14 dicembre 2008

Gli uomini della mia vita

Mio figlio, il mio compagno e mio padre
hanno fiducia in me.

Li amo, per questo.

Signorilità è un manuale di buone maniere


Martedì 16 dicembre 2008, presso la sede di Via Rossini 10 a Trieste, la casa editrice Parnaso presenterà alla stampa, a partire dalle ore 11.30, Signorilità, Piacevole trattato di Economia domestica, di Galateo e di Mondanitàe Giovin Signore Norme di saper vivere e di mondanità manuali di bon ton e buone maniere.

Scritti fra il 1928 e il 1931 dalla Contessa Elena Morozzodella Rocca Muzzati si tratta di due volumi che senza dubbio non mancheranno di incuriosire e fare sorridere i lettori, offrendo un dettagliato “racconto” su usi e costumi di un’epoca oramai passata.
Signorilità e Giovin Signore hanno infatti il pregio di offrire entrambi uno spaccato inedito di quali fossero le aspettative e le aspirazioni delle donne e degli uomini di allora, di quale fosse il rapporto con la mondanità, di cosa a loro fosse richiesto e quali fossero i rispettivi ruoli “in società”.

Tutti temi dei quali la Contessa era di certo un’esperta, essendo stata la dama di compagnia della regina Margherita di Savoia. A chiarire l’intento dei trattati è la stessa autrice che per quanto riguarda Signorilità afferma: «non è destinato alle milionarie, che sono in esigua minoranza nel nostro bel paese; è destinato alle signorinedi modesta e di buona condizione finanziaria, che vogliono arrivare alla signorilità e sempre piùpraticarla».

Così come l’obiettivo di Giovin Signore risiede nel fatto che «Nulla, infatti, può esservi di più bello chel'unire il magnifico dono della gioventù alla costante pratica del viver bene e signorilmente».Partendo da questi presupposti la Contessa guida i suoi lettori e le sue lettrici fra consigli pratici dieconomia domestica, le regole di comportamento in caso di inviti a Corte, l’etichetta da seguire nel periodo del fidanzamento…

Signorilità e Giovin Signore si rivelano oggi una piacevole ed interessante lettura, arricchita da immagini tratte da pubblicità dell'epoca, per donne e uomini senz’altro dotati di curiosità e molta ironia ed offrono comunque interessanti spunti diriflessione del tutto attuali. Basti pensare a quanto l’autrice afferma nella prefazione di Giovin Signorequando parla della signorilità maschile definendola «di marca mondiale» e tale da imporre «il rispetto ai vecchi, ai deboli, la cortesia verso le donne, la tolleranza, la pazienza, l'amabilità... tutte doti che poiformano il carattere, e formano l'uomo forte e vincitore»


Parnaso
Nata nel 1922 a Trieste, la casa editrice Parnaso a quasi un secolo dalla sua nascita conserva oggi lo stesso spirito pionieristico, la voglia dispaziare, di scoprire e di sperimentare che la distinguevano alle sue origini.Tutte qualità che si completano attualmente grazie alla passione di Alessandra Spigai e Caterina Lughi,la nuova anima di Parnaso.Partendo dalla tradizione culturale di Trieste, Parnaso intende esplorare il panorama nazionale einternazionale e valorizzare libri e autori anche fra i meno conosciuti, offrendo il giusto spazio ascrittori emergenti, a idee inedite e a iniziative editoriali sempre fresche e ricercate. Parnaso sono partedella tradizione culturale e letteraria di Trieste e oggi non intendono dimenticare la lunga storia chehanno alle spalle, continuando, a rivolgere a Trieste, ai suoi luoghi e ai suoi personaggi, un’attenzioneparticolare. Parnaso guarda al panorama nazionale come a quello internazionale, pubblicando collanedi carattere filologico, filosofico, linguistico ed artistico tradotte anche in lingue straniere (inglese,francese, tedesco, italiano, spagnolo, svedese e norvegese).

Per maggiori informazioni
Email: info@edizioniparnaso.it
Web: www.parnaso.info

Dentro a Signorilità


13 dicembre 2008

PALLE si può dire?

Perchè mi serve la parola palle per dire questa frase:

CHE PALLE GLI UOMINI SENZA PALLE!

scusate, la volgarità di prima mattina, ma non c'era lo zucchero per il caffèlatte.


9 dicembre 2008

La prima bugia


Per scovare i buoni propositi dobbiamo assolutamente scovare le cattive cose che abbiamo fatto.

E direi di cominciare dalle BUGIE.

Non è vero che ce ne siamo dimenticati, forza, tirate fuori le palle sganciate le bugie.
Parliamo dalle prime e delle ultime. Questa è la domanda. La prima bugia che ricordiamo della nostra vita e l'ultima. Vince chi riesce a dire la verità, ma verità verità. (Babbo Natale ne terrà conto, me l'ha detto).

La prima bugia che io ricordo ( ci ho messo un bel pò a ricordarmela) è più di una perchè nei primi anni faccio confusione del senso cronologico, e allora mischio tutto.
Ma tra le prime c'è una volta che mio papà a cena mi aveva obbligato ad assaggiare la (si, giuro, giuro) la carne Simmenthal. Io con le labbra serrate piantavo il muso e sibilavo qualcosa del tipo: quella roba molla là è grasso di carne e io non lo mangio. Mio papà, per una volta (pure nel torto, visto che si affrontava la schifezza della carne simmenthal, ma era comunque una novità sugli scaffali, e le novità sembrano sempre più giuste e belle delle cose consolidate_ come i fidanzati ndr) aiutava mia mamma con un pò di fermezza e faceva vedere lui chi comandava, nonostante le basette lunghe.

Non vieni a vedere Raffaella Carrà, se non la mangi.

Tiè. L'offesa oltre la beffa. Eppure allora la Raffaella ci piaceva! ( a me piace ancora, ovviamente) a me da bambina piacevano quei programmi lì, ambientati in uno studio televisivo grigio perla e sbrilluccicante e con le ballerine con le cosciotte. Mi ricordo anche Mina magrissima e ancora più lunga dalla deformazione dello schermo che cantava io non gioco più, me ne vaaado...
Ok, ma ritornando alla carne simmenthal. Mamma papà e mio fratellino che si era piegato al loro volere (crumiro), se ne erano andati di là, nel salottino anni 75 e mi avevano lasciato là. Seduta sulla seggiola senza toccare terra. Con i gomiti sul tavolo di fòrmica e un muso fin qui.
La mettevano giù così dura? E io sono più dura!

Abitavamo all'ottavo piano di un palazzo di periferia (tempi magri), sentivo le musiche della tivvù e avevo un nervoso che non mi stava dentro. A mangiare quella roba lì proprio non ci pensavo. Ma non sapevo come uscirne.
E poi Eureka! Trovati dei cartocci del formaggio finito, confezionai dei piccoli pacchetti di carne simmenthal, ben chiusi, piccole bombette organiche. Un salto giù dalla sedia, il minimo rumore possibile ad aprire la porta finestra che dava su un terrazzetto rosso mattone stile alveare, in punta di piedi, braccio indietro e...opplà! uno dietro l'altro, lanciai diligentemente nel cortile di sotto, sei o sette pacchettini di carne in scatola con una parabola degna di un giocatore di baseball. Qualcuno si era aperto in volo e briciole umide di gelatine si sparpagliavano nell'aria al rallentatore, provocandomi un disgusto che ancora adesso mi ricordo, e la consapevolezza, che stavo occulatndo le prove si, stavo barando, ma era per una causa giusta.
Decine di colombi si erano subito avventati sulla poltiglia spappolata dopo un volo di otto piani e le tracce rimaste non erano che qualche pezzetto di carta qua e là.

Così, dopo aver chiuso piano piano la porta finestra, dopo aver lasciato il piatto sul tavolo sporchiccio, ero andata con occhi bassi in salotto da loro.

Hai mangiato la carne? mi chiese subito mio padre.

Uhm, si.

Ecco, la prima bugia della mia memoria. Le conseguenze sulla mia psiche non le conosco, a parte che oggi sono vegetariana.

8 dicembre 2008

C'è una cosa che non sai quanta ne hai finchè non finisce.

E' il tempo!

Il giocatore emotivo

Si dice che i migliori giocatori di poker siano quelli che non esprimono emozioni con il viso. Non si riesce a capire se bluffano o sono ben serviti. Immobili, fermi, silenziosi.
Ci sono poi i fuoriclasse, coloro i quali con il viso, il corpo, le parole, i gesti, esprimono una gamma variopinta e carica di emozioni contemporaneamente. Un attimo hanno la fronte corrucciata, un attimo dopo un sorriso gli aggancia gli angoli della bocca, un attimo ancora dopo gli occhi si sgranano dallo stupore, e dopo pochi istanti gli stessi occhi sono capaci di stillare una lacrima incomprensibile, dolore o gioia?
Quelli sono giocatori invincibili per il tavolo del poker. Come potersi regolare tra uno slalom di emozioni disegnate su un volto? Mentre gli altri rimangono composti, quasi a trattenere il fiato, c'è quello che non sta fermo sulla sedia, ride, s'incupisce. Cosa capire di lui? Avrà un full o una semplice coppia? cos'ha da ridere, a cosa pensano quegli occhi rivolti all'alto? e ora, cos'avrà mai da piangere, o sbuffare furente?
In mano potrebbe avere solo colore e nessuno capirebbe che le guance paonazze lo sono per quello o perchè c'è molto caldo.
E' quello il momento in cui, il giocatore emotivo, tira fuori la sua arma segreta. Non è una carta dal polsino, nessuno bara, nel mondo delle emozioni.
E così mentre tutto il tavolo si convince ormai che tanto can can su quell viso si faccia per coprire un imbarazzo esistenziale, un'inadeguatezza del vivere, un cibo piccante o un pensiero sconcio. Nessuno in quel momento riesce a convincersi che davvero c'è un poker in quelle mani. Che davvero è reale, che dica servito. E lo sia, servito.

Perchè non si capisce, al circo, qual'è il colore degli occhi dei pagliacci.

Quello è il momento in cui , la realtà del tavolo si rallenta, un fotogramma si ferma e lui, il giocatore emotivo, fa la sua mossa.
E rilancia.
Rilancia. Si, e non si capisce un cazzo di dove vuole finire.
Lui rilancia.
Azzarda, perchè è nella sua natura rischiare. E rischiare grosso. E punta tutto quello che ha.

Tutto sul tavolo, con occhi che brillano.
Che sia un gruzzolo, un bacio, una vita. Nessuno lo sa.
Che sia un poker, una doppia coppia, o l'irreale scala reale. Nessuno lo sa.

Per vedere,
bisogna,
appunto,
giocare.

7 dicembre 2008

Esuberanza

C'è stato un momento in cui avrei potuto dire mille altre cose, avrei potuto sussurrare pensieri esistenziali, guardare le stelle e sospirare frasi d'amore, socchiudere gli occhi e in un filo di voce chiedere mi ami?, avrei potuto starmene in un magico silenzio e celebrare così quell'attimo di rara intimità.
Invece no. Mica ho pensato, mica ho ragionato. In un tutt'uno di corpo e mente e cuore spazio e tempo e gioia ho semplicemente esclamato con voce squillante una didascalia a quel momento, una postilla che definiva con semplicità brillante il mio stato:
"Che figo!!!!"

atmosfera

MI STO SENTENDO DICEMBRE DENTRO...

2 dicembre 2008

Più è grande più mi piace

Frutta a pezzetti disidratata, confezioni di ananas fresco già pulito e tagliato, un nuovo tipo di formaggio con le venature verdi, un'imperdibile offerta di pomodori perini per la salsa. Poi a sinistra, nel primo corridoio, le paste. Verdi, bianche, gialle, gialle e verdi, gialle e bianche, all'uovo e senza uovo, a ricciolini e a listarelle, ambrate e artigianali. Gli olii, con bottigliette che anche vuote andrebbero comprate. Vado avanti, secondo corridoio, le salse, le maionesi, e poi l'etnico! cous cous, boulgur, tempura e sushi, tacos e guacamole, riso thai, riso basmati e pure il selvaggio nero.
Mi gira la testa, ma avanzo. A noi due, verdure sottaceto, carciofini sott'olio, pomodorini farciti, alici arrotolate. Mi tuffo nella strada della drogheria e via a cremine tira di qua e tira di là, balsami lissliss, unguenti mani di fata. Detersivi ultralavanti, orsacchiotti che saltano su asciugamani, e verso l'orizzonte, le bibite. Coche, fante, birre a tutti i gradi che si vuole con singolo e doppio malto, vini accartocciati e bottiglie frizzanti, vinelli e champagne, accompagnati da patatelle e croccantini salati di tutti i tipi. Volutamente salto tutti i surgelati, mi perderei per ore tra i ricoperti alla nocciola e i preparati per griglia dimare, sofficetti e crocchettine. Consapevolmente scelgo di schivare le calze, calzerotti scaldotti, calze velate su decine di gambette mignon delle confezioni, mutandoni senza cuciture e magliette per la salute del maritino.
Che spenda cento euro o due euro e trenta per un pacchetto di bisoctti, girare per i supermercati mi inebria, mi incanta, mi assorbe. PIù è grande meglio è. Più è alienante e vario, meglio è. Un brivido mi percorre las cheina se una musichetta stile wallmart aleggia tra gli scaffali, e rischio un godimento improvviso se qualcuno mi sfiora il carrellorivolgendomi la solita, celeberrima domanda: Ma tu, questo ammorbidente, l'hai mai provato?