28 febbraio 2011

Osteria Bella Trieste, la solita vecchia gustosissima osteria

Chi ha fatto la facoltà di medicina o farmacia la conosce da anni, io non c'ero mai stata. Formiamo una bella tavolata di amici, incastrata tra altri tavolini pieni di chiacchere, atmosfera decisamente informale, si passano sedie, ci si fa posto, mi piace. In tavola arrivano tra noi gnocchi con scampi ( inaspettatamente originali di sapore), spaghetti ai sardoni e pomodorini (molto saporito e mediterraneo), zuppe di cozze buonissime, gratinato di canestrelli, capesante e capelonghe ( il mio, lo confesso, non resisto ai gratinati...), e  un fritto misto impeccabile! come nelle migliori tradizioni locali, ciotoline di radicchi e caraffe e caraffe di tocai e prosecco della casa. Infilo la forchetta nei piatti di tutti, garantisco, ogni cosa fatta con amore e onestà. E il conto? 20 euro a testa. Devo commentare? prenotate, gente prenotate!!

Osteria Bella Trieste , Via Massimo D'azeglio, 19, Trieste (tel: 040 363742)

Hostaria Ai Tre Magnoni (parenti dei "Maestri"?)

Ai tre magnoni non andavo da anni, ricordavo linguine nere di seppia in busara di scampi e così ci ho portato un amico, ieri sera. L'ambiente invernale è ancora quello, una stube calda dove i tavolini sono sistemati intorno alla grande stufa in maiolica. La camerierina timida e gentile ci elenca tanti antipasti, abbastanza primi, pochissimi secondi. Neanche un pesce a forma di pesce, penso io. Lei dice che a pranzo di domenica hanno mangiato tutto. ( ahi, primo appunto... è una scusa, per un ristorante?)
Vabbè, insieme al Tocai fresco della casa, ordiniamo antipasto e primo. Il mio antipasto di insalatina di granchio, è buono, si, ma tutto intero non raggiunge i due cucchiai... ma come, non si chiamano i tre magnoni?
Il primo piatto è in comune. Tagliatelle con scampi e tartufo, l'aspetto bianco mi ricorda qualcosa... Et voilà! ecco che torna la memoria! le stesse tagliatelle al tartufo mangiate dai cugini della Osteria ai Maestri. ;( Incredula, assaggio. Giuro, due scampi a testa, e "foglioline" di tartufo che proprio solo a masticarle sentivi il sapore. Ma che storia è questa? Non sono soddisfatta, chiedo dei dolci, uno strudel di pere e una "polentina"casalinga. Delusione. Dove sono i magnoooooni??
Niente, lasciamo stare, sorbetto e caffè.
Il caro amico paga il conto, è un signore e non batte ciglio, ma ci lascia 70 euro in due.
Gli dico che siamo stati sfortunati, dicono che qui si mangi bene. Finge di credermi, ma ripeto, è un signore.


Hostaria ai Tre magnoni, via dell'Eremo, 243, Trieste tel. 040 910979 ‎

25 febbraio 2011

I messaggi

Vado tutti i giorni in riva al mare: ho imparato a
decifrare i messaggi degli uomini.
So di fogli, grigi o gialli, con grafie disperate dentro bottiglie
che non possono essere aperte dalle onde. Grida,
gemiti alla deriva che giungeranno intatti fino al Baltico o
al Mar del Giappone.
A forza di trovarli tra la sabbia, provenienti da tutti
i punti della terra, so riconoscere i quattro versi
del languido, la sua richiesta d'aiuto rimata in strofe
impeccabili.
So distinguere lacrime dozzinali con cui quelli di
cattivo gusto sigillano il loro appello, le imprecazioni dei
violenti e il tono freddo degli orgogliosi.
So riconoscere il messaggio del nostalgico: appone
sempre ben chiari nome e data.
L'abitudine a ricevere messaggi mi permette di affermare
che dietro ogni cuore disegnato si nasconde un'anima di
una vergine, così come gli anziani disegnano orologi e gli
adolescenti ghigliottine.
Ci sono lunghi lamenti: appartengono al vanitoso,
che descrive prolissamente le sue aspirazioni e tutto
quanto tradisce il tempo, tutto quanto si è trasformato in
nulla e in menzogna.
una donna di carattere aggiunge il ritratto in cui la si vede
di profilo, seria e altera, con un vestito da cerimonia
e una collana di zaffiri.
Il credente esige; l'incredulo supplica; l'indifferente si
dimentica di firmare.
la lettera del saggio è un foglio bianco.

( Abilio Estèvez)


Ho voglia di chiudere un messaggio in una bottiglia. 
Cosa scriverei?
Amami come ti ho amato.

24 febbraio 2011

1902 [ci siamo sempre stati, amore]


Finisci di vestirti in penombra intabarrandoti nel mantello che ti arriva fino alle caviglie e sembri un disegno in bianco e nero della morte. Ho i capelli increspati dal sesso di stanotte e la camicia tutta arrotolata fin sullo stomaco, mi giro nel letto fino a sporgere la testa fuori, per vederti in fondo al corridoio, già accanto alla porta. Quando credi che nessuno ti veda hai l’espressione del viso più severa, sei pieno di nuvole là dentro, che ti portano via. E Torino è annebbiata e fredda, sapessi la mia pelle come è ancora calda qui nel letto umido, cerchi il cappello, il bastone, ti sistemi nello specchio l’alto collo bianco inamidato, come fossi solo. Il portone di C.so Montevecchio è aperto, un’onda di aria densa d’acqua ti si sbatterà sul viso e io tremo nel pensarlo così freddo appoggiarsi alla mia pancia. Mi stordisci nel controllo che hai, nel poco indugiare nelle tentazioni, finchè non diventano pura volontà. Sei bello, così bello che non sai che dirmi “non guardarmi così” quando mi fisso sulle rughe delle tue guance.“Non partire” dico senza voce, muovo solo le labbra e sento la porta chiudersi, lo fai piano. Questo è un gesto d’amore o di fuga, mi chiedo. Lo saprò stasera, se torni, stanco e seccato, e io mi sarò già spogliata, proverò refrigerio quando con le mani fredde toglierai le mie braccia incrociate tra le gambe strette, mentre ti aspetto sul nostro letto.

(nella foto, il portone di C.so Montevecchio 30, a Torino)

Frammenti di una verità sconosciuta













"E poi bisogna imparare a dire la verità. Anche questo vi sembra strano. Non vi rendete conto che si debba imparare a dire la verità. Vi sembra che basti desiderare o decidere di dirla. E io vi dico che è relativamente raro che le persone dicano una bugia deliberatamente. Nella maggior parte dei casi pensano di dire la verità. Mentono continuamente, sia a se stessi che agli altri. Di conseguenza nessuno comprende gli altri, né se stesso. Pensateci: potrebbero esserci tante discordie, profondi malintesi e tanto odio verso il punto di vista o l'opinione altrui, se le persone fossero capaci di comprendersi l'un l'altro? Ma non possono comprendersi perché non possono non mentire. Dire la verità è la cosa più difficile del mondo; si deve studiare molto, e per molto tempo, per poter un giorno dire la verità. Il desiderio solo non basta. Per dire la verità, bisogna essere diventati capaci di conoscere cosa è la verità e cos'è una menzogna; e prima di tutto in se stessi. E questo nessuno lo vuol conoscere".

[da Frammenti di un insegnamento sconosciuto
di P. D. OUSPENSKY]

Su questo brano non mi sento di dare opinioni, ma mi sembrava molto interessante da mettere così sul tavolo, per stimolare una riflessione a chi avrà il desiderio di farlo. E non troppo sonno.

23 febbraio 2011

Beau-line Vs Serum7 (ovvero Hollywood Vs realtà)

Sharon Stone
Pacience Phillis, che lavora per la Hedare Beauty, potente ditta di cosmetica, è incaricata di disegnare una campagna grafica per un'innovativa crema di bellezza, la Beau-line. Una crema miracolosa, in grado di fermare i segni del tempo, anzi, di ridurre in modo stupefacente quelli già presenti. Il sogno di molte donne che diventa realtà? Un potere enorme in un prezioso barattolino di magica crema antitempo. I titolari dell’azienda produttrice cosmetica, marito e moglie, conoscono bene però il potere distruttivo e tossico del prodotto, occultando la verità. La moglie, una bellissima modella ormai matura, finirà per uccidere il marito per gelosia facendo ricadere la colpa su Pacience.
Pacience è la sinuosa Halle Berry, la fascinosa titolare è Sharon Stone. E questo è un film. Catwoman.




Poi c’è Boots Laboratories è uno dei principali marchi di Alliance Boots, il gruppo farmaceutico internazionale noto per i suoi prodotti di alta qualità in campo farmaceutico e cosmetico. La ditta cosmetica sviluppa continuamente prodotti innovativi, assicurandone la qualità e dimostrandone l'efficacia clinicamente. E' in questi laboratori fa che nasce qualche anno Serum7.
Prodotto innovativo che applica il rigore della scienza per dimostrare i suoi risultati e promette di ridurre le rughe in 28 giorni. Miracolo! Boots Laboratories dice di dimostrare che il siero antirughe Serum7 aiuta a tenere costante la produzione di fibrillina - un primo importante indicatore che la matrice della pelle sta iniziando a ripararsi. Le farmacie inglesi prese d'assalto, 6 milioni di donne ipnotizzate dalla magica crema. Da qualche mese è in molte farmacie italiane, costa dalle 30 alle 40 euro, e finora i media non segnalano omicidi per gelosia. E questo non è un film.



ps. Il report annuale di Alliance Boots che ho trovato in rete, è qui.

21 febbraio 2011

La tua testa sul mio petto è un buco d'amore
















C'è quell'altro
bambino, che non
cresce,
          che siede
scuro, gli occhi
due biglie — tutto
abbozzato, che 
ronza una sua
storia su per i miei
polmoni,


             che
poggia la sua
testa contro il cuore e mi fa
buca.




(Elisa Biagini — da L'ospite )




Elisa è del'70 , fiorentina, ha vissuto molti anni negli Stati Uniti ed è poi ritornata nella sua toscana, a scrivere. Femminilità domestiche, crudezza d'amore, specchi rotti e orizzonte casalingo. Ricorda le poetesse americane che hanno fatto storia, da Sylvia Plath a Anne Sexton. Le sue poesie sono sincopate, sospese, crude e disperate, al contempo ferme e concrete, e alla ricerca di un equilibrio che forse non si trova mai, e si rimane con il respiro sospeso.


Ho scelto questa poesia senza titolo, per l'immagine/pensiero che ho questa mattina. 
Appoggiare la testa di chi amiamo sul nostro petto, è un gesto di amore trasversale, genitoriale, amicale, amoroso, universale.
Perchè non dirlo, perchè usare tempi passati, presenti, futuri, cosa importa? 
L'amore è. Non chiede permessi o tempi di recupero. 

Tenere appoggiata la sua testa sul mio petto è un buco d'amore che mi espande. 

20 febbraio 2011

random famigliare

[legenda: dritto, mio figlio 16enne; corsivo, mia figlia 14 enne]






Mamma, perchè non mi hai svegliato di nuovo se ti sei accorta che la mia sveglia suonava e che io l'ho spenta?
Mamma mi tagli i capelli, così non si vedono le girelle?
Mamma che male che tagli i capelli.
Mamma alla fine hai tagliato i capelli accettabilmente decenti.
Mamma cosa mi metto per andare da papi, vorrei tanto la felpa blu, ma è da stirare...
Mamma mi dispiace che stavi lavorando al computer e hai voluto metterti a stirare la felpa blu.
Mamma però con i jeans neri non mi piace come sta la felpa blu, metterò quella nera.
Mamma ma quante volte mi vuoi dire di prepararmi lo zaino? non sono mica un imbecille.
Mamma che ore sono! sono in ritardissimo, non trovo il libro di latino, il quaderno  di matematica, lo squadretto per tecnica, dove li hai messi?
Mamma perchè hai comprato le pastine al lampone e non alla fragola, che non mi piacciono?
Mamma, ne volevi assaggiare anche tu un pezzo?
Mamma la mia camera è mia e la gestisco io.
Mamma potresti aiutarmi a cercare le chiavi, le ho perse in camera.
Mamma perchè non parli più piano al telefono quando sto ascoltando il telefilm?
Mamma perchè ti chiudi in bagno per parlare al telefono?
Mamma che spettinata che sei!
Mamma perchè sei così in ghingheri?
Mamma voglio andare a vivere da solo appena avrò 18 anni.
Mamma non ti lascerò mai.
Mamma ma i capelli così belli mossi li ho presi da te?
Mamma detesto i capelli che mi hai tramandato.
Mamma cosa è esattamente un orgasmo?
Mamma, le calze da ginnastica!
Mamma esattamente chi è un comunista?
Mamma, mi firmi la giustificazione?
Mamma odio tua figlia.
Mamma odio tuo figlio.
Mamma, dove hai messo la mia penna lilla?
Mamma ti sei ricordata di fare il versamento per la gita?
Mamma c'è la roba di allenamento ancora da lavare!
Mamma sembri sempre stanca.
Si, mamma e anche nervosa.

ingorghi

Quando si hanno poche idee e rarefatte, è molto più facile esporle, rifletterci sopra, farle germogliare. 
Io spesso ho così tante idee di progetti, ipotesi, visioni, cose e panorami che si aprono nella mente con l'immaginazione che mi gira la testa dall'affollamento. 
Oggi ho talmente tante cose sulle quali scrivere che, come un ingorgo nel traffico, si blocca tutto e non ne esce nessuna.

19 febbraio 2011

memoranda

I Dieci Invecchiamenti (ovvero, l'Ombra del Tempo)

Dicono che il Primo passo per capire che stai invecchiando è vedere se trovi una sottile rughetta verticale davanti all'orecchio.

Il Secondo sia quello di alzarti spesso la mattina con mal di schiena (e dare la colpa sempre al materasso vecchio. Una notizia: non è il materasso che è invecchiato, sei tu)

Il Terzo sia di essere consapevoli che capita di ripetere le cose e non sapere se chi ti ascolta lo sa e ti lascia dire o non lo sa e ti è andata bene.

Il Quarto sia cambiare leggermente la forma del corpo, più esattamente la proporzione tra vita e fianchi (la prima cresce molto di misura rispetto alla seconda per gli uomini, per le donne invece un pò meno, in compenso le gambe delle donne diventano più magre)

Il Quinto sia, per le donne, non riuscire a fa reggere il trucco per molte ore, e dopo un giro all'aria condizionata di un magazzino sembrare di ritorno da una notte in discoteca. Per gli uomini, sembrare dei rapinatori detenuti dopo un solo giorno di barba non fatta.

Il Sesto cominciare a rendersi conto che sono necessarie meno ore di sonno.

Il Settimo sia arrendersi a non riconoscere i nomi di cantanti e gruppi che cantano da anni ormai.

L'Ottavo /solo per gli uomini/ scoprire che continuano a piacerti le 25 enni.

Il Nono /solo per le donne/ scoprire che inizi a piacere a certi 25 enni.

Il Decimo sia quello di stilare le liste di indizi.


18 febbraio 2011

Onestà delle forme






Ogni volta che torno a vedere (adesso ho tempo per farlo) nella memoria i dettagli degli incontri del tuo corpo con il mio, mi resta un’interrogativo. Forse ingenuo. I nostri corpi non perfetti, ma perfetti in quelle condizioni erotiche. Azioni prevedibili dall’esterno, ma mai scontate e mai banali dall'energia interna. La volgarità non sfiora neppure le scene più forti. Che se non l’avessimo vissute con tutta l’anima, sarebbero pornografiche. 
Quindi, esistono anche corpi imperfetti e ciò nondimeno stupendi. Andrebbero esibiti come tali? o invece risultano stupendi perchè celati, privatissimi e all’ombra della perfezione che si dichiara nelle vetrine? Non sarà che se fossero esaltati, celebrati, illuminati, con forza e delicatezza, perderebbero la connotazione di imperfetti allineandosi a quelli perfetti e forse superandoli, in vita e passione? 
Pelle striata da troppo sole, cicatrici antiche, i seni non pieni, pieghe nuove. Raccontano la vita vissuta, la fatica e l’intensità di reali concessioni e rapimenti di passione. La perfezione patinata di glutei a compasso e addominali contratti a ogni respiro, sono disegni geometrici di proiezioni ortogonali teoriche. Anche reali, in molti casi. Ma quale festa dei corpi voluttuosa e sudata possono aver mai percepito dalla vicinanza di un respiro? Fianchi che mai hanno contenuto mani affondate, seni che mai hanno allattato o che poche mani hanno stretto davvero, potentemente. Jeans mai strappati, colli mai succhiati avidamente, capelli mai tirati. La perfezione apparente, che ci contorna nelle labbra tese negli sguardi fissi di qualsiasi signora benestante, la gommosità dei seni copiati dalle foto ci accerchia, ma è un furto indebito ai ventanni. 
Altro è l’onesta delle forme, la passione degli anni, la cura perchè no, ma rispettosa dello svolgimento della vita come tale, piena, appassionata e consapevole.

17 febbraio 2011

Grazie Roberto















Guardo Sanremo e non me ne vanto. Mi annoio, anche, stasera.
Poi, appare Roberto Benigni e penso a quanti soldi (ho letto) che gli danno per questo intervento. Un moto di disapprovazione mi attraversa.


Roberto riceve un sacco di soldi, è vero, per il suo intervento a Sanremo. Riceverà 250.000 euro.
Da rimanerci secchi.
Ma rispetto ai milioni di euro di merda che si porterà via Emilio Fede per "dimettersi", sono gocce di rugiada.




Poi Roberto comincia, e non si ferma.
Ascoltarlo è una danza che inizia lento, solito, rassicurante. E poi incalza ed esplode.
Roberto Benigni infiamma le anime e scava nel fondo delle nostre radici, facendoci fiorire gemme di speranza e di acqua fresca. L'Italia attraverso la sua storia, le sue disgrazie, le sue morti, i suoi risorgimenti.
Era tanto che non sentivo un piacevole brivido di appartenenza all'Italia. E io italiana non mi sento più. 
Grazie Roberto.




Lasciamo stare il festival, le canzoni deficienti, gli stereotipi e gli abiti di Pucci e di Cavalli. Lasciamo stare Dash e l'Eni come sponsor, venduto come fosse la chiave per la felicità. Lasciamo stare tutto. Sono contenta di aver subìto tutto questo baillame solo per questi venti minuti infuocati di passione e anima. Grazie Roberto.



(250.000 euro. Si, un sacco di stipendi, è vero. Ma ogni italiano di fronte a Sanremo ha "pagato" 0,017 euro per la mezzora abbondante di cuore risvegliato)


L'inno di Roberto

c'era un camminare un tempo

Tomas Sanchez Requero


c'era un camminare un tempo
che poi non c'è stato più
non amore
non amicizia
una cintura senza buchi
che non stringe
che allenta e avvicina
scivolando senza frusciare

c'era una via un tempo
senza fossi e semafori
un albero ogni tanto
ma mai troppo in mezzo

si andava così, primaverilmente,
godendoci i campi gialli
e le parole
poi un giorno di verità autostradale
bucò la cintura e riempì la strada
di chiodi.





.

Estuari, cannocchiali e realtà.

JeremyLiebman 

Da bambini pensare al futuro è come immaginare un estuario sfocato di un fiume nato chissà dove, che sfocia nel mare infinito.
Da ragazzi, quello stesso estuario lo vediamo meglio, ma da più in alto, come fossimo in cima a un tetto. Iniziamo anche a poter dare un’occhiata dietro le spalle, per vedere da dove arriva il fiume.
Da adulti, si è come in cima ad una piccola montagna, ormai le sponde del fiume sono davanti ai nostri occhi, definite, vediamo lo scorrere dell’acqua verso il mare e le sponde sono nitide ormai, fin giù, dove il fiume si infila spargendosi nel mare aperto. Vediamo l’orizzonte, lontano.
In cima a quel monte ho trovato, dietro a una roccia, un vecchio cannocchiale. Consunto e rovinato, prendendolo in mano noto che le lenti davanti sono graffiate, le cinghie screpolate dal freddo, le giunture di metallo arrugginite. Anche le ghiere, praticamente bloccate.
Cosa me ne faccio di un oggetto che ha perso la sua funzione di esistere? Cosa mi serve un cannocchiale che non mi permette di vedere fino laggiù, l’orizzonte, per scoprire dove finisce il mare.
Mi faccio queste domande, rigirandomelo tra le mani, e osservandolo da vicino, nei dettagli. Le piccole viti, qualche piccolo ciuffo di erba secca e rimasto impigliato nelle fessure, la sporcizia della terra quasi ovunque.
Le mie domande si fanno più fitte mentre il mio pensiero si avvicina all’esistenza di questo oggetto ormai privo di senso, penso. La mia attenzione è talmente lì tra le mie mani, che a tratti mi sembra di essere io, il cannocchiale. Senza un vero motivo lo avvicino agli occhi, dalla opposta a quella usuale. Come mettere una mia mano sul mio viso, appoggio il cannocchiale davanti al mio sguardo.
Improvvisamente il mondo reale è un altro.
Tutto cambia, ogni cosa è diversa, osservata così.
Come osservare a lungo un fiocco di neve e improvvisamente percepirlo come un grosso scoglio di ghiaccio.
Non solo non ha più importanza la fine del mare laggiù all'orizzonte, ma non esiste più. Ogni parte del mondo attraverso quelle vecchie lenti usate al contrario inizia da me e finisce a un metro dai miei piedi. 
E quante meraviglie mai notate, in un solo passo.
Incantanta, scorro con attenzione meravigliata le pieghe dei miei jeans, diventate canyon azzurri, la punta delle scarpe, lontane da me come prima il fiume, i fili d'erba, come un bosco da raggiungere. Un nuovo Universo di dettagli e sfumature, sempre stato lì, ma totalmente nuovo.

Vivere giorno per giorno, gesto per gesto, non è atto istintivo. Si impara, attraverso il dolore, l'osservazione del dolore, e l'osservazione paziente della realtà. Attraverso la pazienza e la resa a farci attraversare dalle inquietudini, come parte della vita stessa, senza rifiutarle.
Così si impara che un filo d'erba è una gioia. E un piccolo messaggio è un sorriso.
Il domani non c'è, c'è l'oggi. Nel sole, nella pioggia, nei nostri gesti, in ciò che deve essere e solamente, semplicemente, è.

VOGLIO OGGI VOGLIO

Una quasi amica, per tirarmi su il morale per una crisi familiare appena sedata , mi ha detto: 
-Lo sai che hai tante cose belle, vero? soprattutto dentro di te?
Io ho risposto:
-Si, ma non per forza le cose belle che ho, sono quelle che voglio.

Dopo qualche ora ci ripenso. Mi prendo i lusso di dire VOGLIO. Si, l'erba del vicino più verde e la moglie ubriaca e tutte le botti piene.
Prendo le note dell'iphone e comincio l'elenco, grazie al cielo senza un senso, una logica. Come quando sai che nessuno ti vede e puoi scrivere cacca, culo, cazzo, e tanto nessuno leggerà.
E invece poi sono qui e lo metto a stendere, come mutande appese fuori dal terrazzo. Non modifico l'elenco, lo metto e basta. E tengo Voglio e non l'educato Vorrei. Perchè? perchè si.
Delphine Cossais

Io oggi voglio

1 cane
1 scatola gigante di After Eight
Andare a scoprire territori sconosciuti
1 uno stipendio anche piccolo
1 jeans che mi stia d'incanto
Lui, che mi sorride e mi dorme vicino
1 bicchiere di vino rosso molto buono
1 vita sessuale costante
1 bonus di 10 anni in più, tra i 30 e i 40
1 moto 


Dieci Voglio, prima di dormire. E ora spengo la luce. 'notte.

16 febbraio 2011

scusa e grazie

Stephen Namar

Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d'acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all'albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell'esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finché vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d'ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
e poi fatico per farle sembrare leggere.

(Wislawa Szymborska )


Dopo versi così non posso chiedere scusa a niente e nessuno. 
Ma ringraziare si. Ringrazio i momenti in cui, come un'onda nella pancia, facendosi spazio tra preoccupazioni e lacrime, ho la fortuna di aver sentito e di sentire amore. Amore, si, in molte sfumature, e non è mica poco.

15 febbraio 2011

.










.è troppo tempo che non facciamo l'amore.














.

rebus

Andrew Young



e una giornata così nervosa era iniziata come altre, solo che tu non parlavi e quando non parli io lo so che non c’è niente che io ti possa dire. Quello che ti chiedi forse è la stessa domanda. ma io non parlo perchè non parli tu. tu invece perchè non ne hai voglia.
forse ti chiedi perchè sono ancora lì, perchè non ho fretta di vestirmi e andarmene e gironzolo invece per la stanza, facendo finta di non trovare una maglietta. in realtà la maglietta non la trovo davvero, ma so che tu pensi che io non la trovo apposta, per stare ancora un pò lì, per superare quel minuto, che forse quello dopo sarai tranquillo e mi dirai vuoi un caffè? per te la mattina bisogna essere nervosi e avere fretta perchè tutte le cose da fare non possono non innervosire. e forse credi che il nervoso ci rende sbrigativi e forse più attivi. io penso invece che con tutte le cose da fare nella giornata, la mattina non si può innervosirsi per una tazza appoggiata in bilico che sporca il tavolo, e merita invece fermarsi. e darsi un bacio. fermarsi e riconoscersi e riscegliersi.
ma di darti un bacio io non ne ho il coraggio, sono così scioccamente delicata che basta uno sguardo severo per farmi tornare nella tana.
così faccio, e mi vesto, maglietta, jeans, golfino. fa sempre freddo in questa casa, io lo so, tu lo sai. mi chiedo se questo non basti, che lo so io e che lo sai tu, per alzare il riscaldamento. chissà cosa pensi tu a proposito.
sono in bagno, mi lavo il viso tra le tue cose, mi sistemo in modo accettabile e penso, faccio colazione qui sotto all’angolo c’è un bar che quella volta aveva delle buone brioche, un pò troppa marmellata, ma forse non è mai troppa.
e poi invece esco dal bagno, raggiungo la cucinina e trovo i tavolo apparecchiato, per due.
vorrei chiederti allora mi ami? ma non lo chiedo. io lo amo? mi chiedo. non lo so, è troppo poco una colazione per un amore. però forse potrebbe essere un inizio. domande assurde dopo anni.
ogni notte che dormo con te, ha mattine che iniziano con un inizio di amore. C’è anche più caldo, hai acceso il riscaldamento. mescolo il caffè che mi hai preparato e sbircio la tua espressione oltre il bordo della tazza. sei un libro per me. chissà cosa sono io per te. forse un film, una chiave, uno zaino, la porta di casa quando torni in città.
i tuoi movimenti sono meno a scatti adesso, i tuoi occhi si socchiudono leggermente guardandomi, eccolo, eccolo lì, l’amore che sai dare.
finisco il caffè, metto nel lavello la tazza, tolgo qualche briciola, lascia stare dici tu, faccio io, stivali e borsa. sono pronta, esco, ti dico.
in mezzo alla stanza indugio un attimo, non so se venirti incontro per un bacio o aspettarti, per un bacio. opto per una stupida via di mezzo, quel punto di mezzo in cui testa e cuore sbattono sempre uno contro l’altro. anche lui si muove, ma sta fermo.
siamo tragici e comici, fino che alla fine ci raggiungiamo.
tu sei ancora in pigiama, quel pigiama vecchissimo e sformato che ti lascia le gambe libere e non solo. io con stivali orecchini e borsa mi appoggio a te, mi adagio verticalmente su te, come si appoggia il giorno sulla notte, o un palmo su un altro. ma cosa abbiamo in comune, ci chiediamo allo stesso momento.
è tra noi la risposta, quella colla istantanea che al solo contatto mi fa cadere la borsa per terra, mentre mi prendi per mano e mi porti in camera.


.

Mute tunnel of love


Allo scoccare della fine del giorno di sanvalentino io non parlerò di questa subspecie di ricorrenza, di baciperugina, di rosecheappassiscono inungiorno, di forzatissimi ristorantini tristi. No, no.

Mi viene in mente invece (senza alcun motivo) che spesso, in qualche ristorante con il mio uomo o con amici,  ho osservato le coppie vicine di tavolo. Fin da ragazzina ho avuto sempre il vizio di fissare le persone, più che un vizio si trattava di un vortice, un incantamento, un buco spazio temporale che mi risucchiava in altre vite. Al ristorante, forse c'era più tempo, era irresistibile.
Secondi che mi sembravano settimane, in cui i miei sguardi osservavano la mano di lui sulla forchetta, il modo di masticare di lei e di alzare gli occhi, se le versava da bere, se gli porgeva le cose. Venivo catapultata in possibili altre vite, immaginavo di cosa stessero parlando, cosa faceva accigliare la fronte di lei, o  in che modo lui guardava il culo della  cameriera che passava facendo finta di sgranchirsi il collo. Dettagli che raccontavano una storia d'amore. Naturalmente dipendeva anche dal tipo di persone, dall'età, da cosa indossavano e da come avevano i capelli tagliati. Ogni coppia è un mondo, mi dicevo. E rimanevo così, immobile, occhi sgranati, incantata. A viaggiare in quei mondi, dalla mia sedia, mentre il mio piatto diventava freddo.

Quando sono cresciuta quel tanto da conoscere le pene d'amore, ho cominciato a leggere le persone nei loro problemi, mi immaginavo il perchè lui stesse con la testa così bassa sul piatto: forse era un tipo introverso, o timido, o forse lei lo sovrastava con la sua personalità? o perchè lei si sistemasse così spesso sulla sedia, o si toccasse continuamente quel ciuffetto sopra l'orecchio: era così in ansia perchè temeva di non piacergli? o perchè aveva un altro appuntamento dopo? o ancora perchè aveva qualcosa da nascondere che la innervosiva?

Mangiare insieme è molto più che nutrirsi uno accanto all'altro.

Ma la cosa che più di tutte mi catalizzava l'attenzione, mettendo in movimento anche veri moti del mio animo, coinvolgendomi completamente, erano le coppie mute. Lui e lei che parlavano solo alla cameriera per ordinare la cena o per chiedere dell'altro pane. Tra loro, il nulla. Poche cose mi inquietavano come quelle scene. Che coppia è, quella che non parla, non commenta il cibo, non si racconta le cose, non ride, non discute sulla vacanza da fare o sui problemi con il capoufficio? Chi sono quei due che mangiano guardando solo quello che hanno nel piatto? passando il sale, se serve, ma poco di più. Quelli tristi, costretti a una cena del sabato sera, mentre la loro mente vola chissà dove, chissà con chi. Le coppie mute, tristi.

Ecco, quelle coppie sono state, e sono tuttora, d'esempio per me. Per ricordarmi ciò che non voglio. Per ricordarmi che l'uomo che desidero di fronte a me, dall'altra parte del tavolo, mi regala sorrisi e chiacchere, magari discussioni, ma presenza, vita. E all'uomo che sta di fronte a me, dall'altra parte dei piatti, potrò anche dire qualcosa con gli occhi, se ho la bocca piena, ma poi mangio, bevo un sorso di vino e magari sottovoce (ho imparato lo giuro) e sorridendo, gli parlo.

13 febbraio 2011

Assaggio n.5

"L'amicizia è un amore che al posto del sesso ha molto di più di tutto il resto" 


(tratto dal libro "xxxxxxxx")

L'orizzonte e il futuro (ovvero: inutilità della domenica mattina)

Larry Charles
L'orizzonte è il punto più lontano che raggiungono i nostri occhi.
Si potrebbe pensare sia come il futuro prossimo, quello che, più che essere immaginato, ci aspettiamo che accada, perchè è il naturale e probabile sviluppo degli eventi a partire da ciò che è il presente.

Se il tempo fosse matematica, il presente potrebbe sembrare un'equazione e il futuro prossimo semplicemente lo sviluppo della stessa.

Se il tempo fosse una strada, il presente potrebbe sembrare la partenza, e il futuro prossimo il semplice svolgersi di una strada più o meno rettilinea, che arriva all'orizzonte.

Ma, così come la matematica presenta alcuni problemi paradossalmente irrisolvibili, così come le strade presentano curve a gomito, lavori in corso e pedaggi da pagare, così l'orizzonte che il nostro sguardo riesce a raggiungere è fallace.
Si sposta nel nostro avanzare, cambia angolazione con il nostro cambiamento. Tale e quale le miliardi di possibilità del futuro.

Oppure non è vero. Il futuro che abbiamo davanti è scritto. Allora l'orizzonte che vediamo non cambia con il nostro cambiamento, ma è solo una linea di pennarello tirata da qualcuno su una velina ad una giusta distanza da noi, affinchè non percepiamo la velina, il pennarello, e ci rimanga solo l'illusione di un cammino da noi scelto.

The Reader ( E' difficile scegliere chi si ama. )





E' difficile scegliere chi sia ama. 

Ho visto il film The Reader, oggi,
di Stephen Daldry con
Kate Winslet, Ralph Fiennes.

Onesta? l'ho trovato fotografico e distaccato, in parte freddo e impassibile.
L'ho trovato anche intrigante e sensuale, e non nego che mi sono indentificata nella parte in cui Hanna desidera e seduce il così giovane amante/lettore. A parte che io non ho mai sedotto un così giovane amante /lettore. Solo desiderato.

12 febbraio 2011

Assaggio n.4

"Quella volta si rese conto che doveva uscire, vedere gente. Era quel giorno che si era stretta un elastico intorno al polso sinistro, fino a perdere sensibilità della mano. Poi, chiudendo gli occhi, con la mano destra si era presa la sinistra e se l'era appoggiata sul viso. Era una simulazione di carezza".


[tratto dal mio libro "xxxxxxx"
]

Magari il buio, tra i fiori



Magari la primavera non mi facesse paura, inquietudine, ansia in tutto il suo risveglio che freme intorno.
Magari non esistessero mattini, soli, e ogni sguardo dietro al vetro fosse calante, nebbioso, fermo.
Magari potessi esimermi dal partecipare ai movimenti, alle gemme, e immobilizzarmi in un muto amplesso tra i fiori, dormiente, costante, sospeso.





Bisogna avere gli occhi chiusi, per poterli aprire ( Il lavoro su di sé)

Sono morto perchè non ho il desiderio,
non ho il desiderio perchè credo di possedere,
credo di possedere perchè non cerco di dare.
Cercando di dare, si vede che non si ha niente,
vedendo che non si ha niente, si cerca di dare se stessi,
cercando di dare se stessi, si vede che non si è niente,
vedendo che non si è niente, si desidera divenire,
desiderando divenire, si vive.

( tratto da IL LAVORO SU DI SE', di René Daumal)

claudia de vilafames


Leggo per la prima volta con gli occhi aperti questo libro epistolare. Quando anni fa me lo ha regalato il mio compagno mi ha detto: "così puoi capire qualcosa di me". Io l'ho aperto e leggendo le prime pagine, a digiuno di ogni cosa, con gli occhi chiusi del sonno profondo, non ho capito neanche di cosa parlasse.
Anzi ricordo che di questo abisso non riconosciuto ho quasi avuto paura.
Mi sono sentita lontanissima da quel mondo e lontanissima dal mio compagno, come se avessi scoperto di parlare una lingua straniera. Mi sono sentita ignorante e immatura. Poi solo diversa.

Stasera l'ho ritrovato, mi ha chiamata dallo scaffale in alto, e dal momento in cui l'ho aperto, l'ho letto ad occhi spalancati avida di assimilare ogni parola, incasellando come per magia molti concetti al loro posto. Su alcune pagine che non comprendevo minimamente, si sono dissolte le nuvole e riesco a leggere, da sveglia.

Molte cose sono più chiare ora, dei concetti interni al libro e ad altri libri, di me e della qualità dello sforzo da compiere e del mio compagno.

Ogni cosa allora era apparentemente"sbagliata": i tempi sbagliati, le persone sbagliate, le esperienze troppo diverse, le incapacità di comunicare sbagliate.

Ogni cosa invece appare sostanzialemente perfetta: i tempi non erano sbagliati, ma solo sfasati; le persone non sbagliate, ma anzi, ognuno era perfetto per segnare una via all'altro ( e come si sa, le vie più utili sono le più difficili) ; le esperienze così diverse hanno portato a scontri che producevano non solo scintille, ma anche profonde riflessioni e cambiamenti; le incapacità di comunicare erano giovani e acerbe, segno che era necessario maturarle.

Bisogna avere gli occhi chiusi, per poterli aprire.

11 febbraio 2011

Assaggio n.3

"L'ultima volta che ho fatto l'amore con te, tu eri all'estero".



(tratto dal mio libro "xxxxxxxxxx")

10 febbraio 2011

Dimenticato, non lo so, dove, giovane, amico.

Sas Christian




















Lino ha ventanni, è alto e magrissimo, di solito porta una giacca scura che gli fa le spalle grandi e i jeans gli scivolano letteralmente giù dal sedere. Lino porta sempre i capelli lisci come seta e di color biscotto al malto e un paio di occhiali neri grandi, con la montatura grossa. L'ho sempre visto così, al lavoro, quando, prima di iniziare, appoggia la mani sulle spalle delle donne e le guarda attraverso lo specchio.
Certi giorni è triste e quasi piegato su se stesso, come il passante per il pollice di una di quelle lunghe forbici che porta in tasca. In quei giorni tutti intorno a lui sono più tristi e più lenti, così come diventano nervosi quando Lino è teso e si muove tra le teste a scatti, controllando dettagli e tempi di posa.
Ha una giovane moglie, Lino, fatta come una parentesi, con i capelli rossi dritti dritti che si spalma sulla fronte coprendosi mezzo occhio. Lo va a prendere quando finisce il turno. Scherzano un pò e poi se ne vanno camminando vicini e ondeggiando.
Ha un padre severo e silenzioso, con le mani forti e veloci. Una sorella piccola, che quando ha la febbre o deve finire i compiti rimane lì, in mezzo alla gente, accampata sul divano blu centrale. Ha una sorella grande, appena arrivata, che sta studiando l'italiano e gira con un quadernino in tasca dove si scrive la pronuncia delle parole che le servono o le piacciono di più. "Dimenticato", "Non lo so", "Giovane", " Dove", Amico" gliele ho insegnate io.
Lino oggi era felice, non c'era suo padre che ha le mani fin troppo forti, rideva con la bocca aperta e flirtava con tutte. L'ho visto fare magie in qualche ora, far sorridere anziane signore, accontentare uomini imbarazzati, cambiare il colore di molti capelli. Anche dei suoi. Ridendo e facendo il pagliaccio per tutta la stanza, si è tinto di un un biondo cenere così cangiante da far invidia a Patty Pravo.
Solo che Lino canta Lady Gaga, fa il parrucchiere, ed è pure cinese.
Lino, che ha ventanni e lavora sorridendo, ha un figlio di un anno e quando di sera, finito con il salone, lo vede su Skype sorride piangendo. Giovani papà e mamma hanno mandato in Cina il piccolo per due anni, non ce la facevano a crescerlo lavorando tutto il giorno entrambi, avrebbero dato lo stipendio a un asilo nido e invece la nonna lo tiene al sicuro. Lo vedranno a Natale, che per loro è quel periodo in cui prima la città è tutta un fermento di lucine e pacchetti, e dopo come in una magia, si ferma nelle case a festeggiare. Nel periodo in cui si faranno il giro del mondo in aereo per tenere stretto il loro piccolo per qualche giorno.
Lino sta ridendo con la bocca aperta adesso, la sua piccola moglie è entrata nel salone e l'ha visto con i capelli biondissimi, si è fermata in mezzo alla stanza, sbigottita da quel nuovo Billy Idol, poi ha scosso al testa sorridendo e gli è andata incontro, baciandolo in mezzo alle teste phonate. Proprio come due ragazzi di ventanni.

Pietro

http://web.me.com/alemela/www.alessandraspigaiphotos.com/alessandra_spigai.html

Il signore andato via

Javier Arizabalo García


























Era un signore andato via.
A lei qui rimasta tantissimo mancava.
La traccia da lui lasciata segnava ovunque intorno a lei l'aria.
Come un quadro spostato per sempre segna la parete.

(vivian lamarque)


Gli amori sembrano patti e non sono che passaggi. Non dimentichiamocelo mai, mentre amiamo, che potremmo non sentire mai quel pieno e quel vuoto, e che potremmo sentirlo subito dopo, solo il vuoto rimasto.
Così, la prossima volta che amerò, se questo accadrà, voglio mettermi un campanellino attaccato a un braccialetto. E ogni volta che suonerà mi ricorderà di ricordarmi. Che ogni minuto è un regalo, e una carezza in più è un piccolo fiore.

Tutto è provvisorio anche un blog

"Tutto è provvisorio: l'amore, l'arte, il pianeta Terra, voi, io. La morte è talmente ineluttabile che coglie tutti di sorpresa (*). Come sapere se questo giorno è l'ultimo? Crediamo sempre di avere tempo. E poi di colpo, puf, non ci siamo più, fine del tempo regolamentare. La morte è l'unico appuntamento che non segnato sul vostro organizer." 
[ tratto dal libro Lire 26.900, di Frèdèric Beigbeder, Economica Feltrinelli]


(*) nota personale: anche quando la stai aspettando.

Maya Kokocinski Molero



















Carosella non è un blog emo è evidente, ma neppure glamour.
Chiamarlo blog infastidisce, ogni volta che lo scrivo o lo pronuncio, mi suggerisce l'idea di adolescente o di modaiola o di tecnologicamente dipendente  (cose pur in minima parte vere, tutte), mi etichetta come blogger (definizione terrificante da tutti i punti di vista), mi appioppa una serie di motivazione di esistere comuni a molti.
Ho chiesto ad una amica scrittrice e giornalista molto glam che scrive per una importante rivista femminile patinata e sul suo blog molto seguito (dalle sue lettrici della rivista femminile patinata) cosa ne pensasse del mio blog.
Mi ha chiesto perchè. Cioè perché lo scrivo, per chi è, a cosa serve.
Ho cercato di rispondermi, prima ancora di rispondere.
Poi nei giorni a seguire, scorrendo all'indietro i post fino ad andare indietro di anni, la risposta si è formulata da sola. Tutto dura poco.
Scrivo cose, pensieri, critiche e scherzi, perché tutto dura poco.
Perché istintivamente voglio comunicare a più persone possibili: voglio dire, fare, apparire, anche. Come alzare le braccia in lontananza e dire : heyyy, sono qui! Mi vedete??
Per questo le semplici parole del semplice libro che ho citato prima sono a corollario di questo post.
Carosella si racconta e chiacchera perché non si sa quanto dura il viaggio, e
nel frattempo, perché non lasciare una piccola scia di confidenze?

Ps.poi un giorno,quando chi mi visita mi lascerà qualche commento in più, sarà un sentierino a doppio senso :-) Intanto io accendo il faro: sono qui!

9 febbraio 2011

Malattia e cura.




















La malattia è dolorosa. Non scegli di prenderla, arriva. Entra e ti modifica.
Che sia grave o passeggera, si fa panorama del tuo sentire e diventa il mondo per il tempo della sua durata. E' un dolore per il nostro corpo ( e non solo), poi generalmente passa. Generalmente ci ha lasciato anticorpi più resistenti, dello stesso identico ceppo non ci ammaleremo più. E' un percorso verso il rafforzamento. Un percorso doloroso.

La cura è amara. Tutte le medicine sono amare, anche quelle che non lo sono. Il tempo per buttarle giù è breve, ma sembra lunghissimo, rimane l'amaro in bocca per lungo tempo. Ci faranno guarire, ma sono amare. Non tutte funzionano. Certe volte resti ammalato cronico. Altre volte guarisci. Altre ancora credi di esser guarito.

Malattia e cura. 
Amore difficile e privazione dell'oggetto amato.
Disintossicazione, depurazione. Guarigione. Cicatrici.
Che vita del cazzo.

Assaggio n.2

"Se non sei il Caso o la Morte in persona, non è facile uccidere un uomo. Tantomeno una donna. Tantomeno se la donna sei tu."


[tratto dal mio libro: "xxxxxxxxxx"]

8 febbraio 2011

tralicci

Sono tralicci di fame notturna
le mani nodose nella pancia
che si intrecciano e si arrotano come vecchi 
senza morte
così i mancamenti della tua presenza
s'appigliano alla mia gola. 

Dormimi accanto, senza sapere dove, 
         sarò solo io a esserci, tu
rimani nell’altrove, ma a me,
 permetti ancora 
di respirare miele.

7 febbraio 2011

Assaggio n.1


Se una donna prima di masturbarsi si toglie il reggiseno per accarezzarsi, non ha bisogno di quello che sta per fare. Ha bisogno di amore.



[tratto dal mio libro: "xxxxxxxxxx"]

6 febbraio 2011

Per Lago e gli altri amanti di Mark

Undici anni fa ho cambiato casa e nella parte finale del corridoio ho fatto costruire due armadi rivestiti di carta bianca, uno di fronte all'altro, che stringono il passaggio come un tunnel.
Scelta infelice fossi stata un architetto, ma approfittando del fatto che non lo sono, ho scelto di tappezzare questi due armadi delle parole che avrei preferito leggere e rileggere, passando. Versi, stralci di canzoni, poesie intere. Font e grandezze diverse, incroci di lettere, frasi in perperndicolare. Liberi versi in libero armadio.
Trascorsi tutti questi anni, l'armadio resiste, ma la superficie di carta e poesia ne risente, ci sono grassi di gatti, impronte di dita sporche, sfumature grigiastre ai lati e qualche bolla di umidtà lassù verso il soffitto.
Come tutte le cose, il suo aspetto sta camabindo e come tutte le cose il modo in cui le vedi, cambia.
Alcune canzoni non le ricordo più, altri versi non mi rappresentano assolutamente più, addirittura alcuni tipi di carattere li trovo quasi fastidiosi alla vista.
Ma c'è un punto, a metà a armadio, ad altezza dei miei occhi, dove arriva la luce della finestra dalle nove alle undici di mattina, che ad ogni mio passaggio in corridoio mi rinfranca.
Approvo quel passaggio, mi ci ritrovo, conosco ogni a capo alla perfezione, ogni increspatura della carta, ogni refuso nella battitura di allora, quella enne che è stata dimenticata chissàdove che fa quasi da marchio al mio essere. Poesie con refusi, potrebbe essere il mio epitaffio.


In un campo
sono l'assenza del campo.
E' sempre così
dovunque io sia,
sono ciò che manca.
Quando mi muovo
fendo l'aria
e sempre l'aria
rifluisce a riempire
lo spazio in cui
si trovava il mio corpo.
Tutti abbiamo un motivo per muoverci.
io mi muovo per preservare
la compiutezza delle cose.
(Mark Strand)





Il mio grande Mark Strand.


















Niente ti dirà
dove sei.
Ogni attimo è un posto
dove non sei mai stato.


 (Mark Strand) Da: “Il futuro non è più quello di una volta” 


Mark Strand è nato a Summerside (Prince Edward Island) in Canada e vive a New York. Insegna alla Columbia University. E’ uno dei poeti più importanti sulla scena internazionale. Ha pubblicato dodici libri di poesie. Con Blizzard of One nel 1998 ha vinto il Premo Pulitzer.

5 febbraio 2011

Orgoglio e precipizio

opera di Helen Lehmann




















Ipotesi:
Fare figli è un cammino impervio ma meraviglioso.


Dati:
un maschio sedicenne metallaro e incazzato
+
una femmina tredicenne intellettuale e sognatrice
+
una madre fragile e forte


Dimostrazione:
Si parte dall'orgoglio e il sollievo di mettere al mondo due figli sani, e si inizia. Riempirsi di gioia universale perdendosi nei loro primi sorrisi, battere le mani vedendoli fare i primi assi, sostenerli con entusiasmo nei primi giorni di scuola, coccolarli prima della nanna, incoraggiarli nelle prime gare di corsa, rassicurarli sulle difficoltà con gli amici, rimproverarli con fermezza e dolcezza per le loro prime bugie, spiegare a loro tutto quello che sappiamo, aver paura di non sapere abbastanza, ma cercare di trasmettere tutta la sicurezza che abbiamo. Ridere con loro. E si continua. Usare la pazienza che abbiamo in ogni tasca, contare fino a 10 e trovarne ancora, quando quella è finita. Farli piangere e soffrire più di loro. Sorprendersi a vederli avvicinarsi alla nostra altezza. Fare la spesa sorridendo mentre compriamo qualcosa che piacerà a loro, aspettare il rientro serale con un pò di ansia e coprirla con un sorriso quando ci appaiono davanti. Accarezzare i capelli sul divano guardando telefilm che non ci interessano, anche se le teste sono cresciute e il mento inizia a pungere. Sorprendersi sempre per i loro ragionamenti. Ridere con loro. Pettinare i capelli lunghi ripetendo quanto sono belli e quanto è bella la natura che fa sbocciare i piccoli seni. Sognare un futuro per loro senza dirlo per non influenzarli troppo. E si continua. Sentire ancora lo stesso orgoglio, ma che sta cambiando, per quest'opera immensa che è un figlio che cresce. Sperare di aver seminato parole ed esempi nel nostro modo migliore. Metterci alla prova ogni giorno, ogni mattina, ogni sera, ogni istante. Resistere al nervoso, contare fino a 50 e accogliere ancora. Insegnare che possono mirare in alto e che devono credere in se stessi. Piangere per loro. Rispondere a tutte le domande del cosmo e centellinare le nostre. Aspettare. Guardarli leggermente allontanarsi, e ancora tornare. Gioire ancora, dopo tanti anni, nel guardarli addormentati e vedere ingenuamente negli occhi chiusi qualcosa di angelico. Aspettare. Fare da muro alla loro rabbia, contare fino a 100. Resistere. Riaprire porte sbattute. Guardarli e trovarli sempre più belli. Lasciar dire a loro più spesso l'ultima parola. Essere stanchi. Sentire ancora orgoglio, ma sentirsi ogni tanto sull'orlo del precipizio di non farcela più. Ma resistere. Sentire che è una vicinanza a tempo e godere ogni minuto, anche se ci fa sfiancare dalla fatica. Ridere con loro. Gridare con loro. Aspettare. Sperare. Resistere. Accogliere. Sperare.