23 febbraio 2017

Sintonia con le cose non finite

Sintonia con le cose non finite.

La velocità impetuosa con la quale improvvisamente mi scaglio sulla creta, insofferente alla lentezza delle mie dita, e intollerante verso la resistenza della materia, mi stupisce ogni volta.

Ho fretta. Come un amante appassionato che ha pochi minuti per godere del suo amore, e strappa le vesti, armeggia ansimando con bottoni e camicette. Ho fretta di non so cosa, tocco, giro, premo, uso polpastrelli, attrezzi improvvisati che trovo lì vicino, il palmo delle mani, le nocche del pugno chiuso. Come se una visione fugace di ciò che posso fare e devo fare passasse a mò di meteora d’ispirazione. Corro. Ansimo.

E poi, d’un tratto, mi fermo. Non ho finito, non ho mai finito quando mi fermo.

Non provo soddisfazione, non è finito il tempoa disposizione, non vengo interrotta. Mi fermo e basta. E questa sospensione dà un senso al vortice di azione precedente. Un pianista che nel trillo finale solleva le mani. Vuoto. Silenzio.

Certo riprenderò, ma dopo la tregua. Il giorno dopo, o non so quando, continuerò da quel punto. Senza sperò ritrovare più la smarrimento di quella fame iniziale, l’ingordigia di quel momento.

Ho letto recentemente su un blog d’arte un’intervista ad Alfredo Pirri, in cui dice:

“Sai cosa faccio tutti i giorni e non solo per quanto riguarda le mie opere ma tutto? E in particolare per il mio lavoro? Smetto di lavorare solo quando sono certo che se morissi all’improvviso quel lavoro si potrebbe considerare finito. Perché penso sempre a quello che dici e siccome io stesso mi ritengo spettatore dei miei lavori mentre li faccio, penso, che se morissi all’improvviso quella cosa comunque dovrebbe essere completa”.

Io mi muovo al contrario. Non finisco le cose. Volontariamente. Le affronto a spada tratta e poi sospendo. Una danza sincopata maledetta, in cui l’immersione dura un tempo, e la sospensione segue meticolosamente.

Per anni ho chiamato questo mio lato inconcludente.


Adesso che la maturità mi permette di accettarmi senza pregi e senza difetti, comprendo che la mia attrazione verso la non fine delle cose, è una necessità profonda. Un bisogno che si trasforma in tregua - aggancio - con il proseguimento, cioè il domani. Come se sospendendo il lavoro volontariamente e quasi di sorpresa per la me stessa razionale, impedissi la celebrazione di un traguardo, di conseguenza la giustificazione di un arrivo, il termine di un passaggio. Forse è un anti rito che in me esorcizza la fine, e la paura del conseguente vuoto. La morte.

26 novembre 2015

Amore e intensità, contro la violenza sulle donne



Poteva accadere, partecipando
 alla cieca come ospite a questo evento, che mi trovassi in un ambiente di donne arrabbiate in quante ferite, in donne diventate aspre, dure, politicizzate e provocatrici verso l’uomo, rimproveranti e vendicative. 
Invece il 25 novembre a Portogruaro, antico piccolo centro delle terreferme di Venezia, è accaduto che mi sono trovata in un ambiente denso, avvolgente, ma semplice e lineare come le cose autentiche sanno essere. 
Una performance di Enneffe (organizzatrice dell’evento) e di Samuela Barbieri ricca e coinvolgente, agìta in due parti e due location, che mi ha fatto provare emozioni antiche, ataviche, riportandomi a ciò che della Donna amo davvero, la sua forza gentile, la sua tenacia delicata, la sua intensità a tratti lieve, ma solidissima. 
I miei quadri a fare da sfondo caldo, ospiti incauti ma accolti calorosamente. E poi nel boudoir de Le Maschiette, Sara, smessi i panni di co organizzatrice, si è trasformata in elegantissima padrona di casa, nella migliore delle tradizioni della Venezia signorile. Lì una folla variegata di donne, bambine, vecchie, e anche uomini, compagni, mariti. Assiepati e coinvolti in questa serata di energie positive e intense. 
Sono state sì la cura nel gestire ogni parte dell’evento, la accurata scelta delle luci, delle musiche, la raffinatezza degli ambienti e degli ospiti, il livello delle cantanti, la qualità del prosecco a fine serata. Ma sopra a tutto, a far suonare in modo squisito questa giornata dedicata alla violenza sulle donne è stato proprio il paradosso del suo contrario. L’Amore per ciò che si crea, a contrastare l'ignoranza della violenza. Questo il messaggio che mi sono portata dietro, tornando a casa. L’insegnamento che questo prezioso incrocio di donne mi ha lasciato. L’importante sapienza dei gesti, sia artistici della performance, sia di signorile accoglienza degli ospiti, la grande sintonia tra tutti della comune voglia di realizzare qualcosa di concreto, lontano dalle formalità delle solite inaugurazioni, lontano dalle parole vuote delle solite premesse del piccolo politico di turno, lontano dalla ricerca della forma fine a se stessa. 
Ma molto vicino alla sostanza e al buon gusto, quello spontaneo e irresistibile della Semplicità.







































22 novembre 2015

Tra voi artisti

Iniziate senza di me, 
a conoscermi.
Dai frammenti
direi - ma tace la figura muta -
o dalle crepe insinuate, briciole di babele,
olio stracciato e ingenui domini.
Le possibilità si fanno isole
mentre rido, e spunto dall’asfalto della diffidenza,
M’insinuo in voi altri esseri animali e figli di madri
non vedo i segreti dietro ai tendaggi 
dove oscuriamo infanzie e religioni
Il vino nei fondi, quanti figli si aggiungono ai figli,
perché ogni vecchio è un bambino e tace 
dietro la barba e la speranza femmina.
Ancora la mia essenza vi guarda
si emancipa
-ma tace la figura muta-.


.

21 novembre 2015

Un crepaccio nelle difese, oggi ti ho incontrata.

Sotto a quattro trecce grigie oggi mi sono riparata dalla pioggia. In un angolo del mio atelier odoroso di esperimenti tu mi hai parlato di te, dei fantasmi, degli angoli da illuminare e delle scale da fare. Tua madre era mia madre, le mie fragilità le tue. I tuoi capelli d’argento brillante sono davanti a me il traguardo dei miei cammini e mentre ti ho tenuto le mani, i tuoi occhi arabi d’azzurro si sono incagliati nei miei occhi neri d’occidente. Mi hai mostrato la tua vita sotto al gilet e lì pulsava l’anima delle pelli sottili, la delicatezza, la nostra tumultuosa necessità di delicatezza. Laggiù in Giordania ci passavano storie e pellegrini, profeti e assassini, sassi e disperazioni. Lì è nata quella costellazione di ulivi e colori chiari che oggi era accanto a me. Donna diversa tra le donne, impetuosa forza della gentilezza decisa. Mi hai capita subito. Ho appoggiato la mia fronte sulla tua piccola spalla e una finestra di piccole lacrime si é aperta sulle mie ombre. 

Porto addosso gli orecchini grigi che ti sei tolta caldi per me. Un gesto antico e immenso, la delicatezza che abbiamo creato aleggia ancora, nuvola azzurra, intorno a me.

4 aprile 2015

Piero Lustig, pittore inedito triestino. Giochi d'artista tra Leonor Fini e Felicità Frai

Scopriamo in esclusiva un pittore triestino del 900. Piero Lustig. Tra commenti di Gillo Dorfles e stralci di critiche di autorevoli personaggi del mondo culturale, tra testimonianze fotografiche inedite e riferimenti a ispirazioni pittoriche illustri, Piero Lustig si svela attraverso la collezione privata ( oli grandi e piccoli, collage, chine e acquerelli) del tutto inedita.
Qual è il significato simbolico di questi castelli incantati, gremiti di scimmie ingioiellate, di draghi in agguato, di gnomi e giganti?” si chiederanno gli storici del futuro; e qual è il legame che unisce la Barca dei pazzi di Bosch con quella di Lustig? Chi negherà di “divertirsi” di fronte a queste strane scenografie di melodrammi mai scritti, di mitologie ancora inedite, davanti a queste teorie di sacerdoti astrusi, a queste piramidi di ninfe occhiute, a queste nature morte d’insetti, e a queste radici marine umanizzate e animalizzate. E – diciamocelo nell’orecchio – quanta arte d’oggi è ancora capace di divertire? 
Gillo Dorfles     (dal catalogo della Mostra alla Galleria Montenapoleone di Milano, 22 ottobre 1955)

Piero Lustig tra Felicità Frai e Leonor Fini
PIERO LUSTIG è nato a Trieste nel 1900. Sposato a Felicita Frai, artista nata Praga poi diventata triestina, e intimo della comune amica Leonor Fini e di Arturo Nathan, Achille Funi e Giorgio de Chirico, Pier Antonio Quarantotti Gambini e Bobi Bazlen, Gillo Dorfles e Oscar De Mejo, Raffaele Carrieri e Dino Buzzati. 
Descritto dall' amico Gillo Dorfles come un giocoso e intelligente dilettante che amava più la bella vita che il prendersi troppo sul serio come pittore, Piero Lustig conduce a Trieste una vita sociale molto frizzante e culturalmente stimolante seppur leggera e da gentil seduttore. Si vocifera della sua amicizia particolare con Leonor Fini, a sua volta amica della moglie Felicita Frai.
Piero Lustig si trasferisce vicino a Padova dopo la fine del suo matrimonio con Felicita Frai e dopo lunghi soggiorni a Milano, Londra, Parigi, Vienna e Praga, rimanendo conosciutissimo in una ristretta cerchia di grandi nomi dell’arte, artisti di fama mondiale come Campigli, Savinio, Funi, Leonor Fini, Kokoschka, amico dello scomparso De Pisis. Tra i più cari amici di Lustig ritroviamo proprio Gillo Dorfles che di lui scriverà insiema a Silvio Benco, Leonardo Borgese, Alberto Savinio, Domenico Cantatore, Mario Lepore, Paolo Rizzi, Sandro Zanotto, Silvana Weiller, Mario Rizzoli.
Negli anni tra le due guerre Lustig fece parlare di se per le sue divertenti «beffe», una delle quali e descritta da Savinio in «Ascolto il tuo cuore, città» ed un'altra da Cantatore nel volumetto «Interno» edito da Gio Ponti nel 1937. Nel luglio del 1966 espose con una personale i suoi 40 anni di lavoro creativo nella Sala comunale d’arte di Trieste.
Leonor Fini
Felicita Frai
"E’ da premettere a onor del vero e suo, che lui stesso sembra voler perpetuare il gusto svenivano di vivere in modo da passare per prezioso dilettante, se ha quasi relegato in secondo piano la sua attività d’artista, quantunque al sua pittura sia permeata del più severo e rigoroso impegno tecnico. Come Svevo, industriale, gu inr realtà un grande , autentico scrittore romanziere, così Lustig, altrettanto “triestino” è costretto a svolgere un altro lavoro nella vita d’ani giorno, per presentarsi poi, quasi per un gioco di magìa, come quel singolare fantomatico, genuino pittore, che è. E gioverà proprio ricordare con Savinio e Cantatore le sue beffe antiche e le recenti, quale preziosa conferma della sua fantasia e del suo anticonformismo sotto la maschera di distinto borghese”. Tono Zancarano.

Muore nel 1971 lasciando oltre 250 opere tutte catalogate in un’unica collezione privata. 


“… ci sembra che l’opera di Lustig - pur nella sua disconuità e frammentarietà della sua attività pittorica – possa essere considerata come una esempio di singolare coerenza. Partito – in un’epoca di retorica novecentesca e naturalismo ad oltranza – egli ha saputo assimilare alcune delle più recenti espressioni pittoriche dei nostri giorni ( dal collage polimaterico alle escursioni nel dominio della pop art, accolta però soltanto per il suo lato blasfematorio) senza lasciarsi travolgere dalla pericolosa infatuazione per l'Informale, mirando invece a quello che era stato da sempre il suo vero credo estetico: quello d’un recupero figurativo che trasfigurasse i dati sensibili trasformandoli in dati fantastici. Ne sono una prova gli ultimi “ideogrammi” dove l’aspetto decorativo si bilancia abilmente con la ricerca di forme pure e – nella loro organicità – quasi suggestive d’un nuovo universo metamorfico…”Gillo Dorfles(dal catalogo della Mostra personale alla Sala Comunale d’arte di Trieste, 17 luglio 1966)



Scoprire Piero Lustig è interessante come tassello di quel mosaico di arte e cultura generato a Trieste all’inizio del XX° secolo da tanti personaggi che si sono poi distinti in tutto il mondo dall’architettura all’arte alla moda.

Di lui hanno scritto: Silvio Benco, Leonardo Borgese, Dominico Cantatore, Gilo Dorfles, Mario Gorini, Mario Lepore, Fuido Montenero, Paolo Rizzi, Mario Rizzoli, Alberto Savinio, Sandro Zanottto, Silvana Weiller.

Per ulteriori informazioni e per la visione di tutte le opere rimanenti della collezione privata, contattare boa@iancovich.com