12 gennaio 2008

Le scelte di Virginia

Fever 103 (SYLVIA PLATH)
La vita (ANTONIA POZZI) 
(Maddalena in "Andrea Chénier", Quadro terzo)

Fever 103 (SYLVIA PLATH)



Pure? What does it mean?
The tongues of hell
Are dull, dull as the triple

Tongues of dull, fat Cerebus
Who wheezes at the gate. Incapable
Of licking clean

The aguey tendon, the sin, the sin.
The tinder cries.
The indelible smell

Of a snuffed candle!
Love, love, the low smokes roll
From me like Isadora's scarves, I'm in a fright

One scarf will catch and anchor in the wheel.
Such yellow sullen smokes
Make their own element. They will not rise,

But trundle round the globe
Choking the aged and the meek,
The weak

Hothouse baby in its crib,
The ghastly orchid
Hanging its hanging garden in the air,

Devilish leopard!
Radiation turned it white
And killed it in an hour.

Greasing the bodies of adulterers
Like Hiroshima ash and eating in.
The sin. The sin.

Darling, all night
I have been flickering, off, on, off, on.
The sheets grow heavy as a lecher's kiss.

Three days. Three nights.
Lemon water, chicken
Water, water make me retch.

I am too pure for you or anyone.
Your body
Hurts me as the world hurts God. I am a lantern ---

My head a moon
Of Japanese paper, my gold beaten skin
Infinitely delicate and infinitely expensive.

Does not my heat astound you. And my light.
All by myself I am a huge camellia
Glowing and coming and going, flush on flush.

I think I am going up,
I think I may rise ---
The beads of hot metal fly, and I, love, I

Am a pure acetylene
Virgin
Attended by roses,

By kisses, by cherubim,
By whatever these pink things mean.
Not you, nor him.

Not him, nor him
(My selves dissolving, old whore petticoats) ---
To Paradise.


Febbre a quarantuno (SYLVIA PLATH)

Pura? Cosa vuol dire?
Le lingue dell'inferno
Sono ottuse, ottuse come la tripla

Lingua dell'ottuso, grasso Cerbero
Che anela sulla porta. Incapace
Di sanare leccandolo l'infiammato

Tendine, il peccato, il peccato.
Sfrigola l'esca da fuoco.
L'indelebile puzza

Di candela soffocata!
Si srotolano, o amore, i bassi fumi
Da me come le sciarpe di Isadora, ho terrore

Che una mi accalappi, mi ancori alla ruota.
Questi gialli tetri fumi
Si creano il proprio elemento. Né si alzeranno

Ma intorno al globo si trascineranno
Asfissiando i vecchi e i mansueti
Il gracile bebè di serra nella sua mangiatoia,

L'orchidea mostruosa che appende
Nell'aria il suo pensile giardino
Leopardo diabolico!

La radiazione l'ha ridotto bianco
E in un'ora l'ha ammazzato:
I corpi degli adulteri la sua peste rovina

Li smangia come la cenere di Hiroshima.
Il peccato. Il peccato.
Amore mio, ho passato

Tutta la notte annaspando
Fra lenzuola grevi come il bacio d'un perverso.
Tre giorni. Tre notti.

Limonata, brodo, acqua
Acqua, fammi vomitare.
Per te o chiunque sono troppo pura.

Il tuo corpo
Mi offende come il mondo offende Dio.
Io sono lanterna -la mia testa una luna

Giapponese di carta, la mia pelle oro foglia
È carissima, molto delicata-
Non ti sbalordisce il mio calore?

E la mia luce?
Sono un'immensa camelia che s'infuoca
E va e viene, vampa e vampa.

Penso che sto sollevandomi
Forse mi librerò
I grani di ardente metallo volano e io, amore, io

Sono una pura
vergine d'acetilene
Con una scorta di rose

Di baci, di cherubini
Di tutto che esprimono queste rosee cose.
Non tu, né quello

Non lui, né quello
(Ogni mio io si perde, sgualdrinesco orpello)
-Al paradiso



Maddalena in "Andrea Chénier", Quadro terzo)

«Fu in quel dolore 
che a me venne l'amor! 
Voce piena d'armonia e dice: 
"Vivi ancora! Io son la vita! 
Ne' miei occhi è il tuo cielo! 
Tu non sei sola! 
Le lacrime tue io le raccolgo! 
Io sto sul tuo cammino e ti sorreggo! 
Sorridi e spera! Io son l'amore! 
Tutto intorno è sangue e fango? 
Io son divino! Io son l'oblio! 
Io sono il dio che sovra il mondo 
scendo da l'empireo, fa della terra 
un ciel! Ah! 
Io son l'amore, io son l'amor, l'amor." 
E l'angelo si accosta, bacia, 
e vi bacia la morte! 
Corpo di moribonda è il corpo mio. 
Prendilo dunque. 
Io son già morta cosa!»

(Maddalena in "Andrea Chénier", Quadro terzo)

Sono monolitica, monocorde, monocellulare (ANNALISA CIMA)



Sono monolitica, monocorde, monocellulare
come la roccia, come la nenia, come il verme.
Sono antografa, antropomorfica, ancestrale,
come i fiori, gli dèi delle caverne, gli avi.
Sono lieta e non lieta, lieve e letale,
palese e segreta.
Ora m'illudo d'esser alba, perché vesto di rosa
ed ora d'esser notte, perché vesto di nero.
Solo nel pensiero tesso amori errabondi.
Ora so di saper quello che ignoro.

Io che come un sonnambulo cammino (CAMILLO SBARBARO)


Io che come un sonnambulo cammino
per le mie trite vie quotidiane,
vedendoti dinanzi a me trasalgo.

Tu mi cammini innanzi lenta come
una regina.
Regolo il mio passo
io subito destato dal mio sonno
sul tuo ch'è come una sapiente musica.
E possibilità d'amore e gloria
mi s'affacciano nel cuore e me lo gonfiano.
Pei riccioletti folli d'una nuca
per l'ala d'un cappello io posso ancora
alleggerirmi dalla mia tristezza.
Io sono ancora giovane, inesperto
col cuore pronto a tutte le follie.

Una luce si fa nel dormiveglia.
Tutto è sospeso come in un'attesa.
Non penso più. Sono contento e muto.
Batte il mio cuore al ritmo del tuo passo.


EMIL CIORAN, da "Quaderni 1957-1972")

‎"Rinnovarsi significa cambiare opinione, significa rinnegarsi. Per fortuna ogni volta che si rinnega si prova un segreto piacere, quanto mai ambiguo, di cui sarebbe assurdo privarsi".

(EMIL CIORAN, da "Quaderni 1957-1972")

La vita (ANTONIA POZZI)



Alle soglie d'autunno
in un tramonto
muto

scopri l'onda del tempo
e la tua resa
segreta

come di ramo in ramo
leggero
un cadere d'uccelli
cui le ali non reggono più.


18 agosto 1935

Non è che muoia d'amor, muoio di te (JAIME SABINES)

Non è che muoia d'amor, muoio di te (JAIME SABINES)

Non è che muoia d'amor, muoio di te. 
Muoio di te, amore, d'amor di te, 
d'urgenza mia della mia pelle di te, 
della mia anima, di te e della mia bocca
e dell'insopportabile che sono senza te.

Muoio di te e di me, muoio d'ambedue,
di noialtri, di questo,
straziato, diviso,
mi muoio, ti muoio, lo moriamo.

Moriamo nella mia stanza dove sono solo,
nel mio letto dove manchi,
nella strada dove il mio braccio va vuoto,
nel cinema e nei parchi, i tram
i posti dove la mia spalla
abitua la tua testa
e la mia mano la tua
e tutto so di te come me stesso.

Moriamo nel luogo che ho prestato all'aria
perché tu stessi fuori di me,
e nel posto dove finisce l'aria
quando ti butto la mia pelle addosso
e ci conosciamo in noialtri,
separati dal mondo, felice, penetrata,
e certamente, interminabile

Moriamo, lo sappiamo, lo ignorano, ci moriamo
tra noi due, ora, separati,
l'un dall'altro, giornalmente,
cadendo in molteplici statue,
in gesti che non vediamo
nelle nostre mani che ci cercano.

Moriamo, amore, muoio nel tuo ventre
che non mordo né bacio,
nei tuoi muscoli dolcissimi e vivi,
nella tua carne senza fine, muoio di maschere,
di triangoli oscuri e incessanti.

Muoio del mio corpo e del tuo corpo,
della nostra morte, amore, muoio, moriamo.
Nel pozzo d'amore a tutte le ore,
inconsolabile, a grida ,
dentro di me, voglio dire, ti chiamo,
ti chiamano quelli che nascono, quelli che vengono
dietro, di te, quelli che arrivano a te.
Moriamo, amore, e non facciamo nulla
se non morire di più, ora dopo ora,
e scriverci, e parlarci e morire.

Le scelte di Virginia


















Le scelte di Virginia 
tra parole, versi, pensieri 
del mondo.
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Prendimi la pelle (ALDA MERINI)

Prendimi la pelle di un tempo,
divino amore,
quella scorticata e precisa
che hanno dato le mie labbra:
le mie labbra sono ombre funeste.
Prendi i miei baci, amore,
prendimi la polvere delle ali,
perché possa volarti sul cammino,
io, fantasma giocoso degli specchi.




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A molti (ANNA ACHMATOVA)

Io sono la vostra voce,
il calore del vostro fiato,
il riflesso del vostro volto,
i vani palpiti di vane ali...
fa lo stesso, sino alla fine io sto con voi.

Ecco perché amate così cupidi me,
nel mio peccato e nel mio male,
perché affidaste a me ciecamente
il migliore dei vostri figli;
perché nemmeno chiedeste di lui,
mai, e la mia casa vuota per sempre
velaste di fumose lodi.
E dicono: non ci si può fondere più strettamente,
non si può amare più perdutamente...

Come vuole l'ombra staccarsi dal corpo,
come vuole la carne separarsi dall'anima,
così io adesso voglio essere scordata.



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Nel mio grembo (Else Lasker-Schüler)

Nel mio grembo
Dormono le nuvole scure.
Perciò io sono così triste, mio bene.

Io devo chiamare il tuo nome
Con la voce dell’uccello del paradiso
Quando le mie labbra si colorano.

Già dormono tutti gli alberi nel giardino –
Anche l’instancabile
Davanti alla mia finestra –

Frulla l’ala dell’avvoltoio
E mi porta per l’aria
Fin sulla tua casa.

Le mie braccia si appoggiano ai tuoi fianchi,
Per rispecchiarmi
Nella trasfigurazione del tuo corpo.

Non spegnere il mio cuore –
Tu che trovi la strada –
Eternamente.



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Non cercare mai di dire al tuo amore... (WILLIAM BLAKE)

Non cercare mai di dire al tuo amore
amore che mai non si può dire;
perché il vento gentile si muove
silenzioso, invisibile.

Ho detto il mio amore, ho detto il mio amore,
le ho detto tutto il mio cuore;
tremante, gelido, in terribili paure -
Ah, se ne va via.

Non appena se ne fu andata da me
uno straniero passò per caso;
silenzioso, invisibile -
Oh, non ci fu rifiuto.




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Tra andarsene e restare... (OCTAVIO PAZ)

Tra andarsene e restare è incerto il giorno,
innamorato della sua trasparenza.

Il pomeriggio circolare si fa baia;
nel suo calmo viavai si mescola il mondo.

Tutto è visibile e tutto è elusivo,
tutto è vicino e tutto è inafferrabile.

Le carte, il libro, il bicchiere, la matita
riposano all'ombra dei loro nomi.

Nella mia tempia il battito del tempo ripete
la stessa testarda sillaba di sangue.

Dell'indifferente muro la luce fa
uno spettrale teatro di riflessi.

Mi scopro nel centro di un occhio;
non mi guarda, mi guardo nel suo sguardo.

Si dissipa l'istante. Immobile.
Vado e vengo: sono una pausa.


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La notte si addensa intorno a me (Emily Brontë)

La notte si addensa attorno a me,
selvaggio e gelido soffia il vento;
ma una magia implacabile mi ha vinto,
e non posso, non posso fuggire.

Alberi giganteschi piegano
i rami spogli appesantiti dalla neve;
veloce la tempesta si fa vicina,
ed io non posso fuggire.

Nuvole e nuvole su di me,
deserti e deserti ai miei piedi;
nessun terrore potrà allontanarmi:
non voglio, non posso fuggire.


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Ad Apollo (Else Lasker-Schüler)

È la sera d’aprile.
Il coleottero striscia nel muschio fitto.
Ha così paura – il mondo così grande!

I vortici del vento litigano con la vita,
Devotamente placida tengo le mani
Sul mio grembo vinto di pietà.

Un angelo giocava lieve sui tasti azzurri,
Lontano dissolta fantasia.
E tutti i pesi dei miei carichi
Si trasfigurarono leggeri.

Di colpo mi fa male il mio orfanissimo cuore –
Fili insanguinati spaccano la sua quiete.
Due occhi scrutano feriti attraverso il suo involucro di marmo
Il mare del mio palpitante granato.

Un incendio appiccò nella terra del mio cuore –
Nemmeno il suo divino sorriso
Mi lasciò in pegno.


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Quella del faro (EUGENIO MONTALE) ("Quaderno di quattro anni")

Suppongo che tu sia passata
senza lasciare tracce. Sono certo
che il tuo nome era scritto altrove, non so dove.
È un segno di elezione, il più ambito
e il più sicuro, il meno intelligibile
da chi ha in tasca un brevetto a garanzia
di "un posto al mondo" (che farebbe ridere
anche te dove sei, se ancora sei).



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Per questo sono nata (PATRIZIA CAVALLI)

Per questo sono nata, per scendere
da una macchina dopo una corsa
in una strada qualunque e trafficata
e guidata dagli angeli piegarmi
attraverso il finestrino
sopra quei capelli e in silenzio
sentire l’odore di quel viso
dove poco prima avevo visto
come la bocca e gli occhi
si passavano un sorriso che non si apriva mai
e correndo veloce scompariva
in un attimo e tornava.

Ma come può accadere che tu
per smania di potere
stia vicino a una
con lo sguardo smozzicato
pronta a lanciarsi sugli avanzi
di qualunque sesso e provenienza
che mangiucchia con quella sua boccuccia
che non ha nemmeno un disegno?





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Parla per me (Emily Jane Brontë)

Deve rispondere la luce del tuo sguardo,
ora che la ragione, con occhi sdegnosi,
irride alla mia piena sconfitta!
La tua lingua di miele deve parlare per me
e dire perché io ti abbia scelto!

La severa ragione viene al giudizio,
vestita delle sue vesti più cupe:
sarai muto tu, mio difensore?
No, angelo radioso, parla per me,
spiega perché io abbia scagliato lontano il mondo.

Perché con tanta ostinazione ho evitato
il comune sentiero che ognuno ha seguito,
perché ho percorso una strada sconosciuta,
ignorando a un tempo potere e ricchezza -
le ghirlande della gloria e i fiori del piacere.

Un tempo apparivano creature divine;
un tempo forse udirono i miei voti,
e sui loro altari videro le mie offerte;
ma, doni senza amore non sono apprezzati,
e i miei vennero disprezzati giustamente.

Con un cuore pronto ho giurato
di ignorare i loro altari di pietra;
ho consacrato il mio spirito ad adorare
te, creatura fantasma, onnipresente;
mio schiavo, mio compagno e mio re.

Schiavo, perché ancora ti governo;
ti piego alla mia volontà che vuol mutare,
rendo buono o cattivo il tuo influsso:
compagno, perché la notte e il giorno
tu sei la mia intima delizia -

Pena tanto amata che lacera e ferisce
e strappa dalle lacrime un grido di gioia
offuscando per me ogni terrena cura;
tuttavia, re, se pure la prudenza
ha insegnato alla tua schiava a ribellarsi.

Sono in torto se mi inchino a venerare
là dove la fede non ha dubbi, né la speranza dispera,
poiché la mia stessa anima può esaudire la preghiera?
Parla, dio delle visioni, parla per me,
spiega perché io ti abbia scelto!



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La notte del destino (YOUNIS TAWFIQ)

Nei varchi tra la notte
e l'impossibile,
sotto un velo di neve,
ti ho inteso gridare le forme delle piaghe
e nella tenda del silenzio soffrivi l'eco:
condividevi il terrore con il tuo assassino,
aprivi il petto al vento,
mettevi catene alla passione
e per il pianto...
È la Notte del Destino,
perciò strappati il manto della sopportazione,
e sacrifica gli occhi ai numi della guerra,
finché le tue visioni non verran meno...
È notte di ghiaccio
ed è di fuoco,
è notte
che gli specchi del cielo vedono
infrangersi
...e ne scendono lune,
come fossero pioggia di pietra...
Fisso così il tuo nome
ed il tuo volto,
fisso la morte finché arriva il giorno.
Ma intanto tu
spartisci il mio tormento e poi scompari,
ti trasformi in miraggio dell'infanzia,
penetri nel segreto del deserto
e il tuo cuore fiorisce sulla sabbia,
simile a un girasole, un canto funebre.
Intanto, tu
diventi il riso di bambino che la vita ha ucciso
e in questa notte rinasce, quando
Dio scende, plenilunio triste,
sopra i due fiumi,
e sugli schieramenti delle palme.
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Per finire (EUGENIO MONTALE) ("Quaderno di quattro anni")

In qualche parte del mondo
c'è chi mi ha chiesto un dito
e non l'ho mai saputo. La distanza
di quanto più s'accorcia di tanto si allontana.



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Nelle mie braccia tutta nuda (NAZIM HIKMET)

Nelle mie braccia tutta nuda
la città la sera e tu,
il tuo chiarore l’odore dei tuoi capelli
si riflettono sul mio viso.

Di chi è questo cuore che batte
più forte delle voci e dell’ansito?
è tuo è della città è della notte
o forse è il mio cuore che batte forte?

Dove finisce la notte
dove comincia la città?
dove finisce la città dove cominci tu?
dove comincio e finisco io stesso?





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Per sogni d'ombre, per ombre di sogni
per l'avanzo d'infanzia che mi avanza
per questo niente vuoi che mi vergogni?
Per sogni d'ombre morte in lontananza?

"Non mi piace il tuo stile da mistero
e reciti te stessa molto male."
Il sogno è l'infinita ombra del vero
e spesso è più reale del reale.

(PATRIZIA VALDUGA)



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S'avete del mio amor l'alma conquisa,
procurate d'avermi in dolce modo,
via più che la mia penna non divisa.

Il valor vostro è quel tenace nodo
che me vi può tirar nel grembo, unita
via più ch'affisso in fermo legno chiodo:

farvi signor vi può de la mia vita,
che tanto amar mostrate, la virtute,
che 'n voi per gran miracolo s'addita.

Fate che sian da me di lei vedute
quell'opre ch'io desio, che poi saranno
le mie dolcezze a pien da voi godute;

e le vostre da me si goderanno
per quello ch'un amor mutuo comporte,
dove i diletti senza noia s' hanno.

(VERONICA FRANCO)



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Fotografie fuori fuoco (AMEL MOUSSA) (Tunisia)

Fammi una fotografia seducente
che sveli il balenio della mia tristezza.
Una fotografia
che fermi il sorriso
all’angolo della rivelazione.
Fammi una fotografia
dallo specchio, mentre mi lavo
e una
quando mi avviluppo in me stessa per diventare il mio scialle
e ancora una
quando bacio le mie mani
per perdonarmi.
Fammi una fotografia
mentre strappo le altre.



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In una notte bianca (ANNA ACHMATOVA)

Ah, non avevo chiuso la porta,
le candele non avevo acceso,
non sai come, stanca,
non mi risolvevo a coricarmi.

Guardare come si spengono le macchie
d'abeti nel buio del crepuscolo,
inebriandomi al suono d'una voce
che somiglia alla tua.

E sapere che tutto è perduto,
che la vita è un maledetto inferno!
Oh, io ero sicura
che saresti tornato.



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Solitudine (ANTONIA POZZI)

Ho le braccia dolenti e illanguidite
per un'insulsa brama di avvinghiare
qualche cosa di vivo, che io senta
più piccolo di me. Vorrei rapire
d'un balzo e poi portarmi via, correndo,
un mio fardello, quando si fa sera;
avventarmi nel buio per difenderlo,
come si lancia il mare sugli scogli;
lottar per lui, finché non rimanesse
un brivido di vita; poi, cadere
nella più fonda notte, sulla strada,
sotto un tumido cielo inargentato
di luna e di betulle; ripiegarmi
su quella vita che mi stringo al petto -
e addormentarla - e anch'io dormire, infine...

No: sono sola. Sola mi rannicchio
sopra il mio magro corpo. Non m'accorgo
che, invece di una fronte indolenzita,
io sto baciando come una demente
la pelle tesa delle mie ginocchia.



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L'Altro (EUGENIO MONTALE) ("Satura")

Non so chi se n'accorga
ma i nostri commerci con l'Altro
furono un lungo inghippo. Denunziarli
sarà, più che un atto d'ossequio, un impetrare clemenza.
Non siamo responsabili di non essere lui
né ha colpa lui, o merito, della nostra parvenza.
Non c'è neppure timore. Astuto il flamengo nasconde
il capo sotto l'ala e crede che il cacciatore
non lo veda.



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Quanto tempo è passato… (Else Lasker-Schüler)

Io sogno così remota da questa terra
Come se fossi morta
E più non avessi forma.

Nel marmo del tuo gesto
La mia vita meglio si ricorda.
Il cammino però mi è ignoto.

Ora mi opprime la sfera scintillante
Sotto il manto di diamante.
Ma io mi appiglio al vuoto.



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Un quadro che il muro non sopporta (AMEL MOUSSA) (Tunisia)

Ho il colore dell’acqua
il mio volto è quello della terra nel tramonto
i capelli sono il mio vestito regale
le spalle due nidi.
Uno per la colomba
e uno per il falco assonnato.
I seni un lievito per i miei segreti
i fianchi un astro che ruota intorno a una gazzella
le mani due giare che straripano
acqua
del mio colore
le gambe città
annoiate d’appuntamenti d’amanti
le dita pettinano le trecce del mio poema.
Quale muro può sopportarmi come quadro?





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Per altri venti, fuori rosa (ANDREA ZANZOTTO)

"Sorvoleremo insieme il firmamento
dove le stelle brilleranno a cento" e poi
precipiteremo dagli alti strabiliamenti
in annuvolamenti sbilenchi
a trascinarci a sfilacciarci
in mille dissipazioni?
O finiremo, consustanziale sangue,
disseccati in mappe
in indizi per i meteosat
persi sull'orlo di ignizioni?
O saremo, soltanto,
insieme a mugghiarci addosso
stipati nel manufatto mostro:
non-uomo non -natura, in fondo al fosso
Tohu e Bohu?



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Al cavaliere (Else Lasker-Schüler)

Non c’è più sole,
Ma il tuo viso splende.

E la notte senza meraviglia,
Tu sei il mio sonno.

Il tuo occhio scatta come stella cadente.
Sempre io mi auguro qualcosa.

Oro sonante è il tuo riso,
Il mio cuore danza verso il cielo.

Quando arriva una nuvola –
Muoio.



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‎"Oh baciami, biancore di tramonto,
fratello senza pace nella fine,
baciami gli occhi chiusi, chiudi il conto
per l’alba della morte senza fine.

Io mi arrendo, congedo i miei soldati,
la mia legione di sogni e di versi.
Combattete per altri disarmati,
vincete in verità, miei sogni in versi.

No, non ancora. Ancora pochi istanti:
per approssimazioni millimetriche
sempre spietatamente equidistanti
le mani buie, le braccia scheletriche…

Eccomi, ancora. Prendimi per mano:
occorre che mi fermi e mi conforti
perché non posso andare più lontano
perché dopo ci sono solo i morti".

(PATRIZIA VALDUGA)



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Verboten (EUGENIO MONTALE) ("Diario del ‘72")

Dicono che nella grammatica di Kafka
manca il futuro. Questa la scoperta
di chi serbò l’incognito e con buone ragioni.
Certo costui teme le conseguenze
flagranti o addirittura conflagranti
del suo colpo di genio. E Kafka stesso,
la sinistra cornacchia, andrebbe al rogo
nell’effige e nelle opere, d’altronde
largamente invendute.



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Ed io (ANA ROSSETTI)

Ed io, che in piccole particelle
sonnecchiavo nel fondo dei miei occhi,
al momento affiorai.
E credo che egli mi vide.
Prima di tornare a sedimentarsi nel profondo, mi vide.
Apparvi come un cerchio che danza,
come una frangia di stoviglia,
e in ogni figura mi mostravo diversa.
Apparvi come un corteo di donne distinte,
e il viso di ognuna era genuino.
Apparvi e subito svanii come un folletto.
Ma credo che egli mi vide.
E anche così volli ritornare, affacciarmi,
contemplarlo coi miei innumerevoli occhi,
opprimerlo con le multiple immagini, tutte vere,
con la declamazione dei miei molti nomi;
consentirgli di nuovo di sorprendermi,
rivelarmi umile, mia sola
tranquilla
e invariabile maschera.
Sì, questo volli. 

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‎"Riconosco
l'amore dal lontano
di chi mi è accanto.

Come se mi avessero scavato
dentro fino al midollo. Riconosco
l'amore dal pianto delle vene
lungo tutto il corpo".



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A Giselheer il pagano (Else Lasker-Schüler)

Piango –
I miei sogni cadono nel mondo.

Nella mia oscurità
Nessun pastore si avventura.

I miei occhi non mostrano la via
Come le stelle.

Io mendico sempre davanti alla tua anima –
Lo sai?

Almeno fossi cieca –
Crederei d’essere nel tuo corpo.

Verserei tutti i fiori
Nel tuo sangue.

Io sono molto ricca,
Non può cogliermi chiunque;

O i miei doni portarsi
Via.

Io voglio teneramente insegnarmi a te;
Già sai dire il mio nome.

Guarda i miei colori,
Nero e stella

E non amare il freddo giorno
Che ha un occhio di vetro.

Tutto è morto,
Solo tu ed io no.

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Dire piano – (Else Lasker-Schüler)


Tu ti prendesti tutte le stelle
Sul mio cuore.

I miei pensieri si increspano,
Io devo danzare.

Tu fai sempre quello che mi fa guardare in alto,
Stancare la mia vita.

Non posso più sopportare
La sera sopra le siepi.

Nello specchio dei ruscelli
Non ritrovo la mia immagine.

All’arcangelo tu hai rubato
I fluttuanti occhi;

Ma io spizzico il miele
Del loro azzurro.

Il mio cuore va lento sotto
Io non so dove –

Forse nella tua mano.
Dovunque lei si impiglia alla mia rete.





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A un Gesuita moderno (EUGENIO MONTALE) ("Satura")

Paleontologo e prete, ad abundantiam
uomo di mondo, se vuoi farci credere
che un sentore di noi si stacchi dalla crosta
di quaggiù, meno crosta che paniccia,
per allogarsi poi nella noosfera
che avvolge le altre sfere o è in condominio
e sta nel tempo (!),
ti dirò che la pelle mi si aggriccia
quando ti ascolto. Il tempo non conclude
perché non è neppure incominciato.
È neonato anche Dio. A noi di farlo
vivere o farne senza; a noi di uccidere
il tempo perché in lui non è possibile
l'esistenza.





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‎"Quel cassetto era pieno di sue fotografie. Me ne mostrò tante, di antiche e di recenti.
«Tutte morte,» le dissi.
Si voltò di scatto a guardarmi.
«Morte?»
«Per quanto vogliano parer vive.»
«Anche questa col sorriso?»
«E codesta, pensierosa; e codesta, con gli occhi bassi.»
«Ma come morta, se sono qua viva?»
«Ah, lei sí; perché ora non si vede. Ma quando sta davanti allo specchio, nell'attimo che si rimira, lei non è piú.»
«E perché?»
«Perché bisogna che lei fermi un attimo in sé la vita, per vedersi. Come davanti a una macchina fotografica. Lei s’atteggia. E atteggiarsi è come diventare statua per un momento. La vita si muove di continuo, e non può mai veramente vedere se stessa»
«E allora io, viva, non mi sono mai veduta?»
«Mai, come posso vederla io. Ma io vedo un'immagine di lei che è mia soltanto; non è certo la sua. Lei la sua, viva, avrà forse potuto intravederla appena in qualche fotografia istantanea che le avranno fatta. Ma ne avrà certo provato un'ingrata sorpresa. Avrà fors’anche stentato a riconoscersi, lí scomposta, in movimento.»
«È vero.»
«Lei non può conoscersi che atteggiata: statua: non viva. Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire. Lei sta tanto a mirarsi in codesto specchio, in tutti gli specchi, perché non vive; non sa, non può o non vuol vivere. Vuole troppo conoscersi, e non vive.»
«Ma nient'affatto! Non riesco anzi a tenermi mai ferma un momento, io.»
«Ma vuole vedersi sempre. In ogni atto della sua vita. E come se avesse davanti, sempre, l’immagine di sé, in ogni atto, in ogni mossa. E la sua insofferenza proviene forse da questo. Lei non vuole che il suo sentimento sia cieco. Lo obbliga ad aprir gli occhi e a vedersi in uno specchio che gli mette sempre davanti. E il sentimento, subito come si vede le si gela. Non si può vivere davanti a uno specchio. Procuri di non vedersi mai. Perché, tanto, non riuscirà mai a conoscersi per come la vedono gli altri. E allora che vale che si conosca solo per sé? Le può avvenire di non comprendere piú perché lei debba avere quell'immagine che lo specchio le ridà».
Rimase a lungo con gli occhi fissi a pensare".

(LUIGI PIRANDELLO, "Uno, nessuno e centomila")





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Di salmastro e di terra (CESARE PAVESE)

Di salmastro e di terra
è il tuo sguardo. Un giorno
hai stillato di mare.
Ci sono state piante
al tuo fianco, calde,
sanno ancora di te.
L'agave e l'oleandro.
Tutto chiudi negli occhi.
Di salmastro e di terra
hai le vene, il fiato.
Bava di vento caldo,
ombre di solleone ‒
tutto chiudi in te.
Sei la voce roca
della campagna, il grido
della quaglia nascosta,
il tepore del sasso.
La campagna è fatica,
la campagna è dolore
Con la notte il gesto
del contadino tace.
Sei la grande fatica
e la notte che sazia.

Come la roccia e l'erba,
come terra, sei chiusa;
ti sbatti come il mare.
La parola non c'è
che ti può possedere
o fermare. Cogli
come la terra gli urti,
e ne fai vita, fiato
che carezza, silenzio.
Sei riarsa come il mare,
come un frutto di scoglio,
e non dici parole
e nessuno ti parla.

(15 novembre '45)



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Ieri ti ho baciato sulle labbra. 




Ieri ti ho baciato sulle labbra. 
Ti ho baciato sulle labbra. Intense,
rosse. Un bacio così corto 
durato più di un lampo, 
di un miracolo, più ancora. 
Il tempo 
dopo averti baciato 
non valeva più a nulla 
ormai, a nulla 
era valso prima. 
Nel bacio il suo inizio e la sua fine.

Oggi sto baciando un bacio; 
sono solo con le mie labbra. 
Le poso 
non sulla bocca, no, non più 
- dov'è fuggita? - 
Le poso 
sul bacio che ieri ti ho dato, 
sulle bocche unite 
dal bacio che hanno baciato. 
E dura questo bacio 
più del silenzio, della luce. 
Perché io non bacio ora 
né una carne né una bocca, 
che scappa, che mi sfugge. 
No. 
Ti sto baciando più lontano.






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Desiderio (Joy Harjo)

Facciamo ch'io mastichi desiderio e il succo esploda
di ali di zucchero in bocca.

Facciamo che abbia il tuo sapore.

Facciamo che potrei anche annegare se te ne vai
per il tempo che occorre a un merlo
per capire un pino.

Facciamo che all’alba entriamo in pineta.

Non abbiamo dormito e il solo oppio che abbiamo fumato
è quello che esala dai nostri respiri congiunti.

Facciamo che le stelle non abbiano mai imparato
a dire addio. (Una è un gioiello
di magia azzurra nel tuo orecchio perfetto).

Facciamo che tutto questo sia vero

com’è vero che ci sono merli
in un paradiso di merli.







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‎"Se amo, sono grande nel mio amore.
Ma lui lo era? Se amava era grande?
Oh scroscianti radiose e nere ore,
state eludendo tutte le domande!

E gli dicevo: Sì, sentire è tutto.
E tutto in me che sente sente te.
Ti sento in me, ti sento fin nel flutto
del tempo-sangue freddo in tutta me".

(PATRIZIA VALDUGA)





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Dopo l’amore (Maxine Kumin)

E dopo, la ricomposizione.
I corpi riprendono i loro confini.

Queste gambe, ad esempio, sono le mie.
Le tue braccia ti riportano in te.

I cucchiai delle nostre dita, le labbra
riconoscono il loro possessore.

Le lenzuola sbadigliano, una porta
insensatamente sbatte

e nel cielo, cantilenando
un aereo scende.

Niente è cambiato, se non che
c’è stato un momento in cui

il lupo, il lupo mercante
che sta fuori dal sé

si è sdraiato sereno, e si è messo a dormire.





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Istigazione (ANA ROSSETTI)

Scappiamo, fuggiamo verso i complici
giorni dell'infanzia. Perdiamoci inermi
nelle intense vertigini della pelle ancora incerta.
Confusi, non trovando parole
per tanto stupore, daremo alle cose nuovi nomi
in una lingua segreta: come allora.
Perdiamoci nel grande incubo
della notte. Nei neri corridoi
dell'orrore proseguiamo fino a che non ci colga
- piegati sulle ginocchia - il fedele svenimento.
Vieni. Guardiamo in ogni serratura
che si apra a qualcosa di proibito,
con rito solenne uccidiamo le farfalle di vetro,
imbrattiamo la seta, strappiamo il tulle
che vela le magnolie,
e la disobbedienza sia nostro privilegio.



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Sovrana (SIBILLA ALERAMO) ("Poesie 1921-1927")

Quanti s'affaticano e quant'altri danzano
in quest'ora stessa di vento e di primavera?
E v'ha chi s'innamora e v'ha chi alleva fiori.

Io, io di me sola vivo e di desolato silenzio,
o forse silenzio non è, ma frusciante potenza,
ahi sovrana e vana, da ogni cuore lontana!



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Malinconia (GIUSEPPE UNGARETTI) ("L'Allegria")

Calante malinconia lungo il corpo avvinto
al suo destino

Calante notturno abbandono
di corpi a pien'anima presi
nel silenzio vasto
che gli occhi non guardano
ma un'apprensione

Abbandono dolce di corpi
pesanti d'amaro
labbra rapprese
in tornitura di labbra lontane
voluttà crudele di corpi estinti
in voglie inappagabili

Mondo

Attonimento
in una gita folle
di pupille amorose

In una gita che se ne va in fumo
col sonno
e se incontra la morte
è il dormire più vero


Quota Centoquarantuno, il 10 luglio 1916





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Sono tanto brava (SIBILLA ALERAMO) ("Momenti" 1912-1920)

Sono tanto brava lungo il giorno.
Comprendo, accetto, non piango.
Quasi imparo ad avere orgoglio quasi fossi un uomo.
Ma al primo brivido di viola in cielo
ogni diurno sostegno dispare.
Tu mi sospiri lontano;
Sembrami d'aver tra le dita la stanchezza di tutta la terra.
Non son più che sguardo, sguardo sperduto, e vene.





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Vorrei essere un punto (MONIZA ALVI) (Pakistan)

Vorrei essere un punto in un quadro di Mirò
appena distinguibile da altri punti,
certo, ma disposto in modo del tutto unico.

E dal mio oscuro centro
contemplerei la bellezza dell’orizzonte
e mi chiederei se valga la pena di
rotolare verso la striscia color limone,
posata centralmente, e di spingere le mie curve
contro il suo bordo, per attrarre su di me
un po’ d’attenzione.

Ma sto bene dove sono.
Non capirò mai del tutto quello che avviene
intorno a me, ma è proprio questo il bello.

Il fatto che non sono un cerchio perfetto
mi rende più interessante a questo mondo.
La gente mi guarderà sempre
e anche i più insensibili si emozioneranno.
Eccomi qui, sul punto di animarmi,
un sogno, una danza, una costruzione fantastica,
l’avventura di un bimbo.

E niente in questo cielo fulvo
può avvicinarsi troppo, o andarsene troppo lontano.





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Piango (SIBILLA ALERAMO)

Piango
come dovrebbero gli altri su me piangere,
e nessuno invece nessuno
la mia agonia intende.

Piango
per la cecità degli altri,
di tutti che non sanno vedermi,
che sulla lor strada m'incontrano
e nel fondo dei miei occhi
vedere non sanno
quest'infinita supplica d'amore,
ch'io in carità essere sentita vorrei,
e cara a tutti sentirmi
qual mi son creata
con lungo martirio e sì pura fede...

Piango
come dovrebbero gli altri su me piangere.
Oh, non piangere, no,
ma all'agonia strapparmi,
dalla morte che pietosa sola mi vuole.





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Poesia sconcia (Marge Piercy)

C’è neve sui miei campi
anche se l’aria è calda voglio
rotolare sulla schiena e dimenarmi.
Proprio così, l’oscuro pianto in pendio mostra
il vincitore, e il tetto d’erba alta
sporge dalle rive,
ma io voglio cominciare ad arare e seminare.
Le mie gonfie colline, il mio fertile suolo
argilloso trapunto di lombrichi rossi come bocche,
il mio giardino,
perché non ti affretti
a toglierti i vestiti?



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Tentazione (SIBILLA ALERAMO)

Hai avuto un gesto delle mani, dolce,
mentre parlavi dell’amore femmineo,
hai figurato col cavo delle mani dolcemente
la raccolta e tremula dedizione d’un cuore.
Per qualche attimo così m’hai tenuta,
il giovanile fuoco dei tuoi occhi rideva
desioso e scherzoso, e m’avvolgeva,
per qualche attimo come in nuvole d’oro.

Oh abbandonarsi e tutta rabbrividire,
innamorata d’un lucente sguardo,
oh rivivere alla gioia e rossa rifiorire
ed aulente prostrarsi ad una carezza forte!
Poi piangere piangere soavemente.
Da tanto tempo resisto altera e sola!
Le lagrime son tante che vorrei versare!

Ma tu su la mia fronte e sul fermo viso
hai letto solamente forza e signoria,
mentre a cimentarmi dicevi
che troppo io ho l’anima virile
e certo non so non so piegarmi e darmi.
Il giovanile fuoco dei tuoi occhi rideva,
hai avuto un gesto delle mani, dolce…





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Chiudo il tuo libro (SIBILLA ALERAMO)

Chiudo il tuo libro,
snodo le mie trecce,
o cuor selvaggio,
musico cuore…

Con la tua vita intera
sei nei miei canti
come un addio a me.

Smarrivamo gli occhi negli stessi cieli,
meravigliati e violenti con stesso ritmo andavamo,

liberi singhiozzando, senza mai vederci,
né mai saperci, con notturni occhi.

Or nei tuoi canti
la tua vita intera
è come un addio a me.

Cuor selvaggio,
musico cuore,
chiudo il tuo libro,
le mie trecce snodo.


















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Il ponte (F. PESSOA) (da "Il violinista pazzo")

Irrorami di baci come la rugiada,
e per il mio spirito risvegliato
sarà mattino.
Il mio grigio capo chino adorna
d'alloro, sicché io possa vedere
la mia ombra incoronata e sorridere anche se sono addolorato.

Benché il mio capo sia piegato,
i tuoi piedi, calzati di speranza,
passano e sono eloquenti
nella maniera in cui non si fermano.
Sono piegati in qualche luogo sull'erba
con quella parte di me che scruta i significati.

Siamo per sempre amanti,
al di là della complicità della carne,
amanti in un modo nuovo
che non abbia bisogno di parole né di sguardi.
Così astratto, il nostro amore possa essere
non nostro, ma un vago sospiro dell'Essere Puro.















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La tua anima è un fiume, mio amore (NAZIM HIKMET)

La tua anima è un fiume, mio amore
scorre in alto tra le montagne
tra le montagne verso la piana
verso la piana senza poterla raggiungere
senza raggiungere il sonno dei salici piangenti
la quiete dei larghi archi di ponte
dell’erbe acquatiche dell’anatre dalla testa verde
senza raggiungere la dolcezza triste delle superfici piane
senza raggiungere i campi di grano al chiaro di luna
scorre verso la piana
scorre in alto tra le montagne
tirandosi dietro le nubi che si fondono e si separano
portandosi di notte le grosse stelle
le stelle delle cime delle montagne
scorre schiumeggiando mescolando nel fondo
le pietre nere con quelle bianche
scorre coi suoi pesci che nuotano contro corrente
vigili nelle curve
s’inabissa e s’inalbera
pazza del proprio fragore
scorre in alto tra le montagne
tra le montagne verso la piana
verso la piana inseguendola
senza poterla raggiungere.













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Momenti rubati (Kim Addonizio)

Se è successo, è successo una volta. Adesso tutto
è memoria – lui tagliava un’arancia: la buccia
intatta, poi il coltello, lo spicchio gelato
sollevato alla mia bocca, la sua bocca, la fine
membrana tra di noi, l’arancia squisita,
lingua, arancia, la mia nudità e la sua,
il modo in cui mi ha spinto contro il frigo –
Ora sento ancora le sue mani, il bacio
che non durò, ma che mandò neuroni gemelli
a balenare folli sulla corteccia. L’amore
è spietato, il modo in cui penetra
e continua ad emettere luce. Accanto alla stufa
mangiammo un’arancia. E c’erano fiori viola
sul tavolo. Era solo questione di ore.





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Lontano (GIUSEPPE UNGARETTI) ("L'Allegria")

Lontano lontano
come un cieco
m'hanno portato per mano


Versa, il 15 febbraio 1917





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Talor, mentre cammino solo al sole (CAMILLO SBARBARO) ("Pianissimo" [1914])

Talor, mentre cammino solo al sole
e guardo coi miei occhi chiari il mondo
ove tutto m'appar come fraterno,
l'aria la luce il fil d'erba l'insetto,
un improvviso gelo al cor mi coglie.

Un cieco mi par d'essere, seduto
sopra la sponda d'un immenso fiume.
Scorrono sotto l'acque vorticose,
ma non le vede lui: il poco sole
ei si prende beato. E se gli giunge
talora mormorio d'acque, lo crede
ronzio d'orecchi illusi.

Perché a me par, vivendo questa mia
povera vita, un'altra rasentarne
come nel sonno, e che quel sonno sia
la mia vita presente.

Come uno smarrimento allor mi coglie,
uno sgomento pueril.
Mi seggo
tutto solo sul ciglio della strada,
guardo il misero mio angusto mondo
e carezzo con man che trema l'erba.




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La casa di Olgiate (EUGENIO MONTALE)
("La casa di Olgiate e altre poesie")

In quel tempo era ancora vivo
il piccolo Tonino nella casa
alta sul cavalcavia.
Io la vedevo, la casa, dall’autostrada,
ignorando te e lui: non mi balzava
il cuore come adesso. L’ignoranza
mia occultava l’avvenire, il fil-
di-ferro del domani, là giunti, si troncava.

V’entrai molti anni dopo
(il bimbo era morto da tanto,
susurrando “mi duole per te mamma”),
conobbi l’orto, il giardiniere, il tuo
boudoir di diciottenne, disammobiliato,
l’impronta appena visibile di un cerchio sul muro -lo specchio-,
e non potevo parlare. Tra quelle stanze
una parte alitante di te mi bastava.

Il trillo del tuo cardellino più tardi si spense
all’ombra del giglio rosso da me lasciato.
Famelico delle tue tracce mi affaccio su rettangoli
di verze, su cespugli di dalie impolverate,
e il vecchio custode mi segue, più inebetito di me
nei corridoi, nel solaio mentre dal basso giunge
un crepitare isocrono di macchine,
ma non bava d’aria nell’afa.

Così i destini s’annodano, mia tigre, e intanto tu
dietro le lenti affumicate spii
nugoli pigri e sull’Olona putrido
l’efflorescenza dei disinfestanti.
Si snodano i destini. Mai da me intraveduta,
la tua casa friulana ora s’allarga
nel desiderio, l’aia dove incontro al futuro
irruppe la tua infanzia, e già volava.


2 luglio 1963



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Non amore (Nanette Rayman)

Sono in molti a cercare l’amore.
Io voglio solo rannicchiarmi in una stanza silenziosa.
A sentire l’assalto del tuo cuore
o non esistere neanche. Mani che mi aiutano a dormire.
Una lucciola che freme contro il freddo torso del cielo,
aspettando un sapore.

Desiderio ondeggiante nel buio che
mi rende più giovane degli uccelli.

Toccami
l’ombelico, chiamami carne, come un fiore fa’ sbocciare il mio seno,
curvami all’indietro
e risalimi
finché rovineremo dentro al fuoco
dei teschi che vengono a sorridere. Pianto di ciottolo di luna.
Ossa di fiori che non hai mai colto.

Tratta da "Gatti come angeli. L’eros nella poesia femminile di lingua inglese", a cura di Loredana Magazzeni e Andrea Sirotti, Milano 2006.

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‎"Ciò che è fuori di te è una proiezione di ciò che è dentro di te, e ciò che è dentro di te è una proiezione del mondo esterno. Perciò spesso, quando ti addentri nel labirinto che sta fuori di te, finisci col penetrare anche nel tuo labirinto interiore. E in molti casi è un'esperienza pericolosa".

(Haruki Murakami, "Kafka sulla spiaggia")


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Non è che muoia d'amor, muoio di te (JAIME SABINES)

Non è che muoia d'amor, muoio di te. 
Muoio di te, amore, d'amor di te, 
d'urgenza mia della mia pelle di te, 
della mia anima, di te e della mia bocca
e dell'insopportabile che sono senza te.

Muoio di te e di me, muoio d'ambedue,
di noialtri, di questo,
straziato, diviso,
mi muoio, ti muoio, lo moriamo.

Moriamo nella mia stanza dove sono solo,
nel mio letto dove manchi,
nella strada dove il mio braccio va vuoto,
nel cinema e nei parchi, i tram
i posti dove la mia spalla
abitua la tua testa
e la mia mano la tua
e tutto so di te come me stesso.

Moriamo nel luogo che ho prestato all'aria
perché tu stessi fuori di me,
e nel posto dove finisce l'aria
quando ti butto la mia pelle addosso
e ci conosciamo in noialtri,
separati dal mondo, felice, penetrata,
e certamente, interminabile

Moriamo, lo sappiamo, lo ignorano, ci moriamo
tra noi due, ora, separati,
l'un dall'altro, giornalmente,
cadendo in molteplici statue,
in gesti che non vediamo
nelle nostre mani che ci cercano.

Moriamo, amore, muoio nel tuo ventre
che non mordo né bacio,
nei tuoi muscoli dolcissimi e vivi,
nella tua carne senza fine, muoio di maschere,
di triangoli oscuri e incessanti.

Muoio del mio corpo e del tuo corpo,
della nostra morte, amore, muoio, moriamo.
Nel pozzo d'amore a tutte le ore,
inconsolabile, a grida ,
dentro di me, voglio dire, ti chiamo,
ti chiamano quelli che nascono, quelli che vengono
dietro, di te, quelli che arrivano a te.
Moriamo, amore, e non facciamo nulla
se non morire di più, ora dopo ora,
e scriverci, e parlarci e morire.





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‎"Cosa fai, gli chiedevo, col mio cuore?
Quanto disti da me, in linea retta?
Quanti chilometri di batticuore?
Quando mi dai l’amore che mi spetta?

Una boccata di buio? No. Meno.
Nemmeno. Abbocca, carne di carnaio!
Lecca le labbra, vieni, vieni almeno…
Io più in alto di te cado, scompaio…"

(PATRIZIA VALDUGA)
















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Canto (GIUSEPPE UNGARETTI) ("Il Sentimento del Tempo")

Rivedo la tua bocca lenta
(Il mare le va incontro delle notti)
E la cavalla delle reni
In agonia caderti
Nelle mie braccia che cantavano,
E riportarti un sonno
Al colorito e a nuove morti.

E la crudele solitudine
Che in sé ciascuno scopre, se ama,
Ora tomba infinita,
Da te mi divide per sempre.

Cara, lontana come in uno specchio...


1932



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Ho tanta fede in te (EUGENIO MONTALE) ("Altri versi")

Ho tanta fede in te
che durerà
(è la sciocchezza che ti dissi un giorno)
finché un lampo d’oltremondo distrugga
quell’immenso cascame in cui viviamo.
Ci troveremo allora in non so che punto
se ha senso dire punto dove non è spazio
a discutere qualche verso controverso
del divino poema.

So che oltre il visibile e il tangibile
non è vita possibile ma l’oltrevita
è forse l’altra faccia della morte
che portammo rinchiusa in noi per anni e anni.

Ho tanta fede in me
e l’hai riaccesa tu senza volerlo
senza saperlo perché in ogni rottame
della vita di qui è un trabocchetto
di cui nulla sappiamo ed era forse
in attesa di noi spersi e incapaci
di dargli un senso.

Ho tanta fede che mi brucia; certo
chi mi vedrà dirà è un uomo di cenere
senz’accorgersi ch’era una rinascita.


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‎"Dài, maledetto! Amore, dài, sii buono,
rimetti insieme tutte le mie tessere
per farmi essere quella che sono
e che ancora non ho potuto essere.

E così, per la vita dei miei versi,
dagli occhi, dalla gola, dalle ascelle
io riverso su te, tu mi riversi
le nostre solitudini gemelle.

Dicevo: A conto loro, e di noi stessi,
che faremo della vita anteriore
noi insolvibilità con gli interessi
e sempre in credito verso l’amore?

Ci dava la prigione del destino
solo qualche ora d’aria per l’amore
che per destino ha solo il suo declino.
Si aspetta e si riaspetta e poi si muore".

(PATRIZIA VALDUGA)


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12 gennaio 2011

‎"L'amore fugge come un'ombra l'amore reale che l'insegue,
inseguendo chi lo fugge, fuggendo chi l'insegue".

(William Shakespeare, "Le allegre comari di Windsor")

“Love like a shadow flies when substance love pursues;
Pursuing that that flies, and flying what pursues.”


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Tutto è uguale; non ridere: lo so,
lo stridere degli anni fin dal primo,
lamentoso, sui cardini, il mattino
un limbo sulla stupida discesa -
e in fondo il torchio del nemico muto
che preme...
Se una pendola rintocca
dal chiuso porta il tonfo del fantoccio
ch'è abbattuto.

(E. M., "Costa San Giorgio", finale)


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Sono monolitica, monocorde, monocellulare (ANNALISA CIMA)

Sono monolitica, monocorde, monocellulare
come la roccia, come la nenia, come il verme.
Sono antografa, antropomorfica, ancestrale,
come i fiori, gli dèi delle caverne, gli avi.
Sono lieta e non lieta, lieve e letale,
palese e segreta.
Ora m'illudo d'esser alba, perché vesto di rosa
ed ora d'esser notte, perché vesto di nero.
Solo nel pensiero tesso amori errabondi.
Ora so di saper quello che ignoro.


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‎"Ciò che è fuori di te è una proiezione di ciò che è dentro di te, e ciò che è dentro di te è una proiezione del mondo esterno. Perciò spesso, quando ti addentri nel labirinto che sta fuori di te, finisci col penetrare anche nel tuo labirinto interiore. E in molti casi è un'esperienza pericolosa".

(Haruki Murakami, "Kafka sulla spiaggia")


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‎"Bisogna aver cura del proprio disprezzo e non distribuirlo alla leggera".

(EMIL CIORAN, "Quaderni 1957-1972")


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‎"La donna violenta è quasi sempre sincera; come l'uomo femmineo è quasi sempre falso, insidioso, calcolatore e cattivo. Sembra che egli profitti della fiducia ispirata dalla sua apparenza timida e delicata per maturare gli inganni più perversi, le malizie più sottili, i tradimenti più inaspettati. [...]
L'uomo femmineo è supremamente egoista. Avendo comuni con le donne tutti gli artifizi, tutte le civetterie, tutte le piccolezze, e non avendo d'altra parte gli istinti di protezione e di imperio dell'uomo completo, codesto individuo neutro, senza sesso, non si lascia sedurre dai vezzi che egli istintivamente conosce e talvolta esercita; cosicché la maggior attrattiva della donna, la grazia, non ha presa su di lui. Vanitoso egli stesso, intende e sa valutare gli effetti premeditati del sorriso, dell'acconciatura, dell'apparato decoramentale, onde le donne lusingano e soggiogano gli uomini. Nelle battaglie dell'amore egli adopera le stesse armi di cui le donne, spesso, si servono in buona fede; ma egli se ne serve pensatamente, misurando bene i colpi, numerando le ferite".

(EVELINA CATTERMOLE MANCINI, "L'innamorata")
















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Non amore (Nanette Rayman)

Sono in molti a cercare l’amore.
Io voglio solo rannicchiarmi in una stanza silenziosa.
A sentire l’assalto del tuo cuore
o non esistere neanche. Mani che mi aiutano a dormire.
Una lucciola che freme contro il freddo torso del cielo,
aspettando un sapore.

Desiderio ondeggiante nel buio che
mi rende più giovane degli uccelli.

Toccami
l’ombelico, chiamami carne, come un fiore fa’ sbocciare il mio seno,
curvami all’indietro
e risalimi
finché rovineremo dentro al fuoco
dei teschi che vengono a sorridere. Pianto di ciottolo di luna.
Ossa di fiori che non hai mai colto.

Tratta da "Gatti come angeli. L’eros nella poesia femminile di lingua inglese", a cura di Loredana Magazzeni e Andrea Sirotti, Milano 2006.

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‎"Ciò che è fuori di te è una proiezione di ciò che è dentro di te, e ciò che è dentro di te è una proiezione del mondo esterno. Perciò spesso, quando ti addentri nel labirinto che sta fuori di te, finisci col penetrare anche nel tuo labirinto interiore. E in molti casi è un'esperienza pericolosa".

(Haruki Murakami, "Kafka sulla spiaggia")


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Non è che muoia d'amor, muoio di te (JAIME SABINES)

Non è che muoia d'amor, muoio di te. 
Muoio di te, amore, d'amor di te, 
d'urgenza mia della mia pelle di te, 
della mia anima, di te e della mia bocca
e dell'insopportabile che sono senza te.

Muoio di te e di me, muoio d'ambedue,
di noialtri, di questo,
straziato, diviso,
mi muoio, ti muoio, lo moriamo.

Moriamo nella mia stanza dove sono solo,
nel mio letto dove manchi,
nella strada dove il mio braccio va vuoto,
nel cinema e nei parchi, i tram
i posti dove la mia spalla
abitua la tua testa
e la mia mano la tua
e tutto so di te come me stesso.

Moriamo nel luogo che ho prestato all'aria
perché tu stessi fuori di me,
e nel posto dove finisce l'aria
quando ti butto la mia pelle addosso
e ci conosciamo in noialtri,
separati dal mondo, felice, penetrata,
e certamente, interminabile

Moriamo, lo sappiamo, lo ignorano, ci moriamo
tra noi due, ora, separati,
l'un dall'altro, giornalmente,
cadendo in molteplici statue,
in gesti che non vediamo
nelle nostre mani che ci cercano.

Moriamo, amore, muoio nel tuo ventre
che non mordo né bacio,
nei tuoi muscoli dolcissimi e vivi,
nella tua carne senza fine, muoio di maschere,
di triangoli oscuri e incessanti.

Muoio del mio corpo e del tuo corpo,
della nostra morte, amore, muoio, moriamo.
Nel pozzo d'amore a tutte le ore,
inconsolabile, a grida ,
dentro di me, voglio dire, ti chiamo,
ti chiamano quelli che nascono, quelli che vengono
dietro, di te, quelli che arrivano a te.
Moriamo, amore, e non facciamo nulla
se non morire di più, ora dopo ora,
e scriverci, e parlarci e morire.


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‎"Cosa fai, gli chiedevo, col mio cuore?
Quanto disti da me, in linea retta?
Quanti chilometri di batticuore?
Quando mi dai l’amore che mi spetta?

Una boccata di buio? No. Meno.
Nemmeno. Abbocca, carne di carnaio!
Lecca le labbra, vieni, vieni almeno…
Io più in alto di te cado, scompaio…"

(PATRIZIA VALDUGA)
















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Canto (GIUSEPPE UNGARETTI) ("Il Sentimento del Tempo")

Rivedo la tua bocca lenta
(Il mare le va incontro delle notti)
E la cavalla delle reni
In agonia caderti
Nelle mie braccia che cantavano,
E riportarti un sonno
Al colorito e a nuove morti.

E la crudele solitudine
Che in sé ciascuno scopre, se ama,
Ora tomba infinita,
Da te mi divide per sempre.

Cara, lontana come in uno specchio...


1932



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Ho tanta fede in te (EUGENIO MONTALE) ("Altri versi")

Ho tanta fede in te
che durerà
(è la sciocchezza che ti dissi un giorno)
finché un lampo d’oltremondo distrugga
quell’immenso cascame in cui viviamo.
Ci troveremo allora in non so che punto
se ha senso dire punto dove non è spazio
a discutere qualche verso controverso
del divino poema.

So che oltre il visibile e il tangibile
non è vita possibile ma l’oltrevita
è forse l’altra faccia della morte
che portammo rinchiusa in noi per anni e anni.

Ho tanta fede in me
e l’hai riaccesa tu senza volerlo
senza saperlo perché in ogni rottame
della vita di qui è un trabocchetto
di cui nulla sappiamo ed era forse
in attesa di noi spersi e incapaci
di dargli un senso.

Ho tanta fede che mi brucia; certo
chi mi vedrà dirà è un uomo di cenere
senz’accorgersi ch’era una rinascita.


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‎"Dài, maledetto! Amore, dài, sii buono,
rimetti insieme tutte le mie tessere
per farmi essere quella che sono
e che ancora non ho potuto essere.

E così, per la vita dei miei versi,
dagli occhi, dalla gola, dalle ascelle
io riverso su te, tu mi riversi
le nostre solitudini gemelle.

Dicevo: A conto loro, e di noi stessi,
che faremo della vita anteriore
noi insolvibilità con gli interessi
e sempre in credito verso l’amore?

Ci dava la prigione del destino
solo qualche ora d’aria per l’amore
che per destino ha solo il suo declino.
Si aspetta e si riaspetta e poi si muore".

(PATRIZIA VALDUGA)


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12 gennaio 2011

‎"L'amore fugge come un'ombra l'amore reale che l'insegue,
inseguendo chi lo fugge, fuggendo chi l'insegue".

(William Shakespeare, "Le allegre comari di Windsor")

“Love like a shadow flies when substance love pursues;
Pursuing that that flies, and flying what pursues.”


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Tutto è uguale; non ridere: lo so,
lo stridere degli anni fin dal primo,
lamentoso, sui cardini, il mattino
un limbo sulla stupida discesa -
e in fondo il torchio del nemico muto
che preme...
Se una pendola rintocca
dal chiuso porta il tonfo del fantoccio
ch'è abbattuto.

(E. M., "Costa San Giorgio", finale)


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Sono monolitica, monocorde, monocellulare (ANNALISA CIMA)

Sono monolitica, monocorde, monocellulare
come la roccia, come la nenia, come il verme.
Sono antografa, antropomorfica, ancestrale,
come i fiori, gli dèi delle caverne, gli avi.
Sono lieta e non lieta, lieve e letale,
palese e segreta.
Ora m'illudo d'esser alba, perché vesto di rosa
ed ora d'esser notte, perché vesto di nero.
Solo nel pensiero tesso amori errabondi.
Ora so di saper quello che ignoro.


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‎"Ciò che è fuori di te è una proiezione di ciò che è dentro di te, e ciò che è dentro di te è una proiezione del mondo esterno. Perciò spesso, quando ti addentri nel labirinto che sta fuori di te, finisci col penetrare anche nel tuo labirinto interiore. E in molti casi è un'esperienza pericolosa".

(Haruki Murakami, "Kafka sulla spiaggia")


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‎"Bisogna aver cura del proprio disprezzo e non distribuirlo alla leggera".

(EMIL CIORAN, "Quaderni 1957-1972")


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‎"Ancora: nero senza fine, nero
come nera matrice di ogni nero,
ma tutta luce, ancora, senza nero
materia della mente e spasmo nero.

La sento la mia vita, me la imparo,
fino al fegato adesso, fino al fiele;
oh nera un tempo enorme senza chiaro,
fedele della notte più infedele.

È lungo questo tempo senza fine
il mio cuore senza fine nel tempo.
È nero lungo un tempo senza fine
per non morire prima del suo tempo".

(PATRIZIA VALDUGA, da "Quaranta quartine")