31 dicembre 2011

trasportato


Molti anni fa, da ragazza, mi feci convincere da Davide, il ragazzo che frequentavo allora, ad andare a vedere con i suoi amici la finale di campionato di basket in trasferta. La squadra della mia città era al secondo posto e si giocava la coppa. Allora il basket era molto di moda tra noi ragazzi, nella mia compagnia era l'unico sport davvero seguito. Mi sono spesso chiesta come mai, in un paese famoso per il calcio, non avessi altro che amici tifosi di pallacanestro. Forse era per la proverbiale altezza dei triestini, mi dicevo, che con le stirpi mescolate tra Austria e popoli slavi, innalzava la media italiana di un bel po di centimetri e facilitava il praticare (e quindi amare) il basket.
Gli amici del mio ragazzo erano suoi coetanei, tutti più grandi di me di tre o quattro anni. Da adolescenti  quei pochi anni sono molti.
Il pullman ci portò a Bologna, e la mia prima esperienza di tifo in curva è l'unica cosa che rimane nella mia memoria, dopo tutti questi anni. La partita fu vinta, mi sembra di ricordare. Ecco perchè gli ultrà bolognesi al fischio finale dell'arbitro, si infuriarono.
Quello che mi è rimasto però di quella trasferta è il travagliato e insolito ingresso al palasport. Ero una ragazzina, l'unica di sesso femminile nel gruppo, e i miei amici mi tenevano d'occhio, attenti a che non mi succedesse niente, in quel marasma di scatenati tifosi. La ressa era imponente, le guardie oltre le transenne erano palesemente tese, all'apertura dei cancelli centinaia e centinaia di ragazzi e uomini letteralmente si spremevano all'interno, già incitando la squadra. Alcuni poliziotti bardati da partita con tanto di casco, perquisivano chi entrava e procuravano così una strettoia nel passaggio che congestionava il flusso di persone. Ero schiacciata, avevo perso il contatto di Davide, non vedevo neppure dove mi stavano spingendo. Ad un certo punto ho temuto di non riuscire a respirare, e fu allora che accadde quella cosa strana, che si è fotografata nella memoria delle sensazioni. La folla, ben più alta di me, mi premette talmente tanto intorno al corpo che in un movimento collettivo i miei piedi si staccarono da terra. Rimasi così, appesa tra le persone, con le braccia bloccate e i piedi penzolanti. In questo modo, tra il comico e il pericoloso, andai avanti nel tragitto verso l'ingresso per un po' di metri, senza toccare per terra, trasportata dalla pressione degli altri.
Quella sensazione mi rimane ancora adesso. E mi fa pensare a certe altre circostanze della vita.
Essere in un luogo perchè ci hai voluto andare e ti sei fatto anche un lungo viaggio per arrivarci, trovarti poi pressato talmente tanto dalle circostanze, dai movimenti, dalla stessa presenza degli altri, da andare avanti pur senza farlo realmente. Tanto che senza una tua consapevole volontà, in quel tratto ti portano avanti gli altri. E tu rimani lì, trasportato dalla vita che hai scelto, e in quel momento ti senti tanto impotente quanto stanco. E ti lasci portare.


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i sogni da non sognare



I sogni con contorni nitidi, più ricchi di dettagli, sognati milioni di volte, con le luci e i gesti che conosciamo perfettamente, sono i sogni più vicini, che pensiamo potremmo permetterci, in fondo. Pomeriggi in cui ci crogioliamo in immagini che si compongono nei nostri occhi, e frasi da dire, e baci da cogliere.

I sogni nebulosi e sfuggenti invece, sono quelli che non osiamo neppure sognare. Come una telecamera scassata che facciamo scorrere dietro a un finestrino, abbagli di sole che bruciano l'immagine, nessun dettaglio che ritorna, ogni finale che sfugge al controllo, luci che riflettono gesti inconsulti, e fughe e finali sbagliati, e amore e paure. E grandi pulsioni di emozione che salgono dal petto. Sogni che quando ci rendiamo conto di sognare, la paura e il desiderio ci prendono e ci fanno trasalire. Sono i sogni che temiamo di fare, luminosi e talmente difficili da potersi realizzare che si disegnano in sottilissime figure opalescenti nel nostro cuore, in sfocati desideri profumati, in foto annacquate da gocce di mare, in sensazioni di carezze sotto la pelle delle dita.
Sono i veri sogni, quelli che non sono progetti, ma puri slanci del cuore.


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29 dicembre 2011

Lattiginoso

opera di alfredo palmero

Lattiginoso l'umore, come il cielo. Mentre riempio la lavatrice penso che stamattina sono di nuovo nebulosa. Eccolo qua, lo stare che conosco. Giorni di primavera fuori tempo sono scivolati dall'alto e li ho presi al volo, senza merito, con stupore. Le persone che mi hanno vista illuminata e che mi parlavano delle loro amarezze hanno fatto uscire dalla loro bocca strisce di frasi che si allargavano nell'aria, cercando direzioni e consigli. Potessi illustrare con un battito di ciglia i pensieri visivi che ho, si capirebbe.
Non ho molto da dare, adesso. Gli anni mi battono contro il viso e posso solo non guardarmi troppo. Quando, come negli ultimi giorni, la gioia profuma di gelatina alla frutta è inspiegabile e diffusa, ne condivido l'energia tenace e dolce con chi mi sta accanto. Non credo nella preservazione della gioia, come un tesoro che poi finisce.
Finisce sempre, sia chiaro. Ma non perchè si condivide. Solo perchè ha il suo tempo di recupero. Così al mio tavolo di serenità, invito lacrime e paure, e consolo, consapevole del rischio che ormai conosco.

La marea si ritira, prima o poi, è questione di tempo. Il tavolo si svuota, rimangono piatti vuoti che non so più riempire. L'ingenuità e debolezza mi porterebbero a girare di porta in porta, nel mio villaggio, con una pentolina vuota tra le mani, cercando la serenità e l'ottimismo che ho perduto. Ma la maturità porta consapevolezza. E la consapevolezza non bara. La serenità non la ritroverò bussando ad alcuna porta, nessun tavolo di gioia potrà nutrirmi e crescermi, nel condividerlo nelle case altrui.
Tutto rimane, ritorna e si prepara ad essere nuovamente. Il respiro si fa presente, il cielo grigio, la solitudine, non più un'ombra da respingere nelle paure inquiete di chi sta vicino a me, ritorna compagna muta.


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25 dicembre 2011

E come Eccellenza

forme

 quadro di Fletcher Sibthorp




























nastri vibranti diventano i cardini ferrosi 
delle spine dorsali di noi amanti
la mie volute m’inarcano la schiena
e sono fanciulla nell’acqua
i fianchi si sciolgono, la schiena si srotola
le gambe s’allungano e ogni ginocchio
si fa curva
come l’argilla ruotante tra le sue mani bagnate
che con attrito scivolando compone
forme nuove e sirene e respiri.


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24 dicembre 2011

La notte prima del natale

Ne ho sentite di tutti colori quest'anno sul natale. Che disastro, che tristezza, che bolgia, rabbia, allucinazione collettiva.

Abbandonate le vesti da mamma di bimbi piccoli, con conseguente svelamento della terrificante notizia che Babbo Natale esiste, e sono io, mi trovo travolta da un torbillon adulto di discorsi sulla crisi, prezzi alti, poche luci in centro, alberi comunali poco addobbati, corse dell'ultimo minuto per regali non davvero pensati, e improbabili invenzioni di ricette originali o classiche da fare al cenone.

Inoltre quest'anno per la prima volta da molti anni, la mia casa è davvero poco addobbata, scarse le lucine sull'albero ormai pendente, qualche accenno di rosso, niente di più.
Tutti presupposti per un periodo natalizio dal sapore amarognolo e con qualche vena di malinconia.

E invece, è proprio questa consapevolezza a rendermi serena.
Nessuna aspettativa, vivere il presente, voler bene alle persone alle quali voglio bene, essere in pace.
Questo è il vero regalo che ricevo dall'essere una donna della mia età, dall'essere madre dei miei figli che crescono, figlia dei miei genitori che invecchiano, amica delle persone che mi sentono amica.
Essere grata, riconoscere e accettare quello che sono.

Questo è un vero regalo,  che auguro a tutti di trovare sotto l'albero.

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20 dicembre 2011

Oltre al danno, la beffa

Basta. A questo punto lo devo dire.

Il fantasma di Fellini in sciarpa rossa come regista, il Vescovo vestito con una tuta di ciniglia rosa come ispiratore, un grappolo di aitanti attori di buona volontà pronti a tutto.
Ecco quello che desideravo.
Ho atteso anni, anni e anni e finalmente il mio sogno segreto di entrare a Cinecittà spalleggiata dalla Curia si stava componendo sotto ai miei occhi. Un miracolo. Avrei inviato il materiale del mio mercatino direttamente in Tirolo, buttato vinavil e seghetti, mollato siti e brochure e via, sul primo treno per la capitale.
Già mi immaginavo i titoli: "La passione di Alessandra", "Il Vangelo secondo Carosella""Passione e tormento"(titolo originale) diretti, scemeggiati e interpretati da Alessandra Spigai. E poi interviste, première, Cannes con abiti da sera luccicanti e labbra rifatte.
Poi, dopo alcuni anni di bella vita romana avrei potuto finalmente avere da parte un po di soldi per comprare una tavoletta del gabinetto con decoupage cinematografico, lampade intorno alle lampadine, e una riserva vitalizia di cibo per i miei animali (gatti, cani), nonchè lenti a contatto in quantità, scarpe come se piovesse, muri tappezzati da iphone (4s).

Invece niente. 
Niente vescovi del dopoguerra in tuta perlacea, niente docu fiction. 

Al loro posto una decina di uomini e donne sulla quarantina che si agitavano lanciando brandelli di arbusti fioriti e assillandomi con gridolini e sorrisetti per tutta la serata. Piazzatami in mezzo al loro tavolo, ho dovuto cenare con loro, annuendo e stando al gioco fino a sera inoltrata. Un delirio. 
Non solo ho dovuto rinunciare alle velleità cinematografiche che speravo si concretizzassero, ma ho anche subìto un vero tormento di serata. Vino, cena luculliana, regali preziosi. Qualsiasi cosa sono stati disposti a fare per farmi dimenticare il mio mancato lancio verso il successo 

Conclusione: 
oltre al danno, la beffa. Non farò quindi a breve un film importante, perchè di importante nella vita ho i miei amici. Che me lo impediscono.

(ma tra Vescovi e Rai, scelgo voi. Grazie. Vi voglio bene )


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17 dicembre 2011

A is for Avventura (ovvero born ergo sum)







Prima lettera dell'alfabeto, prima del mio nome, prima della parola avventura. Non voglio celebrarmi, ma solo festeggiarmi.

A come Avventura, 
A come Alessandra, 
A come Accettarsi,
A come Amarsi.


e il viaggio continua.


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15 dicembre 2011

Vorrei dirti un Sacco di Cose Adesso

Ecco, questo è proprio per te.

Ecco! questo è per te.
Maggiore contribuente allo Shiny Stat del mio blog. Folle persecutore di una scelta sbagliata. Sì, adesso sto scrivendo per te.
Gli amori che ho avuto hanno un luogo privilegiato nel mio cuorearmadio. Una scansia apposita, al riparo dalla polvere e dai giudizi del tempo. Chi mi ha fatto soffrire l'ho perdonato, chi ho fatto soffrire rimane con un mio dispiacere puntato addosso.

Ci sono uomini ai quali sono sfuggita tra le dita come sabbia incandescente, incomprensibile e urgente. Ci sono uomini che mi hanno odiata e che ho ferito. Ci sono uomini invece che non hanno colto l'occasione di starmi accanto, nonostante mi abbiano incensato come una dea madre, e nonostante l'occasione sia stata più volte offerta dalla mia assurda e quasi illimitata disponibilità di donna innamorata. Rimango per alcuni di loro come un'icona, la Donna che contiene le altre donne, come guru della accoglienza femminile, fertile, fisica e spirituale e intellettiva. Non lo capisco bene, ma è ciò che dicono e dimostrano. Paroloni? non invento nulla, riporto.
Ci sono uomini che erano troppo ragazzi, per capirmi come donna. Ci sono uomini che erano troppo imprigionati per liberarsi in me. Ci sono uomini che non sono riusciti a reggere la mia intensità prolungata, nonostante ogni cosa di me li avesse avvisati. Ci sono uomini che mi volevano solo forte e non sapevano sostenermi quando ero debole. Ci sono uomini che semplicemente non mi hanno amata, succhiandomi energia vitale a fiumi.

Volevi una posizione extra? ce l'hai. Sei spalmato nella scansìa di tutti loro. Non provo rancore vivo per te. Ma un dispiacere, per la tua vita, per la tua gestione trascinata del cuore. Per il bisogno di tener vivo una bolla di "forse", di "se", di "chissà". E' il dispiacere che provo per chi non riesce a tuffarsi.
Io, provando a stare a fianco a loro, soffro, soffro tanto nei distacchi. Ma non mi scambierei con chi non rischia. Non vorrei e non voglio vivere così. Mi costa dolore, cazzo, che dolore, ma non lo faccio.
Amo la vita e la vita per me è possibilità, apertura, coraggio, mistero. Sofferenza e estasi.
Non conservazione di energia, non preservazione dagli inconvenienti, non protezione a oltranza della stabilità.
Per questo, e chi mi incontra lo sa, e chi mi vuole bene e mi vede amare e soffrire lo sa, io vado a testa bassa. Bada bene, non sono un'eroina, ne' una speciale. Ho scelto, nelle rapide che mi sono capitate nella vita, il mio modo di vivere, ascoltare le vibrazioni che la pancia mi dà, dare a quelle il vero senso della vita. Soffro, ma ci provo. Ci provo sempre.
Quando percepisco "quelle" onde, vibro. Quando lo dico, non parlo a vanvera. Non parlo di amore se l'amore non c'è. Non parlo di "vorrei" se il "vorrei" non c'è. So giocare, se c'è da giocare. Faccio sul serio, se c'è da fare sul serio. Sono fragile come una foglia appena nata, ma capace di incredibili sacrifici in nome di qualcosa che è vibrazione forte e segna la strada e potrebbe essere davvero un'evoluzione del mio essere. Prima ancora di diventare scelta razionale, quella forza mi direziona fortemente, istintivamente, verso il "passo avanti".

Non posso e non voglio che le persone che incontro siano come me. Non è necessario affinchè le comprenda, che sentano le mie stesse sensazioni e si parino a conquistatori di terre nuove, come talvolta sono pronta a fare io.
Anzi, spesso è dalle grandi differenze che ho imparato di più, moderazione, razionalità, accettazione.

Ma ho troppi anni per tornare indietro, sedermi su un gradino e ascoltare ancora chi dice e non dice, chi suppone e non è chiaro, chi stuzzica e rimette la mano in tasca. Lo dico sinceramente, con maturità e affetto.
Quando sono innamorata, dò davvero tutta me stessa. Ma davvero. Sottovalutata o scontata, mi capita spesso. Quando una persona dà tanto, vizia ben presto con quel "tanto". Così sembra che io dia comunque, perchè non so fare altrimenti. Addirittura si tende a pensare che ciò che dò abbia meno valore perchè in quantità, di chi invece dà poco, centellinando.
Ma non è così. Perchè io sono solo vera. Ad un certo punto, estremo, semplicemente smetto di dare.
Costretta ad andare avanti, vado solo avanti.
Lo faccio con sincerità. Non fingo. Se vado avanti, ma davvero, non torno più indietro. Avviso, avviso, avviso. Poi accade. E' nella natura della mio essere. Vado avanti perchè nell'amore e nel dolore mi sono evoluta, sono morta e rinata dalle mie ceneri. Non è possibile tornare allo stato precedente. Non lo so fare.

Troppo diretta, me lo dicono tutti da anni. Per me non è "troppo" essere solo me stessa. E' che spesso per gli altri io sono "troppa". E di questo sono la prima a pagarne le spese.
Il mio passato è incastonato di persone che, fatto un passo indietro, per paura di scottarsi, a distanza di sicurezza, mi tengono nell'orbita. Mi seguono, mi cercano, mi tengono lì, sottovetro nel salottobuono dei ricordi e dei presentiparalleli come animadonna preziosa, ma difficilmente maneggevole. A nulla erano valse le mie preghiere e promesse, le mie rassicurazioni sul fatto che non brucio le mani, che non sono così "tanto" come sembra", che sono solo viva. Una vera compagna. Ma molte persone hanno paura di chi parla così.

Ecco qua. Un outing in piena regola. C'è qualcos'altro che vuoi sapere?


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ecco i versi che spiegano

Mattino



Era necessario un addio, perché capissi,
che non c’è un addio per noi.
Per sempre porterò in me quest’alba
come segno di bruciatura.

Alzàti sul far del giorno,
partimmo verso l’areoporto grigio
ed eravamo contenti, perché era così lontano.

La mia ultima parola fu un sorriso.

E sopra di noi sorgeva con l’addio
l’incontro vero e l’amore.






(Blaga Dimitrova)







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Avvicinati piano. Ma avvicinati.

Fotografia di Anka Zhuravleva, trattamento e copy miei.



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14 dicembre 2011

Rébecca Dautremer, io e il vento nella gonna rossa.


Piove sul tetto e mi riscaldo di caffelatte rannicchiata sul divano verde scuro. La casa è già vuota di ragazzi sparsi ormai sugli autobus. Ringrazio il cielo che il tempo della scuola sia finito per me. Ronzio di computer, fusa dei gatti, qualche auto attutita in lontananza. Mi prendo cura di me. Ho imparato a farlo, come si impara un ricamo prezioso, pungendosi le dita. Passerà, mi sussurro a voce bassa. Intanto per riscaldarmi le spalle dell'anima mi prendo con me sul divano dei libri illustrati, una delle cose che fanno riemergere in un attimo la bambina che è in me. Come toccare l'erba dei prati, mettere le mani nella terra, far sciogliere la neve in mano.

Rébecca Dautremer è nata in Francia, ive a Parigi con i suoi tre figli e il marito.

So quasi nulla di lei, se conoscere una persona è avere dati anagrafici e conoscere dettagli pratici della sua vita. Se invece conoscerla è respirare la sua stessa armonia di colori e folle perdizione nella fantasia, la conosco. Bene.

Le sue illustrazioni sono un lenitivo per il mio cuore. Sul comodino, sotto a libri impegnati e di quelli di cui parlare alla cene, sotto a tutto, con la costa un po rosicchiata dal mio cane, c'è il suo libro delle principesse.

Il colori mi avvolgono, sprofondo nelle gonne immense e nelle densità pesante e lievissime delle sue materie disegnate. Acquerelli, digitale, pennini, non importa. La presenza fisica di questi disegni mi invade, l'onirica ricerca mi porta via. Mi alza in volo, dandomi una mano, e mi porta lontano, spettinata e libera di amare come so amare io, e di essere come sono io e come mi sono trovata. Libera, pesante, leggera, spettinata, profondissima e spaventosa. Liquida e immensa. Mi amo attraverso certe curve di questi disegni, e non posso fare altrimenti. Sono questa qui, ancora artigliata ai sogni, ancora dolorante quando me li portano via, gli uomini della realtà.

Così spesso mi sento di un altro mondo, mentre la vita mi passa attraverso io non riesco ancora a farmi la scorza dura come vedo intorno a me. Questi rossi della terra, questi magenta dell'amore, mi entrano negli occhi e odorano del mio modo di sentire le cose.
Mi sento come la donna cannone della canzone, pesantissima e intensa, tanto da lasciare crepe sul pavimento che attraverso, ma inspiegabilmente attratta verso l'alto, verso l'aria ventosa e fresca, e le possibilità irrazionali come un panorama visto dall'alto di una collina solitaria. E così con una gonna immensa riesco a volare appesa a un filo sottilissimo che tengo tra le dita. E mi sembra che tutto sia possibile, e l'aria mi espande il respiro e mi sembra che amare sia l'unica cosa che so fare e che, finalmente, volando, sto facendo.

Poi gira il vento, il filo sembra sparire, spalanco gli occhi e lo cerco svolazzante con lo sguardo, tutti intorno a me annuiscono, tutti sanno. Il vento sbatte la gonna svuotandola d'aria, mi accorgo d'esser a mezz'aria, con le trecce scomposte di ricci e il mio volo rallenta, si ferma quasi. E tutto sta per succedere, tutto sembrava previsto, e io ero aperta e liquida e ariosa, e ora invece che mi guardo intorno...

12 dicembre 2011

il ponte senza pietre

























Marco Polo descrive un ponte, pietra per pietra.
- Ma qual'è la pietra che sostiene il ponte? - chiese Kublai Kan.
- Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, - risponde marco, - ma dalla linea dell'arco che esse formano.
Kublai Kan rimane silenzioso, riflettendo. Poi soggiunge:
- Perché mi parli delle pietre? E' solo dell'arco che m'importa.
Polo risponde: - senza pietre, non c'è arco.

( da Le città invisibili - Italo Calvino)

Me lo chiedo anche io stamattina: qual'è la pietra che sostiene il mio ponte? Ognuno di noi ha una serie di ponti spirituali che s'innalzano dal proprio animo. Un ponte delle prospettive, un ponte delle paure, un ponte dell'amore che cerca di raggiungere la persona che amiamo, un ponte di sogni, che continua a cambiare luogo d'appoggio.
Il mio ponte d'amore è luminoso e luccicante al sole, quando c'è il sole. Ma le pietre di cristallo che lo sorreggono talvolta sono così trasparenti da dissolversi alla vista in controluce. Le pietre del mio ponte sono così evanescenti che talvolta sparisce parte del ponte, confondendosi con il panorama che attraversa. Mi chiedo allora un po spaesata... ma è così meraviglioso il mio ponte da unirsi alla realtà intera ( come facendo l'amore con lei) e per osmosi penetrare nella particelle visive di ogni cosa del mondo? o si sta semplicemente dissolvendo nel nulla e io, innamorata delle luci e profumi, non me ne sto accorgendo?
Senza le pietre, trasparenti o evanescenti o sbrilluccicanti che siano, non c'è alcun ponte, credo.
Rimane solo il desiderio o il ricordo, a seconda del punto in cui dove sei arrivato, ad attraversarlo.


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la cura


Dolce e imperfetto. Inguardabile.
Ti ho riconosciuto sai, così chiaro, ti vedo. Nello stomaco al tuo pensiero una fame
che dovrebbe piacermi, si dice, e mi graffia invece. Le tue mani troppo chiare e morbide non mi piacerebbero mai, in un altro.
Così la tua imperfetta lascività, e la paura che ti morde le gambe. Pessimi difetti caratteriali.

Ma su te, adesso, curerei anche la malaria. Insopportabile malato, amerei detestarti per i tuoi lamenti. Noterei mentre dormi le rughe più evidenti e lascerei che la barba non fatta ti facesse assomigliare a un vecchio. Probabilmente riuscirei ad amarti di meno.

Forse ti toglieresti da dosso quella disarmante aria da ragazzino che mi invade le notti.



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4 dicembre 2011

4 dicembre, 22.00

dentro alle mani capelli bagnati
dentro alla gola un nocciolo duro
vieni qui e stai tranquillo 
è solo l'amore 
che piove.




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1 dicembre 2011

dietro a un bicchiere

Sono stata in una vecchia osteria, ho brindato con un uomo dietro un vino trasparente, ho chiaccherato. Molto. Ho riso. Sinceramente. Nervosamente. Ho parlato di anni che passano, di paure, di uomini e donne. Ho raccontato delle mie debolezze e dei miei amici tutti, ognuno così particolare che più diverso uno dall'altro non potrei inventarli. Ho parlato d'amore. Di cosa si crede dell'amore, negli anni. Ho parlato di te. Senza fare nomi. Di come inciampano nelle quotidianità i salti che si credevano potenti. Di quanto poco poteva bastare, per non essere stasera, dietro ad un bicchiere, con uno stronzo buonsenso e una puttana dignità, a parlare di te.


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29 novembre 2011

il crudo morso che mi azzoppa l’andare






















Il mio cuore è ormai capace di qualunque forma
la sua cavalcatura anticipa il trotto
nel terreno scosceso galoppa senza richieste
questo il crudo morso che mi azzoppa l’andare.

Cercare l’amore è una religione
senza eternità, se non nell’implosione
in cui si spalanca la porta sulla luce breve
e il corridoio inondato si fa diga spaccata.

Lascio tracce fangose che diventano ambra
e riporto stancamente il mio corpo peso
sotto i piedi al rifugio
ci fosse un guardiano mi farei guardare
ci fosse un maniscalco mi farei ferrare
rimane solitario lo scomparire delle notti, tra le sere

e un’unica mattina umida
e nelle mani fredde monete senza valore,
mio scrostato tesoro.


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28 novembre 2011

c'è dell'altro ( .......... )


Anna non era mai stata molto popolare. Le avevano pur detto che sarebbe stato impegnativo all'inizio, gli accordi, occuparsi delle carte personali di ognuno, lasciare esattamente le ordinanze dei lavori in corso. Perchè Anna era una precisa, se si doveva fare un lavoro in un modo, è così che pretendeva fosse portato a termine, qualsiasi cosa costasse. E andava bene così alla dirigenza, che qualcuno di molto silenzioso, sapesse tenere la bocca chiusa. E' così che Anna aveva imparato a gestire se stessa e gli altri, il senso del dovere era tra i primi piaceri che provava, nella vita. Anche ai piani alti ormai conoscevano tutti il carattere di Anna, educato e gentile al punto giusto, senza mai permettersi una parola di troppo, sempre al suo posto, mai un bottone della camicetta slacciato fuori luogo, mai un commento su un collega poco appropriato. Ogni sera Anna lasciava sulla scrivania una decina di post-it in fila, della stessa misura, con indicate tutte le azioni da intraprendere o terminare nelle prime ore del mattino successivo. Alla domanda sul perchè allestisse tale disposizione di foglietti gialli, aveva risposto una volta sola, in un attimo di complicità a tarda ora, con l'impiegata della stanza accanto. Dovessi arrivare in ritardo, il lavoro non rimarrà indietro, basterà che qualcuno dei miei colleghi fidati legga e tutto scorrerà nel migliore dei modi, come se ci fossi io.
Anna organizzava tutto, e ciò le dava piacere e serenità.
Una mattina Anna non si presentò al lavoro. I primi dieci minuti, anche quindici, la sua assenza non diede nell'occhio, nel trambusto dell'inizio mattinata, quando c'è odore di caffè nei corriodoi e i ritardatari si confondono negli ascensori con i clienti.
Ma dopo un'ora la sua porta rimasta chiusa destò i primi interessi. Qualcuno bussò, andando via stupito. Il portinaio che consegnava la posta ai piani bussò una mezzora più tardi, attendendo con pazienza l'avanti, e preparando la penna per la firma sulla raccomandata. Bussò ancora, non poteva perdere tutto il giorno. E ribussò, una terza volta.
Quando provò ad entrare, trovò la porta aperta e la scrivania di Anna, senza di lei, che attendeva di essere scoperta. Non più la lampada, il telefono, il bicchiere regalato dai parenti quando erano stati in Puglia che conteneva le penne, non c'era più nulla dei soliti oggetti allineati.
La superficie della scrivania era però completamente ricoperta, come squame di un pesce giallo, di centinaia di post-it sovrapposti uno all'altro di due centimetri, con precisione millimetrica. Una specie di pelle di carta di un dinosauro rettangolare. Lo stupore sul viso del portinaio ancora fermo sulla porta, richiamò qualche collega che passava in corridoio, e poi altri ancora si fermarono, incuriositi. Un brusìo diffuso, qualcuno che diceva sssh, alcuni che ipotizzavano già qualche lavata di capo causata da quel crocchio fuori orario. Colli allungati verso l'interno dell'ufficio di Anna, sempre più persone aggregate là fuori, ma nessuno che entrava, osando sorpassare il corpulento portinaio. Si riuscivano a intravedere sulle centinaia di biglietti gialli segni neri, parole, numeri forse, alcuni portavano un segno rosso, pareva da lontano. O forse era un riflesso di luce dalla finestra. Per questo probabilmente alcuni sembravano intatti, non scritti. Le strisce di luce li rendevano quasi bianchi. Ci doveva essere stata ore ed ore a scrivere e comporre tale superficie, cosa poteva aver bisogno di scrivere, in tale quantità e ordine maniacale? e soprattutto, perchè, proprio il giorno prima della sua prima assenza, dopo molti anni di lavoro nella vecchia azienda? Ad un certo punto, fu inevitabile. Il primo timido passo del portinaio all'interno della stanza fu come una crepa in una diga. Bastò un momento e venne praticamente travolto dalla ressa di curiosi ormai addossata alla sue spalle. Accalcandosi e spingendo entrarono con foga, una signora rimase impigliata con la manica nella maniglia, creando un blocco nel flusso e non pochi strattoni. Sembravano colombi sul grano in una piazza, entrarono quasi tutti, nella piccola stanzetta e letteralmente avvolsero di teste la scrivania di Anna. Aggirandola, i più fortunati si trovarono davanti al lato giusto, dalla parte della sedia, dove finalmente si sarebbero potuti leggere i misteriosi segni. Stava per calare un silenzio che celebrasse la prima visione d'insieme del messaggio. Qualcuno troppo impaziente, dalla fila di dietro, allungò una mano tra la manica del collega e l'altro fino ad arrivare ad un foglietto. La folla ebbe un sussulto. No! qualcuno gridò, mentre la mano misteriosa stacco il primo post-it dal tappeto giallo, e sembrò risucchiarlo tra la folla. Subito un'altra mano dalla parte opposta del tavolo fece lo stesso! No! No! altri gridarono, ma improvvisamente prese da una specie di frenesia di chi non coglie le possibilità al volo, altre mani si fecero ladre, e ancora altre. In neanche un minuto la superficie del tavolo fu solo un agglomerato di mani frementi che reclamavano e staccavano un foglietto, un altro, ritirandole subito chiuse con forza sulla cartina trofeo. Ognuno era ansioso di vedere, di capire, di essere quello furbo che svelava il segreto. Cosa poteva aver scritto, Anna, quella strana, quella sempre zitta. Cosa poteva sapere, che gli altri ignoravano, e cosa poteva aver voluto lasciare, quel giorno strano, in cui lei, per la prima volta, non difendeva la sua postazione? Quando  il brusìo concitato si calmò, e la folla si stava diradando, molti uscivano con nonchalance dalla stanza, fingendo un'andatura calma, indifferente, mentre stringevano il piccolo post-it stropicciato in fondo ad una tasca. Sta di fatto che quando tutti uscirono, spargendosi nuovamente in corridoio, come formiche del bosco al passaggio di un cercatore di funghi, il portinaio finalmente riuscì a rimettersi in piedi, era stato schiacciato sul tavolo cercando a braccia aperte di difendere il messaggio. A nulla era valso, ma almeno era finita la follia collettiva, si disse, e si rimise dritto, si aggiustò la giacca, e sistemandosi dignitosamente la camicia, riprese il solito contengno. Fu allora che si rese conto che non era rimasto neppure uno, di post-it. La scrivania era nuda, se volessimo dare emozioni agli oggetti, sembrava esausta e delusa.
Il corpulento portinaio fu l'ultimo a uscire dalla stanza di Anna. Lentamente richiuse la porta, accostandola piano, fino a sentire lentamente anche lo scroc della serratura. Non c'era più nessuno intorno a lui. Si girò e avviandosi nel corridoio vuoto verso le scale,  tornò alla sua scrivania da basso, accanto all'ingresso del palazzo, a fare il suo lavoro principale, dare il buongiono a chi entrava.


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27 novembre 2011

lividi e momenti giusti



Ci sono lividi e lividi, paure e paure. Ci sono cicatrici che non smetteranno mai di farmi male e altre che invece ringrazio e che serviranno a farmi inciampare di meno. Ci sono cose che non potrò più sopportare e sacrifici che invece amerò fare.
Ci sono alcuni addii che mi hanno fatto quasi morire e quasi tutti gli altri, che serviranno a rinascere.
Ci sono momenti in cui nulla al mondo però sostituisce il salvifico Silenzio, in cui immergermi, amarmi e proseguire, partendo proprio dai miei lividi, leniti da gli unguenti dell'Amore. Quello che c'era e ci sarà.



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È già autunno

ph. Man Ray











































È già autunno, altri mesi ho sopportato
senza imparare altro: ti ho perduta
per troppo amore, come per fame l’affamato
che rovescia la ciotola col tremito.


(E. Pagliarani)

26 novembre 2011

c'è dell'altro (......)

Un stesso tetto sopra la testa, si chiami matrimonio, convivenza, o collaborazione alle spese, modifica qualsiasi relazione. Era teoria conosciuta già da prima, per Claudio, ma diventata pratica dopo l'esperienza, come sempre accade. Quando erano amanti la passione li univa, e li faceva fremere di tensione ad ogni avvicinarsi e ogni lasciarsi. Il primo abbraccio dei loro incontri era come respirare nuovamente dopo un'apnea, l'ultimo sembrava sempre un temuto addio, che lasciava il posto, nel vuoto del loro stare insieme, ad una realtà solita, più grigia. Come se quegli incontri non avessero a che fare con vita vera, ma fossero sospesi da essa ad un metro da terra, protetti e schermati dalle banali azioni quotidiane, e riservati a evoluzioni dell'anima e dei corpi, che sfioravano mestieri di angeli e demoni. Era facile per Claudio dimenticare le bollette da pagare, le lamentele della moglie ormai fredda, la noiosa ripetizione dei soliti gesti e doveri, fluttuando tra le braccia della nuova amata, morbide, calde e soprattutto non dovute. Nella magica irrealtà di quel segreto calore vivifico lui ritrovava l'energia da riversare sulla realtà, come quando da bambino prima di dormire ti sforzi di ripensare a quelle fantasie che ti piacciono, e ti tengono caldo, e seppur da fantasie, come un dolcificante richiamato al suo dovere, ti aiutano a prendere sonno.
Poi la vita ci mette del suo e anche a loro aveva messo, dopo un paio di scelte forti, un unico tetto sopra la testa. Così l'amante amata si era trasformata in consorte, i primi abbracci in apnea in richiami all'ordine in salotto, i temuti addii in condivisione di bollettini postali, in stanchezza serale e schermaglie su chi avrebbe dovuto comprare il caffè.
Così per Claudio la teoria era diventata esperienza, il tetto testimone di quotidiana realtà, e il posto nella bolla magica di irrealtà era ritornato vacante.

24 novembre 2011

c'è dell'altro (...)













Aveva raggiunto l'età in cui erano di più gli anni trascorsi sposata che gli altri, compresi quelli da bambina, che ormai sembravano da libri di storia. Laura aveva cresciuto i suoi due figli, se si può dire cresciuti quando non vivono più con te, e si era ritrovata inaspettatamente con meno commissioni da fare e finalmente più tempo per mettere in pratica tutte le piccoli e grandi passioni, sacrificate per anni. Così, quando suo marito si addormentava alla televisione, dopo pochi minuti dall'inizio di qualsiasi programma, lei con molta tranquillità e poco rumore, tornava nella sua camera, indossava rabbrividendo qualche camicia di seta nascosta in fondo ai cassetti, fissava i gancetti dei reggicalze ereditati da sua madre e ancora quasi completamente intatti, si spazzolava un po' i capelli e, indossato il cappotto pesante, usciva, circa un paio di volte la settimana, ormai. Una piacevole nuova abitudine.
Erano non più di un paio i vecchi compagni di scuola rimasti in vita e in città, e fortuna vuole che fossero entrambi vedovi. Così Laura, il martedì e il giovedì andava a trovarli nelle loro case polverose. Loro spegnevano la televisione, le facevano qualche complimento tenero e sincero, le versavano un bicchierino di amaro, e stavano insieme, guardandola ancora con gli sguardi annacquati di quando erano a scuola, decine e decine di anni prima. Ogni tanto lei si spogliava per loro, rimanendo in sottoveste. Altre volte loro, uno in particolare, sempre stato più intraprendente, le chiedeva di toccare il proprio corpo consumato dall'età e dalle passioni. Laura lo faceva con diligenza e serietà, con meno facilità nei movimenti, ma con reale accudimento, tanto che talvolta accadeva che raggiungessero una specie di orgasmo. Allora lei sorrideva dentro, ed era più felice, anche sulla strada del ritorno a casa. Si stringeva il cappotto al collo, sentendosi utile e bella.




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