31 gennaio 2011

Quello che dell’amore resta (ed esce dagli occhi)

























Molto era in quell’alba, in quell’albergo, nella carta
che mostrava l’acqua dura del muro e del soffitto.
Tutto, forse il senso del mondo, era nel singhiozzo di lei
con la nuca che batteva contro il letto
e nel gesto di lui
che le avvolgeva i seni nel lenzuolo.
Fuori cresceva il giorno
innaturale, come lo stelo di ferro della lampada
scosso a lungo con ira quando il corpo dell’altro era più solo.

(Antonella Anedda) 
è una delle più grandi poetesse italiane viventi.





I singhiozzi sono gesti da bambini, o da adulti sinceri. 
Piangere a singhiozzi , se ne si ha motivo ( o meglio sarebbe di no) è uno scuotimento di tutto il corpo, una tempesta emotiva che ci da la scossa nel corpo e nell'anima. Quando la queite ritorna, la spossatezza è simile al dopo l'amore, le endorfine si sciolgono nei liquidi e ci si sente non a caso più leggeri.
I problemi o dispiaceri non passano, ma il corpo segnala uno scaricamento di stress, è pronto a rimettersi in sesto, la mente più lucida, il cuore lievemente rinfrancato.


Sarà, ma io non mi sento sempre così appagata, dopo.



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Altre poesie di Antonella Andedda le ho trovate qui.


28 gennaio 2011

Espiazione e libertà.


















Esseri testimoni di se stessi
sempre in propria compagnia
mai lasciati soli in leggerezza
doversi ascoltare sempre
in ogni avvenimento fisico chimico
mentale, è questa la grande prova
l'espiazione, è questo il male.

(da Poesie di Patrizia Cavalli)

Noi donne SDC (SensoDiColpa) dobbiamo toglierci il cappotto pesante del senso della colpa, mandare al diavolo l'inverno, liberarci le spalle, pur con qualche brivido, e goderci la libertà. 
L'espiazione affossa inutilmente e dannosamente ogni slancio verso l'alto.

"Mi piace pensare che non sia debolezza né desiderio di fuga, ma un ultimo gesto di cortesia, una presa di posizione contro la dimenticanza e l'angoscia, permettere ai miei amanti di sopravvivere e vederli riuniti alla fine. Ho regalato loro la felicità, ma non sono stata tanto opportunista da consentire che mi perdonassero, non proprio, non ancora". 
(da Espiazione di Ian McEwan) 
Anche quando non la permettiamo agli altri, l'espiazione, impediamo alla libertà di slanciarsi verso l'alto e di elevare l'animo del mondo.







Primo appuntamento: pizza e famiglia



Mio coetaneo, più o meno, con la testa un pò troppo china sulla pizza (non è che sto a notare sempre ste cose, ma al primo appuntamento è lecito), la prima cosa che mi dice di se sono i suoi problemi con la sua famiglia.

Oddio, è sposato, penso.

No, intendeva la sua famiglia d’origine, mamma, papà, fratelli e ecc. Intendeva rapporti familiari, complessi di Edipo, castighi. Mi stava mettendo in guardia.


Oddio Oddio è minorenne, penso. (e io sono cieca)

No, no, intendeva proprio che l’unica famiglia di cui conosce il significato è la sua prima, quella d’roigine, dove è nato. Mi racconta ora delle ripercussioni, delle problematiche, mi assicura però di essere... normale.

Oddio. Oddio. Oddio. E ora? chiamo il conto di nascosto? no, vado in bagno e cerco di fuggire dalla finestra? E ora come reagirà quando gli dirò che la mia famiglia d’origine era “normale” e che l’ho lasciata una quindicina d’anni fa per farmene una mia, con tanto di librerie nuove da montare, con tanto di figli che la animano, e con tanto di sogni? E che poi è andata male e le librerie le abbiamo dovute smontare e che che i figli continuiamo a rassicurarli, e della difficile gestione con l’ex, e dei ruoli convergenti di mamma/donna/ amante/ professionista/ cuoca/ consigliera/ ecc ecc. Ecco, adesso cosa mi chiederà?

Si ferma un momento sulla sua pizza alle verdure non so se per il silenzio improvviso o per il ronzio dei miei pensieri rumorosi, e fa solo un cenno con il mento, un piccolo cenno interrogativo che significa

“Beh che c’è?”.

Mentre lo fa, di alzare il viso, mentre mi sto dicendo ale, gambe in spalla e fuggire, la lampada della pizzeria illumina lateralmente i suoi occhi. Sembrano sinceri.
Stronza la crocerossina che c’è in me, proprio una stronza.

Nulla! rispondo, la mia pizza è buona, ne vuoi un pò?

27 gennaio 2011

Solo chi manca può riempire il vuoto che ha lasciato.

Ho tre anni e trentotto. Seduto sul tappeto, gioco con le formine, cerco di fare entrare il cubo dove andrebbe il tondo. E' difficile coincidere con lo spazio nel quale proviamo a inserirci: solo chi manca può riempire il vuoto che ha lasciato.





Non sono una letterata nè un'esperta, una lettrice, si. Le frasi che mi colpiscono di più sono quelle che avrei voluto scrivere io, che mi fanno pensare. E dopo un pò, forse si fanno contraddire. Altre volte lasciano aperta la risposta, come una finestra. Solo chi manca può riempire il vuoto che ha lasciato. Si, ma certe volte quel vuoto si richiude da se, come una violenta ferita slabbrata, infettata, lentamente guarita, che sopporta solo unguenti dolci e carezze, non ulteriori inserimenti.


E' la pagina 55 del libro "Tutto torna" ( Feltrinelli) di Giulia Carcasi . Una giovane giornalista che scrive di una storia d'amore in modo semplice e apparentemente banale. Come quasi tutte le storie vere.

26 gennaio 2011

In vino sanitas!




Da un articolo scovato in un giornale di qualche anno fa, scopro una notizia che mi fa venire l'acquoilina in bocca: il vino fa dimagrire! 
Piano, non corrente alla bottiglia: un bicchiere di vino a pasto (ma non di più) è un’ottima arma per perdere peso, perché regola naturalmente il metabolismo di oli e grassi. Alla base di questa azione c’è un complesso meccanismo biologico. 
"Per mantenere un buon equilibrio di tutto l’organismo e metabolizzare correttamente gli alimenti ingeriti, infatti, è necessario conservare un corretto rapporto tra acidità e alcalinità, che tecnicamente si definisceequilibrio acido-base, rappresentato da un Ph compreso tra 7,35 e 7,40. 
In questo modo si assicura il buon funzionamento delle due fasi metaboliche: il catabolismo, ovvero l’azione di demolizione delle sostanze ingerite per produrre l’energia necessaria alla vita, e l’anabolismo, cioè la sintesi delle molecole elementari per produrre le sostanze utili alle varie parti del corpo.
E qui torniamo al vino, tanto caro a noi italiani: se consumato in dosi moderate, contribuisce in modo efficace a mantenere l’equilibrio acido-base, e a metabolizzare in modo corretto i grassi, le proteine e gli zuccheri. " [ G. Sicheri, Un pò di vino, tanta salute, Red edizioni 2007]

Bella notizia eh? i vini migliori per questa azione "dimagrante" sono quelli secchi, privi di zuccheri, e di limitata gradazione alcolica (circa 10 gradi). Mi viene in mente un fresco Tocai, o un Prosecco DOCG. I vini ricchi di acidi organici, come il Barbera, sono invece diuretici, quindi favoriscono l’eliminazione delle tossine e contrastano la sensazione di gonfiore al pancino. L'alcol dà una mano a ridurre il tenore di zuccheri nel sangue (da qui il detto «Il vino fa buon sangue»), mentre il cromo contenuto nel vino risulta benefico aiutando l’insulina a proteggere dal rischio di diabete.
Infine, dulcis in fundo, i polifenoli contenuti nel vino rallentano l’invecchiamento, il propanolo combatte ipertensione e mal di testa. Per tutti questi motivi, il vino, associato a una dieta mediterranea equilibrata e non troppo calorica, porta salute e bellezza.


25 gennaio 2011

Che amarezza, la durezza.

Un volta un uomo quasi in lacrime mi disse che gli era stato portato via il presente e il futuro. Deve essere terribile, gli risposi io, stringendolo al mio petto.
Si, continuò, mi rimane solo il passato, per dare realtà a ciò che ho vissuto. 
Almeno questo, risposi io.


Oggi mi guardo tra le mani e non trovo presente, futuro, e del passato intravedo un ologramma interpretato. 
E' il nostro amore che misura l'amore dell'altro. 
Dall'altra parte non è detto che ci sia altro che sperimentazione.

24 gennaio 2011

Il passato è una terra straniera

Vania Comoretti was born in Udine (Italy) in 1975.





















È appoggiata al banco, è sola e beve una spremuta. Per terra, vicino alle gambe, ha una borsa di pelle nera e non so per quale motivo vengo attirato proprio da questo particolare. Mi fissa con un'insistenza imbarazzante. Quando i nostri sguardi si incrociano però si gira. Passano pochi secondi e mi guarda di nuovo. Questa sequenza si ripete diverse volte. Non la conosco, e all'inizio mi chiedo se stia guardando proprio me. Ho anche l'impulso di controllare se ci sia qualcuno alle mie spalle, ma mi trattengo. Dietro il mio tavolino c'è soltanto il muro e io lo so bene perché mi siedo lì quasi tutti i giorni.



"Il passato è una terra straniera" ( Gianrico Carofiglio) inizia così.

Risultati di ricerc

Mi basta questo, non voglio dire di Giorgio, studente perfetto ventiduenne figlio di intellettuali borghesi. Ne' di Francesco, l'amico torbido. Leggete il libro, le figure maschili sono cesellate e i destini vanno al galoppo verso scoperte, dolorose e inquiete.

Parlo invece del suo semplice incipit, che sembra scomposto in fotogrammi. Come succede a me quando sto realizzando cose importanti o compiendo azioni determinanti per il mio futuro, o apro gli occhi sul mio passato. Clic, clic, clic. Oggi ho visto susseguirsi diverse espressioni del mio viso riflesse sulla porta a vetri del mio studio. Interesse. Dolcezza. Amarezza. Scambiavo pensieri sul cellulare con una persona importante, temevo l'ormai conosciuto epilogo, ma come finora succedeva speravo in un finale a sorpresa, da commedia romantica. Mica l'amore eh, solo la dolcezza.
Magari poteva sbocciare un fiore di gentilezza, di apertura, un morbido sapore che rimanesse sotto la lingua ad addolcire la medicina cattiva di un passato che già conoscevo.
Invece no. Invece, clic. Clic. Clic. Stupore, rabbia, delusione.
Svolta di tono e, inaspettatamente, alla spiacevolezza della risposta ricevuta, ho reagito senza lacrime.  
E' il passato ciò che mi fa male o ciò che credevo conoscere e scopro assolutamente sconosciuto, come una terra straniera, nei suoi protagonisti?


Ci furono anche quei giorni

Shawn Zents
Ci furono anche quei giorni in cui mi mancò il respiro dal dolore, endemico e nebbioso da entrare in ogni poro della pelle dell'anima e del corpo e saturarla di nero.
Ci furono anche quei giorni in cui la gioiosa euforia della parte alta della testa fiorì come un pesco e si accompagnò cantando a qualsiasi azione quotidiana.
E ci furono i giorni in cui la tenacia e la forza del sentimento mi diede la determinazione di reggere, tutto, di assorbire l'onda alta fino a piegarmi completamente all'indietro, senza però cadere. Come certi mimi, con i piedi ancorati al terreno con dei ganci.
Ci furono anche quei giorni in cui morì un amico, in cui persi il lavoro, in cui il problema o il dolore che ebbi davanti e tra le mani furono incandescenti. In cui io fui ancora sola. In cui se anche solo le mie orecchie avessero udito vicinanza mi avrebbe dato conforto.
E ci furono quei giorni della follia, per le strade, di giorno e di notte.
Ci furono anche quei giorni in cui sperai che il peggio fosse passato, che una mano grande prese la mia per attraversare la strada, che lo sentii, quel ti amo silenzioso nel  buio.
Ci furono anche quei giorni di onde in burrasca, in cui io felice non vomitai.
Ci furono anche quei giorni di tazze di tè, e di allenamenti.
Ci furono anche quei giorni e poi
poi ci fu come una morte improvvisa, perchè nessuno mi guardò negli occhi per dirmi
che quei giorni non sarebbero stati più.
Ci furono anche quei giorni di silenzio. Lungo e dolce silenzio interiore.
Così arrivarono anche quei giorni in cui mi accorsi finalmente
degli immeritati giorni ricevuti.
E smisi.

20 gennaio 2011

Sotto cieli noncuranti, un'ingenua e testarda infermiera di cuori.

"Le cose spaiate si devono appaiare. Le cose rotte si devono aggiustare. E quelle che fanno soffrire si devono curare. Si fa così. io questo lo so."


“Sotto cieli noncuranti” di Benedetta Cibrario edito da Feltrinelli.


Ho comprato e letto questo libro come da manuale, dalla copertina e da questa frase virgolettata che c'era sul retro.



La storia è ambientata in una Torino innevata ed è raccontata a più voci, la migliore delle quali quella di Matilde, una bimba di 12 anni. Un'incidente, poi un'altra morte, un'indagine, due storie che si intrecciano, un dolore che si sparge sulla vita dei rimasti, una bambina che, come fanno ostinatamente i bambini, vuole guarire la "malattia del dolore", lei che aggiusta le cose, lei che vorrebbe le cose a posto.
"E' semplice, basta volerlo fare e le cose si aggiustano."
La tenerezza di questi pensieri, che coincide con una certa mia ingenuità rimasta; le percezioni dei bambini, che si sentono responsabili sempre e comunque della sofferenza dei loro cari.
Queste sono i due elementi che mi ha lasciato questo libro, ben scritto, ben equilibrato.
Nonostante si centri su due tragedie, mantiene una linea semplice e senza sentimentalismi. Forse è la visione di Matilde, che emerge, incapace di realizzare davvero la disperazione, ma spettatrice attiva e infermierina dei cuori.

19 gennaio 2011

Immagini di memoria dispersa















"Immagini di memoria dispersa sono quello che rimane. Il tempo liscia gli spigoli, arrotonda lati taglienti e pian piano dissolve i ricordi. Per questo io raccolgo sassi, legni, pezzi di cose, parole scritte su foglietti. Fotografo le cose intorno a me e, certe volte, quando ci riesco, le cose che ho dentro".

18 gennaio 2011

Che pescada!


Passando una domenica di mercatino dell'antiquariato nella cittavecchia di Trieste, ho notato l'atmosfera calda che proveniva dai vetri di un ristorante che non conoscevo. Pescada, in via del Ponte 6/a. Sono entrata senza pensarci un attimo e ho prenotato per la sera stessa, per due.
20.30. nome: Alessandra. X 2. ( la prossima volta giuro, prenoto a nome Carosella )

Siamo più o meno puntuali, il mio ospite ed io, l'atmosfera è ancora più accogliente e ci fanno accomodare sul piccolo soppalco di legno.
Ambiente molto intimo, curato, ma semplice. Sedie spaiate, bicchieroni per l'acqua di vetro grezzo, posate di design e bacchette hashi ( o chopsticks?).

Il cameriere è accaldatissimo, ma molto simpatico, ne' invadente, ne sfuggente. Ci suggerisce lo chardonnay della casa, fresco e profumato.
Ci facciamo consigliare qualcosa dal menù (che inaspettatamente nasconde sashimi e altri tocchi orientali), ma poi io, sempre di testa mia, decido per gli assaggini di antipasto, mentre il mio commensale si lascia portare verso una tartare di branzino pescato. 
Il mio piatto propone: un'insalatina di polpo semplice, ma proprio perfetta, tenera e delicata. Un baccalà mantecato che, si sa, può rientrare nella categoria passando da un livello di gastronomia da supermercato a uno di nouvelle cuisine (vabbè, proprio nouvelle cuisine no, ma è per dire).
Quello che ho gustato, contornato da dolcissime olivette taggiasche e un filo di miele aromatico è a prova di palati fini. Le sardoni in saòr, delicato paragone con le ricette che ognuno di noi si passa in famiglia, ahi, qui devo dire, nonostante io ami l'agrodolce, se misurato, qui sono andati un pò oltre. Troppo dolci le cipolle, tanto da sembrare caramellate, ma senza essere però bilanciate dal sapore salato delle sarde, che sparivano. Peccato.
Dall'altra parte del tavolo invece troneggia la tartare di branzino. Di solito non amo le tartare di pesce perchè spesso o sono forti o insipide, ma questa ha un equilibrio ammirevole, profuma di basilico e aria di mare. 
Terminati gli antipasti, tento con il banco di prova più classico. Il primo piatto allo scoglio/sapore di mare/ chiamatelo un pò come volete, insomma quello. Tagliolini, per l'occasione.
Una parola. Ottimi. Tagliolini in bianco (con qualche pezzetto delicato di pomodoro), bei ciuffoni di prezzemolo freschissimo che fanno da baffi a un piattone di scampi, calamaretti (piccoli, interi e tenerissimi), gamberi, cozze, vongole e moscardini minuscoli. Tutto, come l'avrei scelto io.
Vorrei provare come secondo piatto il branzino al miele che ci ha raccontato il nostro cameriere, ma non me la sento e procediamo invece verso una creme brulee. 
E' semplice, con il "croc" giusto della crosticina che si rompe (Amelie insegna), ma non barano neanche qui, è proprio una gran bella creme brulee.
40 euro a testa. Non poco, è vero, non abbiamo neanche mangiato un pesce a forma di pesce (direbbe qualcuno) e il vino era a calice ( 4  in 2). Ma come attenuante è che siamo nel centro più centro di Trieste, che la serata è intima e piacevole, e che nonostante l'aspetto da "bella trattoria" è un signor ristorante di pesce.

look back












"When I want to understand what is happening today or try to decide what will happen tomorrow, I look back"
Oliver Wendell Holmes

17 gennaio 2011

Ieri ti ho baciato sulle labbra

Ieri ti ho baciato sulle labbra. 
Ti ho baciato sulle labbra. Intense,
rosse. Un bacio così corto 
durato più di un lampo, 
di un miracolo, più ancora. 
Il tempo 
dopo averti baciato 
non valeva più a nulla 
ormai, a nulla 
era valso prima. 
Nel bacio il suo inizio e la sua fine.

Oggi sto baciando un bacio; 
sono solo con le mie labbra. 
Le poso 
non sulla bocca, no, non più 
- dov'è fuggita? - 
Le poso 
sul bacio che ieri ti ho dato, 
sulle bocche unite 
dal bacio che hanno baciato. 
E dura questo bacio 
più del silenzio, della luce. 
Perché io non bacio ora 
né una carne né una bocca, 
che scappa, che mi sfugge. 
No. 
Ti sto baciando più lontano.


 (PEDRO SALINAS)




Le scelte di Virgina

la notte in mezzo

Donna addormentata (Pablo Picasso)
Negli anni si impara che è meglio non mettere mai una notte in mezzo tra quello che vuoi dire e quello che credi vorrai dire domani.

Ormai questa consapevolezza è assimilata, ma ancora non riesco a metterla in pratica se non in piccole azioni, piccolissime.

Procrastinare [pro-cra-sti-nà-re] (procràstino) lett. Rinviare a un altro giorno con il fine di temporeggiare.

La mia mente viaggia dal domani all'altro ieri, s'appiglia ad azioni abitudinarie e necessarie, vagheggia di desideri e rimpianti. Tutto per sfiorare appena ciò che so essere saggio, essere nel presente, fare ciò che so di dover fare in quel momento.

Quando si è bambini o ragazzi, il domani è ovvio, è la mattina dopo una notte che dura un battito di ciglia. Da bambina mi lamentavo della brevità della notte, in cui non riuscivo a godermi il calore delle coperte e il piacere di starmene rannicchiata. Chiudevo gli occhi , solo il tempo di pensare che lo stavo facendo, forse un paio di pensieri veloci, lì a seguire, e oplà, la mano della mamma sulla fronte mi svegliava sottovoce, avvisandomi che era mattina. Mi irritava l'immediatezza della notte da ragazza. Allora non aveva alcun senso non rimandare a domani qualsiasi cosa, il domani non aveva dubbi e arrivava chiudendo gli occhi un solo momento.

Adesso non è più così, è una salita l'addormentarsi, ho imparato anche che una serie di piccoli rituali ( che prima guardavo in altri distaccata) facilitano l'ingresso nel sonno, come uno scivolo lento. E poi inizia la traversata, girarsi, riemergere dal sogno, rendersi conto che sono le tre, poi sono le quattro e venti, poi qualche uccellino, forse si fa mattina. Quando l'insonnia prende coraggio addirittura la notte s'allunga e raddoppia.

Allora si, che ogni notte è un viaggio, contiene più vite, più mal di schiena, più sete e più incognite. Si prende tutto il tempo che vuole per farmi pensare, ad ogni cosa, amplificando le emozioni fino a farmi battere il cuore più veloce.

La notte è come una seconda vita, che mi assorbe e mi insegna le stagioni e il tempo giusto per le cose. Una piccola scommessa quotidiana su quello che cerco stupidamente di rimandare e quello che domani vorrò o potrò dire o fare.

15 gennaio 2011

Io sono in te

Io sono in te 
come il caro odore del corpo 
come l'umore dell'occhio 
e la dolce saliva.
Io sono dentro di te
nel misterioso modo

che la vita è disciolta nel sangue
e mescolata al respiro.





 (Lalla Romano) 

Nettare Di Vino: il cavolo nero dov'è? e il flambè?

E' un locale conosciuto e spesso affollato eppure non ci ero mai stata fino a due sere fa, cenetta in quattro con tavolo prenotato.
Parlo de Nettare Di Vino, enoteca, ristorante, e varie, in via Diaz 6/B.
Nulla da eccepire nell'ambiente, carino, accogliente, legnoso come a un'enoteca conviene. Peccato che tutta la sera siamo stati gli unici a cena, e questo fa un pò tristezza, ma poco importa, avevamo tanto da chiaccherare e commentare.
Due antipasti (le signore) di radicchio rosso tiepido, con montasio (con mela verde e kren) su una pergamena di pane (scelta da chef adatta a un'enoteca?) a mio parere discreti, per altri troppo amari.
Una ribollita (mitico minestrone riscaldato toscano, ndr), irresistibile tentazione nell'elenco ( a voce, niente menù) del cameriere. Buona zuppona, piatto anche troppo pieno, ma con un punto di domanda (il mio quinto di sangue toscano salta fuori, stuzzicato): le ribollite che si rispettano vivono sul cavolo nero. Dov'era?
Nota felice la tartara, che veniva offerta come antipasto o come secondo (in dosi differenti, immagino): ottima,  profumata e molto "cucinata", lontana da una frullata di carne cruda che spesso si trova in giro.
I filettoni anche, niente da dire. Solitamente il filetto con le creme varie sopra che coprono e uniformano i sapori mi lascia un pò perplessa, questo proprio no. Funghi e carne al sangue, tenerissima e estremamente gustosa.
Dolci, un po in discesa, la crema veneziana era piacevole ma sembrava pandoro ciò che era sommerso (ahi ahi). E la mia crêpe flambé... e beh, ci sono rimasta male un po da bambina, ma se non c'è la fiamma, che flambè è?
Bevuto invece con piacere il vino che ci hanno proposto, un merlot che non ricordo, semplice e leggero. 33 euro a testa. Non proprio economico, ma forse sono stati i filetti.
Considerato che è in centro, a portata di mano, che si la cucina è tutto sommato curata e la carne di qualità, Nettare Di Vino non mi ha deluso, provatelo anche voi.


14 gennaio 2011

La settima onda, aspettiamo l'ottava

Daniel Glattauer è intelligente e pronto. Perchè quando il treno giusto passa sono quelli intelligenti e pronti che sanno saltarci sopra. Così, benchè il treno giusto se lo sia scritto da sè, e sto parlando di "Le ho mai raccontato del vento del Nord", quando il treno del successo stava passando, Daniel Glattauer non si è lasciato scappare l'occasione di un sequel.
I sequel dei film scendono di livello, solitamente le sceneggiature sono più banali e con effetti speciali particolarmente carichi.
Ma ne "La settima onda", ancora Feltrinelli, l'attesissimo proseguimento della storia epistolare di Emmi e Leo, non appare una sceneggiatura banale, no, no, è proprio identica. Non appaiono effetti speciali più tecnologici, bensì smielati e prevedibilissimi passi avanti verso il coronamento di un amore via email. Le schermaglie virtuali si sciolgono in una vita reale a due che si prospetta piuttosto combattiva e petulante. Auguri e figli maschi!


Daydreamer


Daydreamer, sitting on the sea,
soaking up the sun,
he is a real lover,
making up the past and
feeling up his girl like hes never felt her figure before




13 gennaio 2011

Io e te


Una sera non serve per leggere "Io e te" (Einaudi), prima c'è tempo anche per vedere un film, una commedia intelligente magari. Dopodichè 116 pagine si iniziano e si finiscono come una telefonata con un amico.
Stai bene, si, e tu? ti racconto cosa è successo, si, dimmi, ti racconto di Lorenzo, 14 anni, che mi fa venire in mente uno dei tuoi figli. Nel libro finge di partire per la montagna con amici di scuola, ma non l’hanno invitato, e lui mente.
Si prepara la scorta di cibo, acqua e fumetti, e si chiude in cantina. Pieno di provviste in scatola e di idee confuse. Appare la figura di Olivia, sorellastra, con le meccaniche di sorellastra che chi ci passa in mezzo conosce, non è più bella e piena come un tempo, ora è tossicodipendente, è messa male. 

Solitudini, le loro, diverse ma che si toccano. Nell'essere figli e nel disagio di crescere. Genitori che sbagliano, pensieri grandi e acerbi da adolescenti che possono cambiare la vita.

In qualche pagina ho visto mia figlia, rifiutare aspetti del padre e ribellarsi, in altre viene fuori dirompente mio figlio sedicenne, che improvvisamente dice"Mi sono messo le stesse cose che mettevano gli altri. Le scarpe da ginnastica Adidas, i jeans con i buchi, la felpa nera con il cappuccio […]. Camminavo come loro. A gambe larghe. Buttavo lo zaino a terra e lo prendevo a calci».

Niccolò Ammaniti ha raccontato una storia in una cantina che sembra di esserci, di due ragazzi, che siamo stai noi e che abbiamo intorno, pezzi profondi di vita invisibile, concentrati nel tempo di un dopocinema, che si fissano dentro ben più di un film.

12 gennaio 2011

C'è una certa poesia

C'è una certa poesia che ti ferma il respiro; non ti permette di continuare a lavarti il viso la mattina come se nulla fosse, ti ferma a fissare il tuo sguardo nello specchio; non ti permette di continuare scrivere comunicazioni al commercialista, ti fa scivolare il pensiero di lato, immobilizzando le dita sulla tastiera. Passato, presente, futuri, paure, desideri, emozioni, sfioramenti, fili d'erba, odori lontani, rimpianti e piccoli passi. C'è una certa poesia che non ti permette di fingere che non ci sia, e ti eleva in un attimo a movimenti di anima universali, ti unisce al mondo e ad ogni uomo, alla vita, alla morte, alla foglia, al vino rosso, allo struggimento, alla pietà, alla sabbia.
C'è una certa poesia che si fa riconoscere, e si tramanda, non nelle righe dei libri, ma nei segni del tempo che si prende.
Questo pensiero è mosso da una infinita ricerca di poesia elevatissima di una giovane delicata di nome Virginia Como, che ringrazio ogni giorno.

11 gennaio 2011

lato x lato

Lato x lato

Sei una colonna di cemento in un cantiere in corso
     a base quadrata
messa nell’angolo per armare una casa
      e una famiglia mai eretta
e rimani lì nell’angolo estremo
con tre esili braccia di ferro arrugginito
in su

Ogni azione ha un motivo e una casualità
il labirinto segreto è sceglierne la morale
a sera trovarla
o settimanalmente

Il cosmo è nell’amore, non nel pensiero

Affannarsi a trovare il Senso Verticale 
dalle viscere verso lo spazio/immortalità.
Dita grosse le tue
     apparente forza di tenuta
sono ferri laterali tagliati male
     senza cura.

Strade vuote

ti aspetto e ogni notte passa e non passa
la tua assenza nei miei giorni è un rintocco lugubre
il mare di dicembre è pieno di magenta
e il tepore dei corpi un surrogato delle tue mani

ti aspetto e ciò che aspetto non lo so più
sei una religione, una croce, una fede
la mia anima si sublima  disprezzando il corpo
relegato ai passanti
 
ti aspetto e la mia casa è una chiesa sconsacrata,
tutte le biciclette sono i tuoi passi che girano
e tutte le barche dei mari un’ombra di te

più di un uomo mi ama ora, pietra resa lucente
dall’amore che non ho per loro. 
Ma le strade sono deserti infernali che si caricano di attesa
come di pioggia le nuvole

ti cerco dentro di me, Penelope senza eroe, e ti aspetto.
Perchè il mio amore è padrone 
splendido e spietato
delle nostre vite.


[6 marzo 2006]
Strade vuote

10 gennaio 2011

Sardoc e brovada (si, è Italia!)

Devo confessare due cose. Non avevo mai cenato da Sardoc a Slivia, e non avevo mai assaggiato la "brovada" (cosa, questa, ce ha fatto ridere i miei commensali).
Dunque, località Slivia (Duino), Trieste. Trattoria Sardoc, più di cinquant'anni di gestione familiare senza brutte sorprese. Il dialogo con la signora di casa è un divertente misto italiano/sloveno, ma ci si capisce bene (ho imparato "kruh"= pane). L'elenco dei piatti era a voce è abbastanza ristretto, ma a prova di test. Nei miei assaggini di primi, crespelle ripiene alle erbe, gnocchetti (quelli lisci e piccoletti) al sugo d'arrosto, e rotolo di spinaci. Uno più buono dell'altro. Carni, di secondo. Dalla“Lubianska”(mitica cotoletta ripiena di formaggio e prosciutto, una specie di cordon bleau ruspante e raddoppiato) allo stinco di maiale al forno, dal filetto (enorme) al pollo fritto.
E le verdure, tra cui... brovada! (traduzione per i non locali: dicasi brovada fettuccine di rapa fatte macerare nella vinaccia di vino; è un prodotto tipico friulano che viene generalmente consumato in autunno ed in inverno come contorno per carni di maiale, sia bollite che arrostite) / ps. a me sembravano simili ai crauti, di sapore.
Tutto molto buono, dolci casalinghi,  tra cui uno "strudel cotto" (altro dolce tipico del territorio, uno strudel di mele, ma cotto "in straza", come ha spiegato la signora / cioè avvolto in uno straccio e lessato) e una gigantesca fettona di rotolo di panna e nutella.
Vino sfuso molto gradevole e leggero ( non come i  soliti vini carsolini taglienti), servizio rapido, senza fronzoli e senza nient'altro che una calorosa accoglienza. Prezzi contenuti.
Da tornarci, magari d'estate: i tavoli sotto alla pergola con profumo di griglia devono essere un paradiso al fresco.

Trattoria Sardoc, Localita' Slivia, 5 34013 DUINO(TS)  (tel.  040 200225 / 040 200146)

9 gennaio 2011

you can leave your boots on

Momenti di febbre, in cui una nuvola di ricordo arriva soffiata da un vento improvviso, che sia ormonale (direbbero alcuni), che sia sentimentale (direbbero altri), che sia un gioco della mente (che è quello che è). Scacciare le immagini che prepotenti si installano come una scossa elettrica nel campo visivo mentale. E si mettono in moto, come un film su uno schermo dentro, visto da una platea vuota, in una sala senza uscite tendate, senza luci verdi di sicurezza. Il controllo della propria mente è un per momento distratto, affaccendato a gestire le mani che stanno lavorando sul legno, o lavando un piatto, o pettinando dei capelli, e la voragine si apre, basta un attimo, fotogrammi si susseguono, quasi accelerati. Come se l'affanno di quei ricordi temesse di perdere tempo prezioso, prima di una tirata di briglie del pensiero, e accelerasse le scene, per guadagnare terreno.
Penombra, odori, silenzio, quella nuca, quelle mani, e poi la finestra, la smania, il furore.
Il corpo arreso a quel lampo di memoria ha già perso. E l'ondata di febbre l'ha già percorso, dai piedi alla gola, come un'onda alta di marea calda, che non si rompe nella schiuma, rimane arrotondata, coem la schiena di una balena, scorrendo avanti.
Sto male. E' un dolore il desiderio.

8 gennaio 2011

Le ho mai raccontato del vento del Nord? repetita iuvant

Le ho mai raccontato
del vento del Nord?

Daniel Glattauer
Feltrinelli
Acquistato e letto all'inizio dell'anno scorso in treno, doveva essere primavera. L'atmosfera nordica della copertina e del titolo mi faceva pensare a un libro invernale e l'ho iniziato a fatica, quasi svogliata.
Ovviamente pensando alla Bora.
Avevo anche letto una recensione, ero ormai dentro al meccanismo di curiosità. Come da didascalia e da immagine a lato, sto parlando di "Le ho mai raccontato del vento del Nord? " Daniel Glattauer per Feltrinelli.

Non dirò nulla di più di quello che già è stato detto di questo breve romanzo epistolare. Leo e Emmi. Si conoscono per caso via mail, si travolgono, senza entrare nelle rispettive vite, fino a entrarne totalmente. Del resto, entrare nella vita di un altro significa forse entrarne fisicamente e in modo tattile? non credo proprio, visto che in me convivono persone che non incontro mai, fisicamente, e con le quali ho un'intimità unica.

Dunque, rapporto epistolare targato 2010. Chi non si è identificato in parte? chi non ha pensato leggendo, anche io potrei pubblicare quella storia segreta che ho, racchiusa dietro a qualche password?

In realtà non so quanti lo hanno fatto, ma io di sicuro si. E pensandolo ho scoperto che di storie epistolari (pure o ibride di realtà fisica) ne ho almeno da riempire una mano. Ma belle lunghe e con tanto di inizio e fine.

Eppure ho da poco superato la quarantina. Considerato che fino ai ventanni non scrivevo mail, la cosa mi fa riflettere: significa che non vivo le cose nella realtà? significa che scrivo moltissimo? significa che sono un'idealista ingenua sognatrice? o un'insoddisfatta?

Credo la risposta sia una somma di tutte le domande (come spesso è).

L'ho riletto stanotte, fino alle 3 e 20, con tanto di tisana bollente e candele. Volevo vedere se rileggerlo mi avrebbe dato uno slancio, una rincorsa per "farmi fuori" il suo seguito, attesissimo La settima Onda ( sempre da Feltrinelli), che mi ha ricordato e consigliato un'amica.

Orbene ( orbene? :))  rileggerlo mi ha messo effettivamente un pò di ansia, in certi scambi quasi sincopati e deliranti di email di due parole, in cui Leo e Emmi analizzano anche le più piccole ipotesi e sfumature di un possibile incontro reale tra i protagonisti. Però ha sortito l'effetto desiderato.

Oggi cercherà di fare una siesta pomeridiana per reggere la veglia, e stasera affronto "La settimana onda". Se non mi porta via, domani vi so dire.

7 gennaio 2011

Vederti nuda è ricordare la terra.


Vederti nuda è ricordare la terra.

Questo è il primo verso della poesia "Casida della donna coricata " di Federico Garcia Lorca. In questo inizio di poesia, dice con sei parole quello che vorrei mi dicesse in una vita l'uomo che mi ama.


Granada, 1898. Nasce Federico Garcia Lorca, poeta e uomo popolare e angelico. Lo amo molto, per la sua carnalità e splendore, per la capacità di ascoltare le voci interiori che lo ha reso cantore di ogni cosa esistente: la vita, la morte, l'amore, gli alberi, la sua chitarra, la sua tristezza. Che ardore nella contemplazione della vita, che intensità e appetito del vivere.

"la grazia e il genio, il cuore alato e la cascata cristallina" ha detto di lui Neruda.

Ingenuo e teatrante, universale e intimo, timoroso e audace, singolare musicista, splendido attore muto, solare e gentile.
Se vivesse ora lo andrei a cercare, sarebbe un pellegrinaggio di cui non mi priverei.
In treno, con qualche diario da riempire, la mia Nikon per raccontare in bianco nero la strada che mi porta a lui.
Lo ascolterei parlare e lo guarderei muoversi, semplicemente e frugalmente come mi immagino farebbe da grande vecchio. Forse gli chiederei come è nato in lui quel verso, quel verso così semplice come grandioso, che racchiude un universo. Vedere (io vedo, ti guardo, i miei occhi sono su di te), te (proprio te, donna mia, donna che vorrei mia), nuda (che ti doni a me, nuda, con le tue colline, le valli e i crepacci), significa non solo vedere, ma ri cordare (una memoria atavica e interiorissima dalla quale siamo nati tutti) la terra, madre generatrice, compagna dei nostri piedi quando camminiamo, nostalgia della nostra lontananza, materia dove germinare i frutti.
Mio caro Federico, sei stato un compendio dell'amore e della Spagna, dell'elevazione spirituale e della polvere popolare. illuminante e profumato, nei tuoi versi, come un cespuglio fiorito.
La tua vita, un furor lieve d'amore e passione, patria e e ribellione, fino alla tua morte, nel 1936.
Mio caro Federico, uomo di Spagna, terra e sangue, visioni e passione.

6 gennaio 2011

un modo come un altro

Voglio scrivere di te come se non ti avessi accanto
come se non mi volessi, come se il tuo amore fosse distratto
e io non avessi altro che inventarti in righe.

flash

Un prato, la notte di san Lorenzo, in un sacco a pelo due ragazzi nudi fanno l'amore ridendo e poi contano le stelle cadenti, al rumore dei grilli. Che ne sarà di loro? non se lo chiedono neanche per un istante, non fanno altro che annusarsi e esprimere desideri.

Una canzone popolare sdolcinata?
No, solo un ricordo di quelli che danno senso alla vita.