologo, uno psicoterapeuta, due studiose dei luoghi di lavoro, un imprenditore specializzato in iniziative sociali ed un esperto di economia e filosofia, hanno testato il loro "decalogo" su 50 volontari allo scopo di "piantare i semi della felicità".
Le 50 "cavie" dovrebbero trasmettere poi ad altri gli insegnamenti ricevuti, in una sorta di effetto domino che dovrebbe portare il sorriso sulla bocca di tutto Slough, un villaggio, alle porte di Londra, decisamente non rinomato per le sue bellezze architettoniche o naturali, ma più per i tanti capannoni, magazzini ed industrie che vi sono sorti negli ultimi anni per via della vicinanza alla capitale e all'autostrada. Dall'esperimento è emerso che solitudine, pigrizia ed egoismo sono alcuni del mali diffusi nella nostra società che impediscono alla gente di essere felice.

Ecco invece i dieci consigli per sconfiggere la propensione all'infelicità.
1) Dimezzare il tempo che si trascorre di fronte alla televisione
2) Trovare almeno un'ora di tempo alla settimana per parlare con qualcuno a cui si vuole bene
3) Fare qualcosa di buono per qualcuno tutti i giorni
4) Piantare e prendersi cura di una pianta per rilassarsi e sentirsi utili e necessari
5) Sorridere, almeno una volta al giorno, ad un perfetto sconosciuto
6) Farsi una bella risata di tanto in tanto durante la giornata
7) Concedere, ogni giorno a se stessi, un piccolo regalo, per esempio un cioccolatino o un lungo e rilassante bagno alla fine di una dura giornata
8) Mai dimenticare che fare esercizio fisico è importante ed allo sport di dovrebbe dedicare almeno mezz'ora tre volte alla settimana.
9) Non perdere di vista i vecchi amici è un'altra cosa utile: bene ricordarsi dunque di telefonare a persone che non si vedono da un po' e cercare di incontrarsi.

Regole supplementari:
Secondo gli esperti infine, ad impedire a molta gente di essere felice sarebbe il fatto di non sapere apprezzare ciò che si ha.
Alla fine di ogni giorno sarebbe dunque utile pensare ad almeno cinque cose che si è fortunati ad avere e che ci rendono felici.
L'esperimento, che ricorda vagamente il finto mondo perfetto in cui Jim Carrey viveva nel film "The Truman Show", verrà trasmesso dalla BBC in un documentario da quattro puntate. In esso gli esperti vengono filmati mentre cercano di convincere un pubblico molto scettico della validità delle loro teorie in modi decisamente poco convenzionali: danzando in una corsia del supermercato o fermandosi in un parco ad abbracciare un albero.

La tesi dei sei studiosi è avvalorata poi da un'altra importante ricerca condotta poco tempo fa sempre in Gran Bretagna, che ha dimostrato come le persone felici abbiano più bassi livelli dell'ormone dello stress, il cortisolo. Inoltre e persone più felici, sottoposte a stress, presentano aumenti più ridotti del fibrinogeno plasmatico, un segnale di rischio cardiovascolare, ed hanno una frequenza cardiaca più bassa. Uno stato affettivo soddisfacente è associato ad un buon funzionamento dei diversi sistemi biologici, con conseguente riduzione del rischio di sviluppare malattie. Varrebbe davvero la pena di essere felici, o almeno di provarci.