31 marzo 2008

Misure

In Messico dicono, alzando la mano e lasciando un minimo spazio tra il polpastrello del pollice e quello dell'indice..."oggi fa un freddo cosi'."

La cura


La mia casa e' vuota senza di lui. L'ho portato dal dottore oggi, piangeva lacrime di vino quando l'ho lasciato nelle sue mani, ma sono sicura che guarirà presto.

30 marzo 2008

Tergicristalli

Sul parabrezza il fango stagnante da giorni
sulle strisce pedonali la minaccia di nuova pioggia
e non basta il tergicristallo a chiarire.

(Marco Aliotta)

Incidente sul bagnato

Il mio adorato, il mio fedele, il mio effervescente e affidabile compagno stasera ha avuto un incidente. Gli hanno versato addosso un bicchiere di vino dolce siciliano e lui, bagnato, mi ha fatto preoccupare moltissimo. Dopo un pò di incoraggiamento, mentre lo asciugavo, si e' ripreso, facendomi fare un respiro di sollievo. La mela s'illuminava ancora e il mio mac ha ripreso a funzionare, sorridendo.

29 marzo 2008

Un nuovo circolo

Stasera vado a cena con i mie nuovi pazzi compagni del circolo dei tergiscristalli (la locandina, a lato). Si mangia, si beve, si leggono i propri testi e brani e versi. Vi farò sapere.

Dita's mOBSCENE

I am Legend


L'ho visto due volte. Non esattamene per piacere, una per curiosità. Una invece, la scorsa settimana, per riprendermi dallo schoc di Indiana Johns, l'ho rivisto sul divano . Ma questa volta in lingua originale. Dunque da qui il primo consiglio: non guardate MAI PIU' un film con Will Smith doppiato. Vi prego, fatelo per Madre Natura, fatelo per gli angioli del Paradiso, fatelo per coerenza con l'essere femmina. Il mio compagno, a fianco a me, forse non si è accorto di nulla, ma deglutivo spesso, ad ogni battuta di Will. La sua voce è da brivido ancestrale. Profonda, graffiante, con un piglio deciso che ti fa salire la pelle d'oca dall'alluce. E ti credo che fa anche il cantante! Anzi, direi forse dovrebbe fare SOLO il cantante... Ma poi invece no, non lo penso. E' bravo, ad dire il vero, recita bene, e nonostante il faccino morbidone da nero, nei suoi film non manca mai la scena in cui lui si allena a casa. Di solito ha una sbarra orizzontale incastrata nello stipite della porta e lui là, pantaloni un pò militari, e petto nudo, che si tira su, dieci, venti, trenta volte, boh non so quante, mica contavo, quando guardavo quella cosa...
Ho decisamente divagato dal film. I am Legend, è carino, per me. Hanno realizzato una Manhattan abbandonata dall'uomo e in balìa di vegetazione e animali che è credibile e fatta proprio bene, Poi, d'accordo, ci sono i simil licantropi, ma non danno fastidio nel complesso. LA solita americanata, certo, ma ben confenzionata e senza tante bandiere.
Da consigliare a che ha il fidanzato pallido.

DOPO L'AMORE

Dal libro "Il Lupo Mercante", di Clara Sereni.

DOPO L'AMORE

E dopo, la ricomposizione.
I corpi riprendono i loro confini.

Queste gambe, ad esempio, mie.
Le tue braccia ti riportano in te.

I cucchiai delle nostre dita, le labbra
riconoscono il loro possessore.

Le lenzuola sbadigliano, una porta
insensatamente sbatte

e nel cielo, cantilenando
un aereo scende.

Niente è cambiato, tranne che
c'è stato un momento in cui

il lupo, il lupo mercante
che sta fuori dal sé

si è sdraiato sereno, e si è messo a dormire.

28 marzo 2008

Will Smith


Confesso che dopo aver visto il film I am a Legend in lingua originale, non ho avuto più pace finchè non ho avuto un appuntamento con Will. Sabato sera, ovviamente, suona il campanello mentre ancora mi sto mettendo il mascara sull'ultimo occhio ( ne ho due, si), apro dal citofono gridando : siii un minuuuto e arriiivoo. Ma lui è alla porta, bussa, apro. Enorme. Grande quanto la mia porta, non credo che riuscirà ad entrare mi dico. Sta lì fuori e sorride, all'americana, quel sorriso largo, prolungato, ufficialmente senza un vero motivo. Beh, mi dico, un momento che mi infilo le scarpe, prendo al borsina sile sex &the city ed esco, meglio non veda la scia di abiti buttati ovunque che sono stati necessari per optare infine verso gonnellina frufru e maglietta sportiva stretta "granditette". Due baci sulle guance e il suo odore mi sovrasta in un attimo, mentre scendendo le scale (tre piani senza ascensore, si) fa il gesto inaspettato di darmi la mano, per sorreggermi sui tacchetti. Aiutooo. Ma che mani ha?
Macchina sportiva abbastanza pulita, rossa. NON chiedetemi marca e modello, sono una donna. Will guida rilassato, sorride, dice cose, ride (ancora all'americana...) e mi chiede dove possiamo una bella pizza. Musica rap a tutto volume nella sua car, è lui che canta, mi fa notare. É così grande che il volante tra le sue mani sembra di Lego.
Corsa sul lungo mare, cena a Duino, tavolino riservato, aragosta con mais, ha ordinato. Io non ho parole, aragosta e mais, mentre beve una bella Budweiser e mi racconta di questo e quall'altro. Mi distraggo, non so neanche cosa dice, gli guardo solo la bocca, che mastica e ride e parla. Al momento di pagare apre il ventaglio di carte e ne fa scegliere una al cameriere, come un prestigiatore. Questi americani ricchi sono fatti in serie, penso. Ma questo qui di fronte a me, ha degli avambracci da urlo.
Usciamo, la luna, le stelle, le onde. Ma la nostra omunicazione è ricaduta su hollywood e sul prossimo film. Al mio primo sbadiglio, lui è u gentiluomo e mi accompagna a casa. Solo un piccolo bacio, la prima sera, mi dice. Acconsento, perchè è l'ultima e quindi un bacio d'addio non si nega a nessuno, neanche al principe di Bel Air.

Non fiori ma scarpe


Ecco qui a tempo record, pubblicato un omaggio che ho ricevuto stamattina. Forte, ironico, semplice, spinto. Non è un mazzo di fiori, ma io che sento la primavera, e mi piace così tanto sentirmi corteggiata, che mi fa sentire tanto gattina che fa le fusa, lo voglio interpretare così. Grazie, J.

27 marzo 2008

Quando l’ho conosciuto eravamo in un prato

Quando l’ho conosciuto eravamo in un prato, ad un matrimonio.
Di altri, non il nostro.
Anzi lui, mai sposato, con il bicchiere in mano e il viso carico di sofferenze d’amore parlava vagamente degli sposi che ballavano già ubriachi, e
molto più intensamente invece, dei suoi figli.
Mi guardava negli occhi come gli uomini di oggi non fanno
più.
Gli occhi cerchiati, il sorriso bellissimo, tirato. Ho capito dalle sue labbra che sarebbero stati bellissimi baci. Allora l’ho lasciato parlare.
Del resto erano anni che conoscevo e frequentavo ragazzi della mia età, con i quali intraprendevo storie poco probabili, che si arenavano non appena si parlava di cosa provi esattamente per me, che desideri hai per il futuro,
come ti vedi da grande.
Ora ero li’. Quest’uomo, di dieci anni più di me, lasciava alludere con cinismo al suo amore andato male. Ma rimaneva accanto a me.
Rabbia sotterranea vibrava come l’amore dagli angoli degli occhi stretti.
L’ho voluto, quell’uomo.

Dopo cinque anni sono sul divano di casa sua.
I suoi figli difficili, come lo sono tutti, i figli di chi ci ha preceduto, giocano alla Play e si fanno i dispetti.
Sono identici a lui, della loro madre si portano in giro per la vita i capelli, tanti, scomposti, ribelli. Chissà se anche lei e’ disordinata come loro. E ride cosi’, con gli occhi che si chiudono.
Mi tengono d’occhio duramente, se accarezzo la schiena di loro padre, mentre lui cucina per tutti.
Giulio sembra essere sempre stato in una casa abitata da bambini. Le sue orecchie non sono disturbate dai gridolini e dagli spari della tv.
Io invece sono a disagio, ma cerco di non farlo vedere. Cosi forse Giulio si convincerà, che sono la donna giusta.
Bip biiip, un sms all’ora di cena_ chi vuoi che sia, sarà Anna_
dice lui. I bambini, mentre si friggono le patate, si contendono a strattoni il telefono e miagolano a turno delle confidenze sussurrate.
Si, e’ Anna. La mamma. Anna.
Il volto di Giulio, tra i fumi dei fuochi si volta d’istinto, come a doverle dire una cosa immediata, tra i fumi e gli schizzi dell’olio, cosa cosa avrà mai da dire a quella là, che dopo un paio di figli, l’ha lasciato. Ancora non la odia abbastanza? i bambini gli passano la cornetta che lui incastra tra la spalle e la testa, mentre girà con una forchetta la carne in padella.
Ora ride. Ride? Quella stronza che dopo un mese stava con un altro e che l’ha visto trascinarsi da una donna all’altra in cerca di una sua copia, mentre io sono di fianco a lui che asciugo l’insalata, e i suoi figli stanno urlando_ ma quanto urlano _ che inizia C.S.I. in tv ... lo fa ridere.
Adesso non più, lui si fa serio, sembra triste, il viso preoccupato, dice piano qualcosa. Cosa fa, la consola? Non mi dire che lei e’ dall’altra parte del filo che piange per l’ennesimo amore andato male? che coraggio, mentre io apparecchio per i suoi figli, che coraggio a cercare aiuto da chi ha rifiutato, senza appello.


Dopo 6 anni, sono pronta.
L’abito e’ un po’ largo, da tradizione sono dimagrita nelle ultime settimane.
Giulio sta per arrivare, e suoi figli sono finalmente tirati a lucido. Sembrano molto tesi, perche’ mi chiedo, non sono felici come me? Al maschio hanno fatto anche un’improbabile riga in mezzo, come una linea col gesso tra due cespi di capelli. Mi ricorda Jim Morrison, ma ancora non lo sa. La femmina invece l’ho vestita io, ho cercato di coprire la troppa ciccia con un abito largo e in testa con una bella coda tirata per bene proprio come piace a me, non come l’avrebbe voluta sua madre, margherite in mano e i lunghi capelli sciolti da figlia dei fiori.
Finalmente ci sono, Finalmente mi sceglie. Finalmente.
Ho trascorso 6 anni sopportare viaggi e lacrime di nostalgia di qui ragazzi, zaini di scuola e musi lunghi di loro padre.
Ora ci sono.
Entra.
Il suo sorriso e’ sempre bellissimo, cerco i suoi occhi per trovare la sua complicità. Sfuggono.
Li cerco ancora, ok, li ho trovati. Ma che fatica, quest’uomo. Ma che fatica, tutti gli uomini.
Dovrei essere io quella più emozionata, invece lui mi chiede aiuto con lo sguardo. Vorrei essere io quella da sostenere in questa emozione, ma lui ha un viso tirato e i suoi bambini ora sembrano terrorizzati, inghiottono e piantano gli occhi sulla nostra schiena.
Il giorno più bello della mia vita sta scorrendo tra le mie
dita. Voglio godermi ogni fiore, ogni suono, ogni lacrima
dei miei parenti. Il prete parla, non credo qualcuno lo
ascolti davvero.
Io penso solo al si, penso solo che ce l’ho fatta, Giulio
e’ mio. Tutto mio.
Lo vuoi? Si… Lo vuoi? Si.
E’ fatta. Mi bacia, morbido come in tutti questi lunghi sei
anni.

Ora usciamo. Scendiamo le scale di questa chiesa di
Firenze.
Tutti esultano. Giulio ride stretto ai suoi bambini, e
tutti lanciano il riso a me. Qualcosa mi stona, ma chiudo
gli occhi e mi bevo gli urrah. E poi cerco di nuovo le sue
morbide labbra. Per sempre mie. Per sempre.

Le risate, le campane, le grida, le lacrime, che festa
questa festa, che meraviglia sposarsi in settembre, che
meraviglia sposarsi, amarsi, ridere, e avere tutta la vita
davanti, che meraviglia, le sue mani mi tengono la vita e
posiamo nel casino per le foto. Tutto come programma, tutto
come sognato.

Giulio sorride, da ore sorride, io ricambio, da sei anni
ricambio.
La musica comincia, i bicchieri si alzano, e si comincia a
bere, e schiamazzi e promesse, e amici single che si
aggirano, bicchiere in mano e in tasca l’altra. Goliardiche
battute sussurrate all’orecchio e sguaiate risate non
trattenute.
La gioia di tutti serpeggia , la mia galleggia.
Bip bip, un messaggio. L’abito da sposa non ha tasche, non
e’ mica il mio. La musica, le chiacchere, ma quel bip bip si
e’ sentito. Qualche zia lo guarda, e distoglie lo sguardo,
mentre Giulio chiede permesso, mi lascia la mano e fa due
passi in là.
Legge e sorride. Un sorriso tutto suo, lo vedo di profilo,
un po da lontano. Il cellulare in mano, la testa china, e un
sorriso. Fermo.

Dopo 6 minuti, chiude tutto, lo rinfila in tasca. Alza la
testa. Torna da me.
Cammina lento, lascia una specie di scia di emozione.
E’ tanto vicino ora che sento il suo odore e le sue morbide
labbra ritornano su di me. Sulla guancia adesso.
Ma, saranno i nuvoloni, il tempo pazzo di settembre, che
credo inizi a piovere, le mie guance si sono bagnate, con
quel bacio.
Abbraccio Giulio, lo avvolgo col mio velo. Guai se zie
vedono, le madri, i figli. A nessuno e’ dato di vedere, quel
che vedo io.
Lacrime dai suoi occhi. Ma in quel momento, lo so, non e’ la
gioia.

Dal dentista

Una questione in sospeso galleggiava in me, nei confronti di una donna. Fino a che ieri le ho parlato, confessandole un pensiero riguardo a un mio passato amore. L'uomo in questione è stato un mio grande amore ed è un suo grande amico. Parlare di lui non ha reso felici nè lei, nè me. Ma, come quando non si può scegliere e dal dentista si DEVE andare, io questa carie, ho dovuto otturarla. Fa male, ma dopo si sta meglio.

26 marzo 2008

Iron Man


Iron Man (Azione/fantastico, diretto da Jon Favreau, con Robert Downey Jr., Terrence Howard, Gwyneth Paltrow, Jeff Bridges, Samuel L. Jackson, Hilary Swank).

La trametta:


Tony Stark, super intelligente inventore e boss della più grossa industria di armi degli Stati Uniti viene rapito da un gruppo di ribelli afgani e obbligato a costruire potenti per loro. Lui, invece, nella grotta dove è segregato si costruisce un’armatura per riuscire a sopravvivere, dopo aver ricevuto un colpo quasi mortale al cuore. Nelle nuove vesti di supereroe metallico, con un paio di prototipi e molte prove di volte divertenti, cercherà di cambiare il mondo, schierandosi dalla parte dei più deboli.


Premetto che mi piacciono molto i film di fantascienza (anche se la tecnologia riportata qui, è realscienza) e i film surreali, colorati, impossibili, anche che l’ho visto il secondo giorno di uscita e non avevo ancora sentito nessun commento.
Iron Man per me un film brillante dove finalmente l'eroe non è mai lacerato da dubbi amletici su cosa essere o non essere e i dialoghi sono intelligenti, sofisticati e non sono un riempitivo tra un effetto visivo e l'altro. Fa anche ridere, il ritmo mi è piaciuto, e anche i momenti di battaglia che di solito, mi scocciano dopo 4 secondi in realtà rendono in pieno le potenzialità meccaniche del personaggione. L'alter ego del metallico Iron Man è Tony Stark, basso ma espressivo attore. Mi sono chiesta, vedendo le mega scarpone di cui è fornito Robert Downey Jr. per tutto il film, se è stato un caso aver scelto un attore bassino per infilarsi dentro un potente robot che potenzia le sue doti fisiche scarse, o se è stata una scelta. In fondo ci si può vedere anche un riscatto dei bassi. C’è una possibilità per tutti. Diventate dei geni dell’ingegneria e costruitevi una mega protesi di tutto (e qui scivolo di proposito, lontana da ogni facile allusione) che vi farà diventare grandi e grossi. No steroidi e aminoacidi da culturisti, nè scarpette con il rialzo alla Silvio. Direttamente un mega robot, che fa scappare tutti. Chi ci riesce,vince le attenzioni di Gwyneth Paltrow come sexy e leale assistente.
Film piacevole, consigliato anche ai maggiori di 1 m e 60.

Stella stellina


Un gioiello di mogano, un portafortuna d'ebano, una forma di terra. Questa è una stella marina viva, raccolta su una spiaggia della Nuova Zelanda. Talvolta per raggiungere le meraviglie bisogna fare tanta strada.

Dislivello


Il dislivello porta dinamismo, mi è stato detto. Nelle relazioni significa che se uno parla l'altro sta zitto, se uno russa l'altro ha l'insonnia, se uno mangia l'altro sta dieta, se uno vota a sinistra l'altro a destra, allora funziona? se uno è fedele, l'altro tradisce? temo di preferire in qualche caso l'assoluta staticità.

25 marzo 2008

Trieste

Mi sono detta che bello scrivere e non sapere chi leggerà, dà una libertà da vertigine, come salire in cima al Faro della Vittoria. Il Faro della Vittoria guarda la mia città, e guarda tutti quelli che vi si avvicinano. Non serve mica poi a tanto, con quel popò di nome che ti fa sentire sempre sul confine di qualcosa. Ormai ci sono tanti faretti intorno, bassi, tarchiati, come piccoli rubini tra gli alberi.
Quando arrivi dal mare ti sembra che Trieste sia una cerniera di case messa lì, tra i boschi e il mare. Nella notte, è tutto nero, solo le lucine e i rubini che sincopati aprono gli occhi. Di giorno invece, rimane lui, non serve mica che sia illuminato, è talmente bianco che potrebbe riflette da spento.

Avevo dieci anni, quando mio padre è stato trasferito a Trieste. Era un sollievo per un papà ufficiale, poter fare un grande sacco della sua famiglia pallida e trascinarlo via da quell’orrenda Mestre che ci aveva scioccati per 4 anni.
Tolti via dai piedi delle Alpi, come dei funghi non abbastanza cresciuti, e trascinati a Mestre, mio fratello ed io stavamo ore appesi a quella finestra al quarto piano tra il muro color arancione, a guardare in basso. I fiumi di persone che attraversano la via Piave, i cortei di Marghera, gli operai sfruttati, gli striscioni rossi, le canzoni, si, quelle canzoni ci sono ancora, dentro di me, da qualche parte. Corali e stonate, univano persone diverse che avevano tutte la stessa tuta blu. E cosi’ quel fiume era rosso e blu. E il suo suono era Bandiera rossa.
In quel sacco portato via dal fiume di persone, c’eravamo mia madre, mio fratello, ed io. Si stava stretti, insieme. Questa è l'aria che ho respirato finchè sono diventata una donna. Insieme. Noi, resisteremo a tutto.

Trieste invece, era un respiro di vento.

Mi faceva sentire più piccola di quella che ero, ma mi abbracciava in quel modo freddo e scostante che ha Trieste per accoglierti. Come un nonno con il quale non hai confidenza.
Trieste. La storia, le paure, le sfide, l’aria, la pietra bianca, la gente strana.
La gente che ha tanto da dire, che spesso parla a vanvera, che molte volte ha un nonno morto sul Carso, che ha tante vite incatenate alla grande storia, ma che corre via, sotto i muri che riparano, fino che proprio è sicura che non sei un "'taliano". O che non te ne andrai, come un marinaio, che non prenderai la sua casa, come uno straniero, che non giudicherai le sue parole frammentate da esclamazioni slave, che non indicherai le sue donne come leggere dalle gambe
lunghe e dagli zigomi alti.
Lei, alta signora d’altri tempi, ha visto la mia pubertà farsi domande, quando uscendo di casa con una scusa, mi rintanavo dietro un angolo di austria, con il cappottino stretto stretto per bloccare il vento, e mi lasciavo baciare, dal primo bacio, sopra al marciapiede vicino alla chiesa ortodossa, che mi faceva sentire chissà dove. E il calore bagnato che scoprivo, ancora adesso si associa al vento che mi tagliava le guance.
Era uno di quei giorni che sono salita la prima volta sul Faro della Vittoria.

Appesa lassù, non riuscivo a spalancare di più gli occhi, per farmi entrare tutto cio’ che potevo. Le sottili spiagge di sassi sembravano ali di gabbiani e le coltivazioni di cozze poco al largo erano orecchini brillanti del mare. Ogni cosa sembrava piccola, come le bacche arancioni che trovavo nei cespugli, tali e quali dei piccoli pomodori, e allora le prendevo e le usavo per le mie bamboline, che mangiavano sempre insalata di pomodori. Ogni giorno.

Da lassù il vuoto mi ha rapito, gli altri visitatori stavano un metro indietro, con lo stomaco contratto dall’altezza. Io, sostenuta dall’aria, mi illudevo di volare, con gli occhi semi chiusi, immaginavo di essere un gabbiano e senza rumore, scivolare nell’aria.
Il vuoto, il cielo, l’aria.

Vista da lassù quella nuova città ha smesso di farmi paura, era un gioco di bambole, una città vestita da sera, un’apparente durezza che si scioglie dopo il primo bicchiere. Io, apolide nel sangue, anarchica nei desideri, ribelle nei segreti, profonda nelle mie passioni lì' ho iniziato ad amare questo luogo.
Non perché Trieste è sia apolide, libera, ribelle. Ma perché è sempre lì, come un albero sul lungomare, arioso, solido, salmastro.

Così come è bello che un uomo ami una donna. Con stupore. Con fiducia. Nel tempo, scoprendo ogni tanto una piazzetta nuova, con le pietre chiare e lisce. Maledicendo talvolta il freddo tagliente che rompe le nocche. Benedicendo il sole dell'estate che colora ogni cosa di mare, e quest'aria, che solo qui è aria trasparente e complicata e sincera.
Nella passione di non averne mai abbastanza, di vicoli e stradine strette. Nel gioco di scoprire gli angoli, di soffiare il vento sulla pelle, di stringersi forte.

Ho sognato che mi provavo due gonne

Ho sognato che mi provavo due gonne nuove, in un
camerino illuminato di arancione e con la tenda pesante. Una
gonna arrivava a metà polpaccio, era verde bottiglia con dei
ghirigori dorati, una specie di tenda barocca a forma di
gonna. L'altra era luminosa, grigia chiara e scintillante,
molto più corta, forse troppo corta, ma il suo brillare mi
ha conquistata senza ragioni, come una gazza che fa solo ciò
che e' nata per fare.
La commessa con l'enorme seno rifatto mi chiedeva quando e
come ero dimagrita, dopo aver avuto due figli. Io le
rispondevo, felice con la mia gonnina argentata, che non
erano stati i figli, ma la sofferenza d'amore a farmi
dimagrire. E che mangiare le cose buone mi piace da matti e
che avere bambini mi era piaciuto da matti, e che indossare
"le cose che mi piacciono senza una ragione", mi piace da
matti. Cosi' come fare l'amore quando si sente il fuoco
dentro mi piace da matti, e dormire, e le foglie e le
scarpe, e creare qualcosa di nuovo, e aspettare qualcosa di
bello, e fare la doccia calda, e truccarmi e vedermi
trasformare, e i miei capelli, e la pelle dei miei figli e
l'odore del mio uomo.
Allora la commessa mi incartava i pantaloni che avevo
addosso prima e mi regalava la gonna luccicante.

Il dubbio


Ho conosciuto in internet un uomo. Ha ironia e intelligenza, età ed esperienza, un mestiere e un gusto a me affini, attitudine a viaggiare e rapidità di pensiero, una bella bocca e occhi dolci. Mi chiedo se tenermi questa illusione o conoscerlo davvero.

La Grande Trota

Io e mia sorella, abbiamo iniziato presto a lavorare nel negozio della mamma, credo di aver avuto una decina d’anni. Eravamo bravi, avevamo le nostre incombenze. E con qualche pressione facevamo anche le cose più noiose. D’inverno, dopo la scuola, andavamo a sciare, poi in negozio. E da più grandicelli, ci andavamo da soli. La mamma stava a casa a fare tutti i mestieri. D’inverno faceva freddo, in negozio. Per scaldarci facevamo a turno a sederci su un piccolo termosifone ad olio. Il culo bruciava e così aspettavamo qualche cliente, raro, facendo i compiti e, soprattutto io, divorando quantità di giornali, fumetti, riviste, libri. Di ogni genere. Noi vendevamo giornali e articoli di cartoleria. Sono stato un privilegiato. A scuola non ho imparato un cazzo, ma per fortuna i fumetti mi hanno insegnato qualcosa. Da piccolo mi mettevo dentro un grande scatolone, sotto al banco, era pieno di carta da buttare. Era il mio rifugio. Mi mettevo là dentro con un pacco di giornaletti e ci passavo
delle ore. Il Monello, l’Intrepido, Lancio Story, Tex,Zagor, Akim, Il Comandante Mark, Mister No, Le Storie del West, Super Eroica, Kriminal, Diabolik, Il Gruppo T.N.T e tutti quelli di Max Bunker..Corto Maltese, Devil, I Fantastici 4..e naturalmente la saga infinita di Topolino. Anche i misteri del sesso si sono svelati così, fra le pagine disegnate di fumetti erotici, fra eroi dagli attributi improbabili, e eroine dagli appetiti inesauribili. Milo Manara ancora non c’era, né le sue muse erotiche disegnate con un unico, essenziale filo di matita. Allora i fumetti si chiamavano Zora, Pussycat, La Corsara Nera. Si compravano di nascosto. E quando mi dicono che agli uomini piacciono le tette grandi a causa di Edipo, la mamma e quelle cazzate lì, a me vien da ridere. Io avevo il negozio, passavano tutti di lì. Intere generazioni di maschi si sono formate con la lettura di quei fumetti. Dove tutte le donne
avevano un seno enorme. E ne sono rimasti segnati. I ragazzi oggi sono diversi, credono di sapere tutto, ma non sanno niente. Hanno anche meno idee nel fare l’amore. Hanno Internet, e tutto gli viene dato pronto con qualche click. Non hanno più bisogno di usare la fantasia. Non proveranno mai le emozioni che ho provato io. Non potranno mai immedesimarsi nel ragazzino schiacciato fra le tette spaventose della tabaccaia di Amarcord. Fellini, le sue visioni, i suoi incubi, non apparterranno mai a queste
generazioni. D’estate si lavorava parecchio, con i turisti. Al mattino
c’era la fila. Io e mia sorella eravamo sacrificati anche durante le vacanze, ma si doveva fare così. La famiglia era un’azienda e ognuno doveva fare la sua parte, e non si discuteva. Anche se i nostri amici erano sempre a zonzo, e a me capitava di fare salti mortali per scappare due minuti e raggiungere il mio amorino di chissà dove. E magari rubarle un bacio. Quando una che mi piaceva veniva in negozio, mi imbarazzavo tantissimo, e cercavo di servirla io. A volte mi vergognavo un po’. Mia mamma non andava tanto per il sottile, né con me, né con mia sorella. Ero entrato, allora, piano piano, nell’ordine di idee del commerciante. Inventando una attività, come si direbbe
oggi, collaterale. Che portasse guadagno solo a me. Su di un cartone avevo scritto, con un pennarello rosso, “VENDESI ESCHE VIVE – VERMI E CAVALLETTE- SU ORDINAZIONE”. Il
cartello faceva bella mostra sulla porta del negozio. Ebbi un certo successo. C’erano tanti pescatori, allora, e anche tanti pesci, sia al lago che nei torrenti. Ma la
vendita delle cavallette non decollò. Pescare a cavalletta è per pochi. Con il verme è un’altra cosa. Adesso le trote, mi dicono, non si prendono più se non si aggiungono feromoni alle esche. Boh, sarà. Infatti si vendono anche feromoni per gli uomini, per catturare le donne. Una evoluzione della biochimica. Io ero rimasto alla misteriosa, infallibile, mattanza di donne, che si strappavano i vestiti di dosso in cinque secondi, del mitico Gabriel Pontello, alias Supersex. Con il suo “via libera al fluido erotico!”. Ma lui però era un’extraterrestre dalle sembianze umane. Le trote allora erano più ruspanti. Io, al lago, le pescavo con il formaggio della latteria, quello invecchiato e un po’piccante. Ne compravo un bel pezzo e lo dividevo con le trote. Nel senso che lo stesso formaggio lo mangiavo anch’io, col pane. Poi le trote le vendevo. Se tutto era andato bene mi ripagavo il formaggio e la miscela del motorino. Ma prima del motorino, al lago, ci andavo in bici. Quattro chilometri di fottuta durissima salita, l’ultimo pezzo da smontato. Al lago ci passavo la giornata, dall’alba
al tramonto, per lo più con un amico che non c’è più. Che se avesse continuato a venire al lago, forse, ci sarebbe ancora. Eravamo delinquenti, barbari, bracconieri.
Pescavamo anche quaranta, cinquanta trote in un giorno, ascoltando la musica che proveniva dal juke box dello chalet, oltre la curva della riva. Bella musica che qualche cliente del bar metteva su. E che noi godevamo, gratis. Che bella era l’attesa di qualche mossa del galleggiante, nell’acqua verde, fresca, che specchiava gli alberi e le montagne di sopra. La pesca statica non si fa più. Si pesca dinamicamente, adesso. Con un coso che si chiama sbirulino e esche artificiali di silicone che per qualche astruso calcolo di idrodinamica, con il movimento si agitano per qua e là, come i fianchi delle ballerine hawaiane, o i culi delle brasiliane al ritmo di samba. E, pertanto, attirano la preda. I culi sono un’esca splendida infatti, e potente.
Sta di fatto che nella pesca moderna ti devi trapanare la vita. Allora, invece, lanciato bene, non dovevi fare altro che goderti la vita. E aspettare.
La pesca di torrente è completamente diversa, si chiama pesca “al tocco” ed è rimasta come allora. Come la ricetta per le frittelle di mia nonna. Per fortuna.

Comunque le cavallette non me le comprava nessuno. Morivano sempre nella bottiglietta traforata dove le mettevo. Le catturavo nel grande prato, sul lato della casa che
guardava il torrente. Quando l’erba veniva falciata era facile prenderle. Ed ero bravo. I lombrichi li prendevo, invece, sotto i sassi. Avevo il mio giro che facevo,
quotidianamente, in bicicletta, tutt’attorno al paese. Avevo i miei posti, le mie miniere di vermi. Ma a volte, la richiesta era tale che le risorse scarseggiavano. Allora avevo le miniere d’emergenza: i letamai. Le corti di letame, purchè vecchie e sedimentate, sono una fonte inesauribile di vermi, ce n’è a milioni. Allora c’erano anche tanti letamai.Oggi ci sono meno mucche, e quelle che ci sono forse non cagano neanche più, perché vedo poco letame in giro. Sarà l’alimentazione, non so. Forse per ottimizzare le risorse delle stalle e risparmiare sulla manodopera, viene aggiunto
un additivo ai mangimi. Così le mucche fanno la cacca liofilizzata, a pallini. Così non ci saranno neanche più i vermi di letamaio. Per fortuna ho cambiato mestiere. Ad ogni modo, i vermi di letamaio non vanno bene per pescare. Sono corti, sottili e mobilissimi, e quest’ultima sarebbe una qualità, se non fosse che non sono resistenti e muoiono subito. Il verme ideale deve muovere la parte di sé che non è attraversata dall’amo. Si deve contorcere dal dolore, tentare di liberarsi. Ma non potrà passare
attraverso l’ardiglione. Un buon verme deve crepare lentamente, credendo di potercela fare, senza arrendersi. Facendo contento il pescatore. Un buon verme, se ha culo e si sa muovere, troverà sulla sua strada una trota che lo distruggerà in un unico terribile morso, e porrà fine alla sua agonia. E farà contento il pescatore. I vermi di letamaio, di norma, non fanno contento il pescatore. Io li vendevo solo ai turisti, specie quelli che si davano le arie di grandi pescatori. E non capivano un cazzo, ma pagavano lo stesso.

La pesca in torrente è un’altra cosa. La trota non viene da te, tu vai da lei. Può darsi che sia in caccia, in fondo ad una correntina, e allora la sentirai in fondo alla passata,quando hai tutto il filo fuori. Altrimenti, se lei è a cuccia nella sua tana, sotto un sassone, nell’acqua molle, in una buchetta, la devi snidare. La devi cercare, la devi allettare. E devi essere bravo, furbo,esperto e malizioso. Più di lei. Una trota che riposa non è scema. O, perlomeno, è meno scema di un marito in canottiera steso davanti alla tv, con una birra che in genere è in lattina. Le mogli si lamentano di non riuscire a snidarli. Nemmeno in guepiere o con il reggicalze del supermercato, nemmeno se gliela sventolano davanti al naso. Ci vuole furbizia e malizia a far mangiare una trota. Ci vuole furbizia e malizia a stanare un uomo dal suo torpore, dal suo disinteresse. Gli uomini sono più stupidi di quello che le donne pensano. E se non si varia il menù, spesso gli uomini cambiano il ristorante. Per questo una trota schizza fuori dalla sua tana se vede un verme. Se glielo fai passare davanti al naso in un certo modo. Un verme non capita tutti i giorni, ad una trota. Di solito si deve accontentare di quel che l’acqua trasporta, piccoli frutti, piccoli insetti, cose così. Provi, la moglie, a far passare davanti al naso dell’idiota in poltrona, che so, la Hunzicher. Ma mica nuda. Non serve. Va bene anche vestita da idraulico. Ecco. Ma basterebbe assai meno. Basterebbe un po’ di fantasia, senza il
reggicalze del supermercato. E smettere di pensare che un uomo debba cambiare la sua indole solo perché a scuola e a dottrina gli spiegano che l’uomo è monogamo. Non lo è,
punto. Ma può esserlo, se gli si danno buoni motivi, dentro e fuori dal letto. Gli uomini nascono poveri pirla. Le donne gli danno il colpo di grazia, così diventano poveri pirla idioti. Gli uomini non capiscono le donne, ne prendono atto e vivono bene. Le donne, invece, capiscono gli uomini perfettamente, ma non se ne fanno una ragione e fanno finta che siano diversi. Così li rovinano del tutto. E poi fanno
finta di essere sorprese e scandalizzate di aver avuto un verme nel letto per anni.
La trota invincibile non esiste. Esistono solo pescatori poco abili. E i pescatori non si lamenteranno mai di aver dormito con una trota o con un verme. Io, a dire il vero, con i vermi non ci ho mai dormito. Però li dimenticavo nella tasca dei jeans, e da morti puzzano incredibilmente. Da vomitare. Mia madre si incazzava da matti. Il fatto è che talvolta, la sera, scappavo del negozio con la Graziella – la bici, non ho avuto nessuna Graziella femmina- per fare una pescata veloce sul torrente. Allora legavo la canna telescopica al portapacchi, scovavo quattro o cinque vermi, e li mettevo in tasca. Pescavo un paio di trote e tornavo a casa contento. Le trote le vendevo
o, talvolta, le regalavo a qualche vecchietta simpatica.

Le donne sognano il Grande Amore, e anche certi uomini. I pescatori sognano, tutti, la Grande Trota. Lei esiste. Ma non si sa dove. Potrebbe essere ovunque, nella corrente più impensata, nel gorgo più scuro di cui non si vede il fondo. La Grande Trota esiste, ed è grandissima. Ogni pescatore sogna di incontrarla e spera di avere una lenza perfetta quando il momento verrà, una lenza che non si spezzi. Per questo motivo i grandi pescatori hanno sempre lenze perfette. I bravi pescatori pescano sempre come se in fondo alla loro lenza debba abboccare la Grande Trota. Sono preparati. La Grande Trota esiste, perché non l’ha mai pescata nessuno. E quindi è ancora lì. Ma ogni pescatore ha la sua Grande Trota. E ci crede davvero. Un bel film, con Henry Fonda poco prima che morisse, parlava di Walter. Era lei la Grande Trota, si chiamava Walter. Mi sembra che Walter, verso la fine del film, avesse abboccato. Ma poi non è stata catturata o è stata liberata, non ricordo. Il film si chiamava “Sulle rive del lago dorato “. Bello. E triste. Per forza. Non hanno preso Walter. O forse bisognerebbe chiedere al Capitano Achab, e alla sua Grande Trota, che quella era proprio grande, e si chiamava Moby Dick. Io la mia Grande Trota l’ho cercata a lungo, sulle rive sassose,fra le pietre viscide, nelle forre di un piccolo torrente di montagna. Il bello della Grande Trota è che non devi pescare nel Mississippi per avere una chance in più di farla tua. Può nascondersi fra le cascatelle di un ruscello. Gli scettici non ci credono e quindi non la cercano, poveretti. Gli altri continuano a crederci. Ed ogni sconfitta è una vittoria, e fintantoché nessuno la cattura lei è ancora lì, e ci sarà un buon motivo per continuare a pescare. Anche il prossimo giorno

Indiana Johns e il teschio di cristallo


Le recensioni lo promuovono, i botteghini americani sbancano (il che non è sicuramente indice di qualità, ma fa scena), insomma tutto faceva presupporre che questo anzianotto Harrison Ford ci facesse vedere un film leggero divertente e avventuroso, almeno come i precedenti. Io ero di fianco al mio accompagnatore che mi teneva la mano, ed ero pronta a sorbirmi casse piene di ragnatele, pozzi di serpenti e corse improbabili su improbabili cigli di burroni di macchine scassate e polverose.
Dopo un'ora di teschi di finto cristallo che si vede da lontano che è plastica, di antichi maya che saltano fuori dalle pareti, di battutine tra padre e figlio (stile fonzie dei poveri), il tutto in una poco credibile ricostruzione di america anni '50, il primo sbadiglio. L'ho camuffato, ma c'è stato. Il mio compagno m'ha seguito a ruota. Doppio sbadiglio incrociato. Io, sollevata dal vedere che non sono l'unica che si annoia, scivolo un pò giù nella poltrona e mi faccio accarezzare la gamba. Altra mezzora passa, allietata solo dalla bellezza e ironia di Cate Blanchett, no altro non c'è.
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24 marzo 2008

Importanza della location per i messaggi pubblicitari

La Sindrome di Penelope

Questa è una patologia di cui conoscevo pochi casi, ma che ultimamente si sta lentamente ma costantemente diffondendo. Prevalentemente ne sono affette donne, di età compresa tra i 25 e i 45 anni, di ceti mediamente alto, di buona salute fisica. I sintomi sono provare alterazioni emozionali che portano a legami affettivi con esemplari maschili che abbiano una sola o più di una delle seguenti caratteristiche: 1. abitanti a più di 50 km di distanza dalla donna. 2. abitanti nella stessa città della donna ma con impiego stagionale a più di 150 km dalla donna (dicasi transumanza affettiva).3. abitanti nella stessa città della donna ma con impiego fisso a distanza e ritorno al week end (dicasi pendolarismo affettivo).
Sintomi
1. dipendenza da amici in loco con telefonate di richiesta frequentazione fin dal venerdì pomeriggio.2. mutuo bancario per ricariche telefoniche.3. Sessioni di meditazione periodica per praticare fedeltà.4. Sensibilizzazione del cavo uditivo fino a completo sincronia con la vibrazioine del cellulare in arrivo messaggi. 4. Maratone sessuali di 48 ore quando ritorna l'esemplare maschio, intervallate da piccoli discussioni con tema prevalente "mi ami ancora?".5. Assuefazione lenta ed inesorabile verso la gestione solitaria del letto.
Terapia
Gestire l'infezione per quanto tempo è possibile, fare poche domande, avere molta fiducia, abbonarsi a SKY e all'autolavaggio.
Se i sintomi persistono, rivolgersi ad un uomo in area condominiale.

La sindrome di Peter Pan

La sindrome di Peter Pan, la conosciamo già. Incapacità di impegnarsi in una relazione non appena odora di conoscenza genitori. Fuga di fiore in fiore dalle responsabilità, patologia tipicamente maschile ma presente anche in alcuni esemplari femminili. Due possibili evoluzioni della malattia, la prima l'incontro con donna FS (Fertilissima Scaltra)che senza che se ne accorga porterà sintomi definitivi quali la paternità improvvisa, con conseguente perdita di libero razzolamento (con postuma convalescenza di tradimenti estemporanei)

23 marzo 2008

Pronto...?


Secondo me il tempo nel cielo esiste per togliere d’imbarazzo i timidi al telefono. "Hai visto che caldo fa oggi? Mamma che tempaccio ieri notte..." Ogni volta che si forma una nuvola si salva una telefonata. Ogni volta che piove un po si recupera un silenzio. Le persone al telefono non sono mica le stesse. Non puoi sapere come si muovono le sopracciglia, le smorfie del naso, le dita che si grattano le orecchie. Quando uno parla tanto che diventa troppo puoi appoggiare delicatamente la cornetta su un cuscino e andare a fare uno spuntino. Oppure mentre parli puoi mescolare il ragu, non sei poi cosi’ attento alle parole, al ragu’ si pero’ che se no attacca. Guardi fuori dal finestrino del treno, con il telefono all’orecchio, il tetto di quella casa laggiù, e guarda là che strana automobile, oppure sospiri di noia sottovoce e nessuno se ne accorge. Puoi anche parlare mentre fai l’amore, certo se non ti piace un granche’ e il tuo amante e’ un po distratto.
Io ho sempre preferito i silenzi di persona, che le parole al telefono.

22 marzo 2008

-Into the Wild-said


"Ci sono persone che credono di non meritare l’amore. Loro si allontanano in silenzio dentro a spazi vuoti, cercando di chiudere le brecce al passato."

On the road again

Volere cadere

Si ha paura di mille cose, dei dolori, dei giudizi, del proprio cuore, del risveglio, della solitudine, del freddo, della pazzia, della morte... specie di questa, della morte. Ma tutto ciò è maschera e travestimento. In realtà c'è una cosa sola della quale si ha paura: del lasciarsi cadere, del passo incerto, del breve passo sopra tutte le assicurazioni esistenti. E chi una volta sola si è donato, chi una volta sola si è affidato alla sorte, questi è libero. Egli non obbedisce più alla legge terrena, è caduto nella spazio universale e partecipa alla ridda delle stelle.
(H. Hesse, fonte sconosciuta)
(liberamente copiato da VeryWendyWorld.blogspot.com)

21 marzo 2008

Piccolezze all'orizzonte


Quando le cose sono all'orizzonte ci sembrano tanto piccole. Quando ci avviciniamo siamo sicuri di trovarle grandi e imponenti. Invece certe cose e persone sono e rimangono piccole.

Anima slegata


Mi ha fatto un gran sorriso, con appena una punta di malinconia, s'è toccato il cappello in segno di saluto e ha detto piano, così piano che sono a malapena riuscita a coglier le sue parole nel frastuono del traffico:"La vostra pelle mi avrebbe dato la più bella delle copertine, ma nessuno riuscità mai a legarvi l'anima".
Ultima frase del libro "La rilegatrice dei libri proibiti" di Belinda Starling

20 marzo 2008

Puoi trovare la felicità

Puoi trovare la felicità si articola in otto differenti serie, ognuna che si intreccia con la precedente e insegue la successiva: la pubblicità, la tavola, il cinema, il romanzo, l’erotismo, la chambre close, il sogno e made in Japan per comporre le tappe di un viaggio nel mondo creativo e colorato di Bettina Rheims. Nella sala bianca inoltre sarà esposta Olga una serie inedita di nove fotografie di grande formato presentate in prima mondiale a FORMA.

Novantaquattro immagini di straordinaria forza espressiva che rubano talvolta dal mondo della pubblicità e del cinema il tratto patinato, le pose quasi teatrali come ironiche pantomime; altre volte si ispirano invece all’equilibrio della tradizione artistica, e alla storia della fotografia, tanto nella composizione delle scene quanto nelle scelte cromatiche. Nudi animati dalla forza del candore e della devozione, da espressioni peccaminose e arroganti, a volte diabolici, a volte maliziosi o celestiali, ma comunque privi di volgarità e sempre assolutamente ironici. Bettina Rheims racconta di disordinate e romantiche eroine, cariche di pathos, maliziose e perfette muse, un incanto per gli occhi che non sanno smettere di scrutare le forme classiche della composizione, i colori opulenti e fragorosi.

Una galleria di perfezione femminile, di donne più o meno conosciute dal grande pubblico, di modelle statuarie, attrici o cantanti, immerse in scenari quotidiani, in pose lascive. Monica Bellucci in versione Salomé che versa sangue nel piatto, Jennifer Jean Leigh in piedi, in pigiama, con una bambola in mano in una allegoria della follia, Sharon Stone che sgranocchia diamanti come Eva il frutto proibito, la fotografia di Bettina Rheims nasce sempre da una serie di operazioni lunghe e complesse che nulla hanno a che spartire con la semplicità abituale dell’atto fotografico. Le sue immagini sono un’accurata costruzione intellettuale e visiva frutto di un’attenta regia, in cui nulla è lasciato al caso.

La mostra per i contenuti di alcune immagini è vietata ai minori di 16 anni.


Il 23 settembre alle ore 19,00 si inaugura la mostra di Bettina Rheims,

presso

FORMA Centro Internazionale di Fotografia di Milano

Puoi trovare la felicità.

Fino al 23 Novembre 2008

Orario
tutti i giorni dalle 10 alle 20
Giovedì e Venerdì dalle 10 alle 22
lunedì chiuso

Per informazioni
02.5811.8067
02.8907.5419

Gelato africano

Stamattina mi rimane di te la consistenza della tua pelle liscia. Il corpo leggero, profumato, concentrato.
Mi rimane l’immagine di te dietro la fessura della porta. Il nostro abbraccio, tardato di qualche secondo, e’ stato naturale, spontaneo, ovvio. Ho sempre creduto che la tua gamba spinta piano tra le mie, negli abbracci, fosse un preludio, un asterisco che riporti alla mente l’erotismo, l’attrazione, la passione. Invece la tua gamba si appoggia tra le mie, anche stasera, dopo tutto, dopo una vita. E non serve a ricordarmi la passione, la tua gamba. Scopro che é solo il tuo prolungamento dell’abbraccio. Un contatto totale di cui hai bisogno. Muto. A te che il corpo parla piu’ di altre cose. A te che vivi racchiuso in un parte semplice di fatiche e ardori, ma ormai per me pulsi nelle tempie.
Avevi ragione e non ti ascoltavo, i tempi lunghi del cuore.
Il mio amico Fabrizio dice che la vita che va avanti, e non ci bada.
Proponi di mettere un po di musica, ritrovo il tuo sorriso timido e felice dietro ogni colonna della cucina, ritrovo il tuo viso basso, lo so, lo so, sei timido, gli occhi ti fanno paura. Ma sorridi, piano. So che sei felice. Di essere a casa, del tuo tetto, delle tue luci e del tuo silenzio. Di me.
Seduti per terra sembra di essere in africa, tra tappeti di lanzarote e cuscini marocchini. Penso a quanto poco ha capito di te tuo padre, spingendoti verso il suo mestiere d'artista. Sento però anche il suo amore, su di te.
Prendi mezza vasca di gelato, brinata e abbandonata e due cucchiai. E attorno ad un angolo basso di tavolo, ognuno mangia un po, assaggia, commenta piano.
Ti avvicini solo un pò di più, l'aria si fa lenta.
...

Priscilla

Due drag queen e un transessuale si trovano ad attraversare insieme il deserto australiano per raggiungere Alice Springs, dove hanno trovato un ingaggio.

19 marzo 2008

Hugh Laurie


Hugh è venuto a prendermi con comodo, fai tu, dopo le nove e mezza, gli avevo detto. In ritardo sulla sua ora ipotizzata e non comunicata, non è sceso neanche dalla macchina ma mi ha fatto uno squillo per farmi scendere. Raggiungiamo un locale qualsiasi dove si beve al bancone visto che ormai era tardi e aveva già cenato e mi sfamo a olive e noccioline. Di conseguenza bevo due o tre daiquiri, mentre mi avvisa che il sale degli aperitivi fa male, meglio allungarlo con l'alcool. Mi guarda negli occhi da molto vicino, credo per sedurmi, si, si, ci siamo, ma dallo sguardo perplesso temo sia per scovare un giallore sospetto. Mi allontano e lui, evidentemente affranto dal mio distacco, considera con attenzione il culo di tutte le cameriere che passano. Infine, assolutamente indifferente al racconto della mia giornata, per saggiare la situazione infila lo sguardo nella mia scollatura, non fingendo nemmeno di essere gentile, considerato un'inutile perdita di tempo. Io ho anche indossato i tacchi alti e questo a Hugh è già sufficiente per diagnosticare un ci sta. Allora si mette comodo e aspetta, senz'altro qualche chiacchera spigolosa, tranquillo e leggermente annoiato, che decida io se baciarlo a fine serata o no. Il che naturalmente lo fa decidere se riaccompagnarmi a casa oppure lasciarmi là.

18 marzo 2008

Antipastoteca di mare (Trieste)

E finalmente sono riuscita ad andarci! Frutti di mare, pesce, polenta e "pan brustolà cò l'aio"(affrontantelo solo se non baciate nessuno nelle seguenti 10 ore, ma davvero) e il mitico Robi Surian con tanto di grembiule e capelli bianchi e petto e faccia abbronzatissimi. Localino famoso anche fuori città, si spende poco si mangia bene, rarissima perla quindi. Cosa dire? tutto vero. Cerca cerca nel menù finchè trovi il piatto misto di assaggini, davvero due forchettate moltiplicate per più di una decina di sapori diversi. Anche il vino sfuso, un tocai fresco che poi ho scoperto essere dell'Azienda agricola "Badin" di Corno di Rosazzo. Semplice la tavola, caldo e accogliente e casalingo in locale. Finalmente un gestore che non si monta la testa e va avanti per la sua strada. Anche nel profondo nord est si può cenare fuori senza mutuo.
Occhio a come ci sia rriva, lì in zona, sotto al castello di San Giusto, il parcheggio è utopia.

Antipastoteca di Mare
"Alla Voliga" - Trieste
Via della fornace, 1 - Trieste
040-309606 Chiuso: domenica sera e lunedì

15 marzo 2008

Ringraziamento

Vi prego leggete piano questa poesia. Piano piano, lasciandola sciogliere bene nel cuore.
E' di Wislawa Szymborska e si intitola "Ringraziamento".



Devo molto

a quelli che non amo.

Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’ amore non può darlo
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come un orologio solare,
capisco
ciò che l’ amore non capisce,
perdono
ciò che l’ amore non perdonerebbe mai.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che si trovano in ogni atlante.

È merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

“Non devo loro nulla” –
direbbe l’amore
su questa questione aperta.

14 marzo 2008

La Quarta Via

La quarta via non richiede che ci si ritiri dal mondo, non esige la rinuncia a tutto ciò che formava la nostra vita. Essa comincia molto più lontano che non la via dello yogi. Ciò significa che bisogna essere preparati per impegnarsi sulla quarta via e che questa preparazione deve essere acquisita nella vita ordinaria, essere molto seria e abbracciare parecchi aspetti differenti. Inoltre un uomo che vuole seguire la quarta via deve riunire nella sua vita condizioni favorevoli al lavoro, o che in ogni caso non lo rendano impossibile. Infatti, bisogna convincersi che sia nella vita esteriore che nella vita interiore di un uomo, certe condizioni possono costituire per la quarta via barriere insormontabili. Aggiungiamo che questa via, contrariamente a quella del fachiro, del monaco e dello yogi, non ha una forma definita. Prima di tutto essa deve essere trovata. É la prima prova. Ed è difficile, poiché‚ la quarta via è ben lontana dall'essere conosciuta quanto le altre tre vie tradizionali. C'è molta gente che non ne ha mai sentito parlare ed altri che negano semplicemente la sua esistenza o anche la sua possibilità.

Tuttavia, l'inizio della quarta via è ben più facile dell'inizio delle vie del fachiro, del monaco e dello yogi. É possibile seguire la quarta via e lavorare su di essa rimanendo nelle condizioni abituali di vita e continuando il lavoro usuale, senza rompere le relazioni che si avevano con la gente, senza abbandonare nulla. Anzi, le condizioni di vita nelle quali un uomo si trova quando inizia il lavoro - dove il lavoro, per così dire, lo sorprende - sono le migliori possibili per lui, perlomeno all'inizio. Infatti, queste condizioni gli sono naturali. Esse sono quell'uomo stesso, poiché‚ la vita di un uomo e le sue condizioni corrispondono a ciò che egli è. La vita le ha create sulla sua misura; di conseguenza ogni altra condizione sarebbe artificiale e il lavoro non potrebbe, in questo caso, toccare contemporaneamente tutti i lati del suo essere.

Così la quarta via tocca tutti i lati dell’essere umano simultaneamente. È il lavoro sulle tre camere contemporaneamente. Il fachiro lavora sulla prima camera, il monaco sulla seconda, lo yogi sulla terza. Quando raggiungono la quarta camera, il fachiro, il monaco e lo yogi lasciano dietro di sè molte cose incompiute e non possono fare uso di ciò che hanno raggiunto, poichè non sono padroni di tutte le loro funzioni. Il fachiro è padrone del suo corpo, ma non delle emozioni, né dai pensieri; il monaco è padrone delle sue emozioni, ma non del corpo, né del suo pensiero; lo yogi è padrone del suo pensiero, ma non del corpo, né delle emozioni.

La quarta via differisce dunque dalle altre in quanto la sua principale richiesta è una richiesta di comprensione. L'uomo non deve fare nulla senza comprendere - salvo a titolo di esperienza - sotto il controllo e la direzione del suo maestro. Più un uomo comprenderà quello che fa, più i risultati dei suoi sforzi saranno validi. É un principio fondamentale della quarta via. I risultati ottenuti nel lavoro sono proporzionali alla coscienza che si ha di questo lavoro. La fede non è richiesta su questa via; al contrario, la fede di qualsiasi tipo costituisce un ostacolo. Sulla quarta via un uomo deve assicurarsi da se‚ la verità di ciò che gli viene detto. E fin quando non avrà acquisito questa certezza, non deve fare nulla.

Il metodo della quarta via è il seguente: mentre si lavora sul corpo fisico, bisogna lavorare simultaneamente sul pensiero e sulle emozioni; lavorando sul pensiero, bisogna lavorare sul corpo fisico e sulle emozioni; mentre si lavora sulle emozioni, occorre lavorare sul pensiero e sul corpo fisico. Ciò che permette di riuscire è la possibilità, nella quarta via, di fare uso di un sapere particolare, inaccessibile nelle vie del fachiro, del monaco e dello yogi. Questo sapere rende possibile un lavoro simultaneo nelle tre direzioni. Tutta una serie di esercizi paralleli sui tre piani: fisico, mentale ed emozionale, servono a questo scopo.
Inoltre, nella quarta via è possibile individualizzare il lavoro di ciascuno; vale a dire, ogni persona deve fare solo ciò che gli è necessario e nulla che sia inutile per lui. Infatti, la quarta via fa a meno di tutto il superfluo che si è mantenuto per tradizione nelle altre vie.

Così, allorché‚ un uomo raggiunge la volontà mediante la quarta via, egli può servirsene, poiché‚ ha acquistato il controllo di tutte le sue funzioni fisiche, emozionali ed intellettuali. Egli ha risparmiato per giunta molto tempo con questo lavoro simultaneo e parallelo sui tre lati del suo essere.

La quarta via è talvolta chiamata la via dell’uomo astuto. "L’uomo astuto" conosce un segreto che il fachiro, il monaco e lo yogi non conoscono. In che modo "l’uomo astuto" abbia appreso questo segreto, non si sa. Forse l’ha trovato in qualche vecchio libro, forse l’ha ereditato, forse l’ha comperato, forse l’ha rubato a qualcuno. Fa lo stesso. L’uomo astuto conosce il segreto, e con il suo aiuto supera il fachiro, il monaco, lo yogi.

"Il fachiro è, tra i quattro, colui che opera nella maniera più grossolana; sa pochissimo e comprende pochissimo. Supponiamo che egli riesca, dopo un mese di intense torture, a sviluppare una certa energia, una certa sostanza che produca in lui determinati cambiamenti. Egli lo fa assolutamente all’oscuro, ad occhi chiusi, non conoscendo ne lo scopo, ne i metodi, ne i risultati, semplicemente per imitazione.

Il monaco sa un po’ meglio ciò che vuole; è guidato dal sentimento religioso, dalla tradizione religiosa, da un desiderio di compiutezza, di salvezza; egli ha fede nel maestro che gli dice ciò che deve fare e crede che i suoi sforzi ed i suoi sacrifici "piacciano a Dio". Supponiamo che in una settimana di digiuni, di continue preghiere, di privazioni e di penitenze, riesca a raggiungere ciò che il fachiro non aveva potuto sviluppare in sè che in un mese di torture.

Lo yogi ne sa molto di più. Sa ciò che vuole, sa perchè lo vuole, sa come può ottenerlo. Egli sa per esempio che, per arrivare al suo scopo, deve sviluppare in sè una certa sostanza. Egli sa che questa sostanza può essere prodotta in un giorno mediante un certo tipo di esercizio mentale o mediante una concentrazione intellettuale. Così per un giorno intero, senza permettersi una sola idea estranea, tiene l’attenzione fissa sopra questo esercizio ed ottiene ciò di cui ha bisogno. In questa maniera uno yogi riesce a raggiungere in un giorno la stessa cosa che il monaco raggiunge in una settimana, e il fachiro in un mese.

Bisogna ancora notare che oltre a queste vie giuste e legittime, vi sono anche vie artificiali che non danno che risultati temporanei e vie decisamente sbagliate che possono anche dare risultati permanenti, ma nefasti. Pure su queste vie l’uomo cerca la chiave della quarta stanza e qualche volta la trova. Ma ciò che trova nella quarta stanza, non ci è dato sapere.

10 marzo 2008

dizionariorefusi

ikn = in
ce = che
noln =non
cartotina = carotina
indiana Jhones =
propio =
bruvolo =
amoica =

Valeria e la canadese

Era una piccola tenda canadese, ma non eravamo adolescenti. L’idea di andarcene qualche giorno in un campeggio in collina ci era venuta all’improvviso, mentre cercavamo una via di fuga dalle rispettive vite amorose disastrose. Valeria era una ragazza sana, rigogliosa come un campo a maggio, con il sorriso aperto e le gambe lunghe. Rideva spesso, aveva la lingua tagliente e ogni tanto mi diceva che non ci capivamo. Schioccava le dita e diceva, non ci siamo eh. Non ho mai capito se mi prendeva in giro o rideva insieme a me, della nostra diversità. Rispetto a lei avevo più esperienza, soprattutto di vita seria, ogni tanto i miei 6 anni di più si sentivano tutti. Altre volte invece, quando mi agitavo per un colloquio di lavoro o un appuntamento al buio, la donna esperta sembrava lei. Mi tranquillizzava incoraggiandomi. Così alta riusciva ad abbracciarmi come un uomo.
Quella sera, finita di montare la tenda come due donne possono montare un tenda vestite già con l’abito della sera e i tacchi alti, avevamo chiesto un passaggio ad un signore del campeggio che scendeva giù al mare. In un camper. Come saremmo tornate su, di notte, non riuscivo ad immaginarlo, ma Valeria sembrava assolutamente non preoccuparsi.
Due suoi amici, Antonio e Davide, ci aspettavano vestiti a festa, come chi abita in luoghi di mare si veste in agosto per far colpo sulle donne. Erano evidentemente dei viveur, molto a loro agio nell’offrirci da bere in un locale dietro l’altro. Valeria cinguettava e li seduceva entrambi, comprendendo la mia iniziale timidezza che conosceva bene. Obiettivo finale della serata, un locale sulla spiaggia, che offriva una festa caribica e danze a piedi nudi nella sabbia. L’alcol nascosto nei bicchieri colorati alla frutta bevuto nell’arco della sera già mi stordiva vagamente, mentre a tratti ci perdevamo nella folla, a tratti vedevo la mia bella amica abbracciata ad Antonio che ballava una specie di lambada. Lui la stringeva come se fosse lì lì per averla, sicuro di finire la sera con quella amica in visita dalla coscia lunga. Non la conosceva bene, evidentemente. Lei avrebbe deciso tutto, fino all’ultimo minuto.
Ora stava decidendo di cercarmi, e di togliermi da dosso Davide, che nel frattempo aveva realizzato che ero la donna della sua vita, e lo aveva capito nell’ultima mezzora, tra un cuba libre e un mohito. Cominciavo ad infastidirmi di quel luogo al quale non appartenevo, la sabbia sembrava essermi ovunque e un’altra goccia di cocktail mi avrebbe fatto perdere la ragione. Lo sguardo di Valeria mi diceva che era al limite anche lei. Annuendo tra la folla, la nostra serata con la folla era terminata.
...

Soldatina

É la prima volta che me ne sto in piedi, dopo un amore infranto. Dritta dritta come un soldatino, anche se il vento mi sbatte un po di qua e di là, comunque io reggo. Sto reggendo.
E faccio tutto quello che dicono i manuali, almeno quelli delle donne, che poi vengono riassunti dai mensili per le donne, che poi vengono riassunti dalle amiche che leggono i mensili per le donne.
Vedo gente, mi tengo con cura, mi faccio bella, mi accarezzo. Dormo molto, leggo molto, assecondo il tempo che passa. Mi faccio corteggiare, mi tengo occupata, gentile ma in difesa.
Certo non passa mica tutto cosi’, ci mancherebbe. Pero’ questa volta non mi sono lasciata inglobare dal letto sfatto, non ho mai bevuto troppo, ne’ ho fatto le sei di mattina.
Cosi’, queste corazze ora mi tengono caldo, come le giacche di lana cotta e l’autunno che arriva non mi coglie impreparata.
...

9 marzo 2008

Oggi ho un buon odore

Oggi ho un buon odore.
E' odore di me, non sa di sapone nè di deodorante
nè di dopobarba. Certi giorni mi piace il mio odore.
Mi rilassa.
Non ho neanche fatto la barba.
Dal balcone al sole caldo di questa domenica
solitaria, di figli già in viaggio
e di figlie dalle amiche, mi vedevo riflesso
nel vetro della camera.
Stranamente oggi sono bello.
Vado avanti e indietro dal balcone alla camera.
Sarebbe bello essere nel bosco, a margine di
radure di cespugli di mirtilli,
e sentire scricchiolii ad ogni passo.
Il margine del bosco è dietro casa, a meno di
cinquanta metri.
Mi sento troppo pigro.
Ci vado brevemente con il pensiero.
Cazzo. Non riesco a gioire delle cose da solo.
Ho bisogno di condividerle.
Non credo che la spiegazione psicologica
sia positiva, però.
Penso che questa domenica, per te,
sia una domenica di con il tuo lui che è tornato.
Occhio che non sto indagando. Affatto.
Capito?
E' bello così. Le sensazioni che abbiamo
devono per forza essere giuste?
Non faccio previsioni del tempo.
I miei figli hanno creduto per anni
che io fossi un vero mago.
Il giochetto consisteva nel far sparire
una monetina.
Poi, nelle serate di pizza fatta a casa,
ne nascondevo una
sotto ad un pezzetto di prosciutto,
prima di infornare.
Con la pizza fumante nel piatto, facevo
sparire l'altra monetina.
Che magicamente ricompariva, alternativamente,
nel piatto di Iaia o di Raffa.
Con stupore immutato, ogni volta, uno spasso.
La delusione di Iaia, qualche anno fa, quando
ho confessato il trucco, è stata grande.
Come scoprire che Gesù Bambino non esiste.
Con Liane ci son state, fra le mille altre,
discussioni fra punti di vista
inconciliabili al riguardo.
Lei trovava grottesco che i miei figli,
il più grande già alle medie,
forse in prima -non ricordo- non sapessero
che i regali a Natale
li fanno mamma e papà. Io invece penso, tuttora,
che la magia della fanciullezza vada lasciata
intatta fin che si può.
E magari conservarne lo stupore anche da grandi,
potendo. Lo stupore è ciò che mi lega alle cose
che scrivi e che dici. La canzoncina di oggi
è del 1965. Pensavo al tuo amore travagliato,
un pò finito un pò no. E a ruoli invertiti,
cantata da te, per lui.
E' una delle mie preferite in assoluto.
Il sole è sceso dietro alla Cima Bagni.
E' ora di chiudere la finestra.

Vergogna

Il tuo egoismo mi muove per la prima volta nella mia vita, un quasi necessario bisogno di vendicarmi.
Puerile? forse, ma nulla di fronte e te.
Oltraggiata e offesa per il non essere nemmeno considerata come persona.
Incredibile il modo. incredibile la tua persona.
Uno schiacciasassi senza rispetto per nessuno.
Non per me. Nè per chi legittimata ti affianca.

Non ti meriti neanche quello che hai. Per la disonestà che hai tenuto con il mondo.
Il silenzio non ti basterà a sotterrare il passato.

Non trovarti

sono in affanno
di nuovo sei riuscita a riscaldarmi il cuore
di nuovo perdo di vista i confini dell'agire

parole che si sono susseguite per finire in
puntini, pesantissimi .

quelle notti
rimangono con me
e sempre riaffiora
potente
la tua presenza

rivivere quegli attimi con te e' un supplzio al quale non so resistere e dire di no.

I limiti

“Non ho limiti”, hai scritto qualche giorno fa.
Nemmeno io, mi verrebbe da dirti.
Mi verrebbe da dirtelo perchè è vero.
E’ così.

Rifletto.
Sul mio non avere limiti e sul tuo non avere limiti.
Probabilmente si tratta di confini diversi, di un non
avere limiti diverso.
Chissà.
Ma in ogni caso l’oggetto della riflessione è lo
stesso: il confine.
Il confine tra il dentro di me ed il fuori di me, tra
il dentro di te ed il fuori di te.
E’ lì che si colloca la questione del limite.
Si colloca nei termini di che cosa nel profondo sono
in grado di reggere e di che cosa non sono in grado di
reggere.
Di che cosa sento e di che cosa non sento.
Di che cosa mi caratterizza e di che cosa non mi
caratterizza.
Di che cosa mi fa bene e di che cosa mi fa male.
Questo è un aspetto.
L’altro aspetto è quello che riguarda l’esterno.
Il non avere limiti si traduce, di solito, in un
elevato grado di vulnerabilità.
Le cose arrivano ed entrano.
Non ci sono filtri a trattenerle.
Non ci sono barriere.
Entrano e si depositano.
Ma, depositandosi, ci costituiscono o ci nascondono?
Voglio dire, sono cristalli che espandono la nostra
luce o sono sassolini che la coprono?
Chissa...
Magari il non avere limiti può essere la
rappresentazione di un atteggiamento autodistruttivo
nei confronti del proprio se profondo. Un atto di
disistima. Un atto di non riconoscimento.
Non sono stato amato e dunque sono degno di essere
amato.
Non importa ciò che io sono, importa ciò che è il
mondo.
Dunque lascio che entri, il mondo.
Non pongo ostacoli.
Non mi oppongo.


Mah, non lo so...
E’ una riflessione buttata lì...
Chissà.

Potatura

Qui sotto, nel piccolo parco, un giardiniere sta
potando la siepe.
Osserva con attenzione i rami, li prende con la mano,
li scuote, e solo dopo decide se tagliarli.
Se ne sta da solo.
Lui e i rami.
E’ bello prendersi cura delle piante.
La casa dove abitavo fino a qualche anno fa era
coperta da una rosa rampicante.
Era una “Andrea Steaver”, una rosa inglese.
Bianca. Candida. Profumatissima.
Nel mese di marzo mi dedicavo alla sua potatura.
Salivo sulla scala e passavo il pomeriggio a
sfrondarla. Toglievo le foglie secche della stagione
precedente, recidevo i bulbi, tagliavo i rami più
pesanti. Per tutto il tempo restavo immerso nel suo
profumo di vaniglia.
E’ una cosa che calma, dedicarsi alle piante.
Non so più dire, infatti, se fossi io a prendermi cura
di lei o se fosse lei a farlo.

Primi passi

La giornata volge al termine, sono stregato
dalle tue parole. La paura è importante,
guai se non l'avessimo, indice di parole sincere.
Paura che viene presto sopraffatta dal desiderio
di conoscere, esplorare, si trasforma
in quel brivido che ti corre giù per la schiena
e che ti fa
socchiudere gli occhi e sorridere.
Baciosugliocchi.

Solo una donna

Buongiorno,
sto per uscire, inizio questa giornata di sole.
Ho bevuto il caffelatte in terrazza, stamattina, non una gran colazione,
solo un caffelatte in punta di sedia. Però ho guardato il mare,
ho cercato con gli occhi la tua potenziale casetta nuova,
ho fatto mente locale sulle cose da fare oggi,
sul computer da comprare, sulla corsa che voglio fare,
sul tempo che ho e sugli altri impegni urgenti che ho oggi
e che non posso proprio rimandare.

Ho cercato anche di comprendere il mio pensiero su di te,
la pace e l’inquietudine.
La pace e l’allegria che irrimediabilmente provo così spesso accanto a te,
quando facciamo gli scemi e ridiamo, o quando seri ci confrontiamo
e ci raccontiamo i progetti o quando ci desideriamo affondando
nei nostri corpi uno nell’altro
o semplicemente quando ci sorridiamo guardandoci.
Sono felice in tanti momenti,una lieve gioia mi coccola
quando ti vedo sorridere o mangiare assorto o addormentarti pochi minuti
sulle mie ginocchia.
Sono dolcissime ondine di gioia di vivere, certi sguardi divertiti,
certe immagini di te tra la gente che mi cerchi con gli occhi, certe carezze.

E poi c’è la sottile inquietudine che mi sfiora quando rimango sola
e mi accorgo di quanto non ti ho detto e di quanto non mi hai detto.
Quello che non ti dico è per pudore, per paura, perchè mi sento frenata da te,
per timidezza.
Quello che non mi dici è probabilmente quello che non hai da dirmi,
perchè non ami raccontare le tue emozioni, perchè non ci sei abituato,
perchè non ne senti il bisogno.
Mi chiedo certe volte se ti domandi cosa penso profondamente,
cosa provo per te, chi sei per i miei occhi e per la mia anima.
Chissà se certe volte mi leggi il viso o il mio respiro, intimamente, veramente.
Chissà se invece non ti fermi mai a pensarci,
preso dalle cose tue o dalle cose che si fanno.

E’un modo diverso di conoscere però, lo vedo.
Preferisci le cose meno dirette, quasi casuali,
la somma di piccole cose che formano poi il vivere vicini.
Piccole cose, piccoli fatti. Non meno reale, lo so, solo diverso.

E’ vero, non mi guardi molto con la voglia di guardarmi e di conoscermi.
I tuoi occhi chiusi o rivolti dentro di te li conosco già
e più di una volta mi hanno fatto sentire sola.

Mi piacerebbe che nonostante tutto quello che vivi e hai vissuto recentemente,
che voglio dimostrarti giorno per giorno di rispettare e sostenere,
ti ricordassi quando ti sono accanto e sono rivolta davvero verso di te
(con la mia testa, il mio cuore, il mio corpo, le mie cose) che prima non c’ero.

E che niente di quello che vivo con te è abituale per me,
niente è scontato, non sei un altro uomo che fa colazione con me,
non sei l’ultimo con il quale passo le domeniche sere sul divano di casa mia
e non sei l’ennesimo uomo al quale mi concedo così completamente.
Sei tu, siamo noi.

Quello che vedi e che sono con te è tutto scelto e vero,
molto più vero di quanto molte persone pensano,
vedendo il mio forte bisogno di enfatizzare le emozioni,
che non è enfatizzarle per me, ma fermarle, guardarle, ricordarle, capirle.

Lo so che non è facile per te comunicare intimamente,
ci sono momenti in cui c’è una parete di vetro tra noi, fredda e incomprensibile
per il mio cuore, che sbanda e soffre, i quei momenti.
Però vorrei ugualmente stringerti le mani e farti sentire
il pulsare reale dei miei gesti e dei miei sguardi.
Ci vorrà tempo, lo so, perchè tu capisca davvero di che pasta sono fatta,
che non è teatro, ma carne e sangue, e cuore aperto e coraggio e fragilità veri.
Ci vorrà tempo, lo so, perchè io capisca che ci sei davvero, vicino a me,
dopo che siamo stati vicini e la mia anima è sparsa senza limiti sul tuo corpo
e dentro alla mia consapevolezza di esistere.
Il mio aprirmi a te parte dall’anima e finisce nel corpo, e il vortice
che mi travolge è così intimo che mi spoglia dentro, mi rende vulnerabile
e pulsante, profondamente, nella mia essenza.
Dopo, come dopo una violenta tempesta d’amore, mi sento esausta non solo nel corpo,
nella pancia, nel piacere che mi annebbia i pensieri.
Ma nell’anima, che si ridesta, disorientata e senza pelle e guarda
con occhi spalancati cosa c’è intorno, quali mani, quali parole,
quali àncore mi possono riportare nella realtà, dolcemente, rassicurandomi.
Allora, magari senza muovermi, ma ti cerco con tutta me stessa,
nel silenzio improvviso.
E’ importantissimo trovarti, in quel momento, sapere che è vero,
che ci sei, che sei tu, che mi riconosci, che mi accogli,
che ti accorgi di chi sono, dentro.

Oggi ho un buon odore

Oggi ho un buon odore.
E' odore di me, non sa di sapone nè di deodorante nè di dopobarba.
Certi giorni mi piace il mio odore. Mi rilassa.
Non ho neanche fatto la barba.
Dal balcone al sole caldo di questa domenica solitaria, di figli già in viaggio
e di figlie dalle amiche, mi vedevo riflesso nel vetro della camera.
Stranamente oggi sono bello.
Vado avanti e indietro dal balcone alla camera.
Sarebbe bello essere nel bosco, a margine di radure di cespugli di mirtilli,
e sentire scricchiolii ad ogni passo.
Il margine del bosco è dietro casa, a meno di cinquanta metri.
Mi sento troppo pigro. Ci vado brevemente con il pensiero.
Cazzo. Non riesco a gioire delle cose da solo. Ho bisogno di condividerle.
Non credo che la spiegazione psicologica sia positiva, però.
Penso che questa domenica, per te, sia una domenica di con il tuo lui che è tornato.
Occhio che non sto indagando. Affatto. Capito?
E' bello così. Le sensazioni che abbiamo devono per forza essere giuste?
Non faccio previsioni del tempo.
I miei figli hanno creduto per anni che io fossi un vero mago.
Il giochetto consisteva nel far sparire una monetina.
Poi, nelle serate di pizza fatta a casa, ne nascondevo una
sotto ad un pezzetto di prosciutto, prima di infornare.
Con la pizza fumante nel piatto, facevo sparire l'altra monetina.
Che magicamente ricompariva, alternativamente, nel piatto di Iaia o di Raffa.
Con stupore immutato, ogni volta, uno spasso.
La delusione di Iaia, qualche anno fa, quando ho confessato il trucco, è stata grande.
Come scoprire che Gesù Bambino non esiste.
Con Liane ci son state, fra le mille altre, discussioni fra punti di vista
inconciliabili al riguardo.
Lei trovava grottesco che i miei figli, il più grande già alle medie,
forse in prima -non ricordo- non sapessero che i regali a Natale
li fanno mamma e papà. Io invece penso, tuttora,
che la magia della fanciullezza vada lasciata intatta fin che si può.
E magari conservarne lo stupore anche da grandi, potendo.
Lo stupore è ciò che mi lega alle cose che scrivi e che dici.
La canzoncina di oggi è del 1965. Pensavo al tuo amore travagliato,
un pò finito un pò no. E a ruoli invertiti, cantata da te, per lui.
E' una delle mie preferite in assoluto.
Il sole è sceso dietro alla Cima Bagni. E' ora di chiudere la finestra.

Cinismo

No, non farebbe bene anche a me chiedere
scusa. Mi fai rabbia. Non so perche',
ma mi fai rabbia, stamattina.
Mi viene quasi da essere cattiva.
Non capisco l'effetto delle tue eterne parole,
che sembrano non finire mai.
Sei altalenante e dici di no, a voce.
Sei un amico e dici di no.
Sei un corteggiatore, e dici di no.
Ti lanci in parole notturne, e poi le sminiuisci,
il giorno dopo.
Sei distaccato e calmo e poi no, lo sento,
negli squilli del telefono.
Ok, hai fame di tenerezze e di condivisioni.
Si, credo ai segni. Credo a quello che sento
nell'aria. Sento che mi hai idealizzato.
Sento che hai talmente tanta voglia
di una storia bella e calda che la cerchi come
un gatto nella notte, con le pupille dilatate.
Penso anche che ti ribelli sempre a quello
che ti dico.
Dici che sei d'accordo, spesso, ma ti ribelli comunque.
Come se quello che dicessi desse qualche regola
in più alla vita.
E poi ti attrae e ti irrita la mia fermezza,
certe volte.
Penso ancora che tu sia pericoloso,
come ti ho scritto un mese fa.
Perche'non sai neanche tu cosa vuoi,
o da chi,e sento sotto la pelle,
come invisibili fiumiciattoli sotterranei
della rabbia anche in te. Davvero.

Io ho una casa piccola, mi piace ma è piccola.
Sul corridoio, entrando a destra,
c'e' un vetro lungo tre metri e alto uno,
incastrato nel muro maestro.
Una specie di vetro d'acquario. Sotto a questa
lunga finestra muta ho messo un tavolo
vecchio di legno. Sopra ci sono cavi, due monitor,
le casse, l'agenda, qualche stecco
per raccogliere i capelli, un termometro che
nessuno hai messo a posto, una molletta rosa
luccicante, uno scontrino. Dall'altra parte del vetro,
c'e' la mia terrazza, una piccola giungla,
oltre la quale un'altra striscia orizzontale
si appoggia alla vista. Il mare. Il mare, intero,
lungo, grigio. Quando sono seduta qui, che scrivo
o disegno, c'e' uno spazio tra i due monitor,
di fronte al mio viso. Appoggiato al muro al tavolo,
li' dietro, c'e' uno specchio antico, stretto e lungo,
avrà cent'anni. Senza cornice, con i bordi tutti a bozze.
L'ho usato per una delle mie "cose creative".
Ci ho stampato sopra, con delle vecchie
lettere di legno di venti centimetri, rubate ad una
tipografia che diventava teconologica e il legno lo buttava.
Le lettere sono una addosso all'altra,
con inchiostro nero, irregolari e sbandate.
C'e' scritto, lungo tutto il bordo vecchio,
a u t o r i t r a t t o.
Cosi' io mi vedo, tra uno schermo e l'altro,
venti centimetri quadrati,
sullo specchio "autoritratto".

Vedo una donna che non e' piu' una ragazza.
Ha due rughe intorno alla bocca che si dice
vengano perche' uno ride tanto.
Non ne sono sicura.
Vedo che ha gli occhiali rosa, quando lavora
al computer, rosa confetto.
Comprati un giorno che avevo proprio bisogno
di vedere le cose con altri colori.
E' pallida, quando non e' estate.
Non e' neanche un po, bella.
Oggi che fa freddo in casa ha un golfone
gigantesco color mou, e' brutto davvero,
ma tanto nessuno mi vede, e tiene caldo.

Non mi farebbe bene essere bacchettata.
Io cerco di darmi da fare nella vita e
di scegliere le priorità, continuamente.
Piango sempre, si, spesso. Certe volte
ho un motivo vero, lancinante,
altre devono solo venire le mestruazioni,
altre mi sento sola,
altre sono solo tanto tanto stanca.
Ho tanti desideri e me li metto via,
devo fare altro.
Ti ho scritto o detto non ricordo piu'.
Che devo stare attenta a non confondere
emozioni e bisogni.
Perche' se fossi piu' sciocca o piu indietro
nella mia evoluzione personale,
e confondessi le cose con leggerezza,
tu saresti già stato qui,
e credimi, forse non solo a tavola.
So essere terribile, quando soffro.
Mi sento armata, anche se non ho armi di metallo.

Perche dico questo? perche' si, perche'
non ho motivi per non dirlo.
Perche' ondeggio tra nervosismi e fanculi
a tutti e tenerezze e bisogni di abbracci.
L'ho detto anche a Marcello, l'altro ieri.
Lui ha ritrovato un po di calma e positività
e ogni tanto mi chiama.
Mi ha detto che ha voglia di vedermi,
anch'io ne avrei voglia, non mi fa paura.
Lui, invece, ha un po paura di come si sentirebbe dopo.
Io l'ho rassicurato,
gli ho detto, ma no, non devi, ci vediamo rideremo
e chiacchereremo.
Non c'e' niente da temere.

Invece sai qual'e' al verità?
che fa bene ad avere paura.
E da una parte dentro al cuore sento una tenerezza profonda
per un uomo che a 46 anni dice le cose cosi semplicemente e grandemente,
e dall'altra sento una velo di cinismo
che non voglio, davvero.
Ma c'è. C'e' e lo sento. E mi dice ma dai bimba,
ognuno pensa a se,
tu pensa solo a stare bene, un minuto,
un'ora, un giorno,
nessuno pensa a te e tu pensaci da sola.
E non importa se lo senti fragile verso di te.
Non importa se poi traballerà,
è grande per pensarci da solo.

Cosi' e'.
Non so perche' hai mandato a me il messaggio
destinato alla bella analizzatrice
di organi. Cosa vuoi che ne sappia.
Spero che vi vediate ancora, spero che sia dolce
e carina con te. Io non lo sono. Lo so che non lo sono.
Certe volte mi dico che non conosci
la parte di me dolce, che strano. E tante altre parti.
E poi sei un soldato.
E poi io sono io quella pericolosa,
non l'hai ancora capito?
non lo vedi?

L'altro giorno ho pensato. Se da un giorno
all'altro si innamora di una donna
ed e' corrisposto e inizia una bella storia
di quelle da canzone,
chissà se io scompaio. E se Marcello ritrova
la sua ex, accogliente e paziente,
chissà se avrà ancora paura di me.
E poi mi sono chiesta, e se io, mi sciolgo
nelle braccia di qualcuno e mi innamoro, davvero,
inizio una storia di quelle da canzone,
chissà come mi comporterei con te e con lui.

Non ho risposte, come sempre. Anch'io, tante domande.
Ma non so neanche se le voglio, le risposte.
Umore grigio. Lavorando mi anestetizzo.

Forse un giorno tornerà fuori la donna che crede.
Lo so che lo sperano tutti.
Ciao.

Primo dell'anno

Ho aspettato senza saperlo, questo momento.
Questo è un momento f e r m o.
Sono seduta sul divano e cerco di respirare con calma,
lentamente, per dar modo alle onde di ansia di appoggiarsi
piano sul terreno,come grossi fiocchi che toccando la terra
tiepida si sciolgono sparendo. Sento il lontananza una
sirena, sarà qualcuno che corre a salvare qualcun altro
in qualche luogo, ma è così lontana e flebile che forse
non esiste. Forse è solo un mio sotterraneo desiderio,
che qualcuno mi venga a salvare, in qualche luogo.
I miei ragazzi sono via, le feste sono terminate,
i fili dell'anno sono tirati in un piccolo nodo,
dovrebbe significare qualcosa, in questo momento mi sembra
solo un piccolo nodo di filo da cucire.
Non ho la sensazione di un inizio. Ho i nervi del collo
tesi, stamattina ho preso una pastiglia di quelle che
non prendevo da tanto. Tu sai quali. Quelle di cui ho
paura quasi a parlarne. Così il mio collo si tende un po',
la nuca è leggermente più irrigidita. Mi sembra che sia
stato necessario stamattina, perchè il soldatino aveva
bisognodi un bastone in più, per rimanere dritto e
resistere alle sferzate del vento.
Quanto ti ho trattato male. Mi dispiace, lo so che lo sai.
Ma ad un certo punto ho sentito una bambina dentro di me
che non voleva neanche piùascoltare, si tappava le orecchie
e faceva bla bla blaaaa fortissimo. Volevo spazzare via
tutto e tutti. Volevo silenzio e accucciarmi a lasciar
passare sopra di me il tempo e il freddo.
So che sei un uomo che capisce. So che sei felice ora.
E io lo sono per te.L'uomo che sembrava volermi a tutti
i costi, che sembrava disposto a tutto per riavermi,
ha ancora paura. Paura di catene, paura di non poter
avere altre donne,paura di dover dimostrarmi ogni giorno
le parole che ancora non escono dalla sua bocca.
Ma non importa, non è per questo che ti scrivo, oggi.
Strappo con le dita aperte dal panettone i pezzi di
canditi rimasti,quando nessuno mi vede faccio quello che
dico ai bambini di non fare. L'albero davanti a me cerca
disperatamente di far vedere un po le sue lucine,
ma il sole tagliente gli batte proprio addosso.
E con il sole non si può vincere.
Volevo solo dirti ciao, mentre scrivo a qualcuno
che non c'è mai stato eppure c'è ancora.
Buon anno amico mio.

Lui chi chat?

Mi sono chiesta perche' ti ho scritto visto che non scrivo
quasi mai, intendo qui dentro.
Mi limito ad entrare, guardo chi mi ha guardato, leggo le
mail, poi cominciano a chiamarmi in chat e a spalmarmi di
frasi dette e ridette, banalità pseudo romantiche o proposte
pornografiche.
Ogni tanto_ ma tanto tanto_ un uomo mi scrive parole vere,
"normali".
Altre rare volte_ma rarissime_ un uomo mi colpisce per un
suo punto di vista.

Poi talvolta c'e' qualcuno che e' molto bello. Di solito e'
surfista o e' troppo giovane.
Li guardo e passo oltre, anche se gli occhi sorridono.

Stamattina ho guardato il tuo profilo virtuale, e
soprattutto, il messaggio che hai scritto qui. Ieri non
l'avevo fatto.
Allora ho capito perche' e a chi ho risposto.

Ho risposto ad un uomo intelligente e raffinato nei
pensieri. Asciutto nelle parole, ma con un'"esattezza" (di
termini) che mi ha davvero colpito.

Non supporre che ti scriverò di nuovo. Questo è un lusso di ora.
Amo dire e permettermi di essere
esattamente quella che sono, e spesso non me lo permetto.

Il Passo E L'incanto


Di certi posti guardo soltanto il mare
il mare scuro che non si scandaglia
il mare e la terra che prima o poi ci piglia
e lascio la strada agli altri, lascio l'andare
e agli altri un parlare che non mi assomiglia

ma sono già stato qui
in qualche altro incanto
sono già stato qui
mi riconosco il passo

il passo di chi è partito per non ritornare
e si guarda i piedi e la strada bianca
la strada e i piedi che tanto il resto manca
e dietro neanche un saluto da dimenticare
dietro soltanto il cielo agli occhi e basta

e sono già stato qui
forse in qualche altro incanto
sono già stato qui
e misuravo il passo

ch'è meglio non far rumore quando si arriva
forestieri al caso di un'altra sponda
stranieri al chiuso di un'altra sponda
dal mare che ti rovescia come una deriva
dal mare severo che si pulisce l'onda

e sono venuto qui
tornando sul mio passo
sono venuto qui
a ritrovar l'incanto

l'incanto in quegli occhi neri di sabbia e sale
occhi negati alla paura e al pianto
occhi dischiusi come per me soltanto
rifugio al delirio freddo dell'attraversare
occhi che ancora mi sento accanto

ci siamo perduti qui
rubati dall'incanto
ci siamo divisi qui
e non ritrovo il passo

di certi posti guardo soltanto il mare
il mare scuro che non si scandaglia
il mare e la terra che prima o poi ci piglia
e lascio la strada agli altri, lascio l'andare
e agli altri un parlare che non mi assomiglia
questo parlare che non mi assomiglia

Gianmaria Testa

7 marzo 2008

altri steps

21. Sono una scarpedipendente.
22. Per fare un lavoro, devo averne altri tre o quattro da iniziare, così li cominicio tutti e poi li mando avanti, un pochino per ciascuno, saltellando come una cavalletta compulsiva.
23. Periodicamente sposto i mobili della mia casa, cambio funzioni agli oggetti, colori agli ambienti, atmosfera dove abito.

6 marzo 2008

Treviso

Non che Treviso sia una meta di vacanze o meriti una guida turistica, ma per gli ignari è comunque il caso di sapere alcune cose che visto con i miei occhi. Tipo le donne trevisane. Vi prego, donne trevisane, non conosco nessuna di voi, non odiatemi dai vostri stivali portati in agosto con i bermudini firmati. Io dico cosa ho visto, passeggiando in bici per le belle stradine. Cercavo di correre dietro a XY (di cui non farò il nome per non svergognarlo, a non so neanche il perchè) con la bici per l’ennesima volta. Del resto, se vivi lì, cosa cavolo puoi fare se non un giretto in bici, uno spritzetto, un giretto a piedi a far vedere la mercanzia? E’ un pò tutto piccolino a Treviso, stradine, ristorantini, canalini, mulini, paninetti dal Biffi con la porchetta, biciclettine. Le uniche cose grandi sono gli occhialoni da saldatore e i metri quadrati di pellicce che girano d’inverno. E poi tutti c’hanno la familiare. Forse sono tutti agenti di commercio. O forse si portano tutti figli in gita. Chennesò.
Per il resto, le donne sono abbastanza belle. Cioè, belle... diciamo curate, va. Niente a che vedere con certe calabresi da urlo, ma insomma si danno da fare un casino le trevisane, così si premia anche la fatica. E poi, a parte le fatine commesse (io loro le adoro, di qualsiasi nazione siano, vorrei rinascere commessa), molte nel centro avevano l’aria da marito con l’aziendina (piccolina) “e io invece sto dietro ai figli, sai finchè sono piccoli, non possono comperarsi giubbini norh face da soli, nè andare alla scherma, nè al shiatzi zu zu (mica esiste). Hanno bisogno di una mammina appena uscita dall’estetista quotidiano, con i capelli nè mori mori, nè biondi biondi che se no ci si accorge che sono tinti. No no, è molto meglio qualche striatura dorata qui e qualcuna dorata chiara lì e qualcun altra color albicocca di tre giorni laggiù, si, si, molto meglio. Così sembra che sia naturale. Sta meglio con l’abbronzatura finta (è ovvio, un trevisano onesto è pallido finchè non va a Jesolo, un trevisano disonesto <ce n’è parecchi, credetemi> si fa le lampade e si veste sportivo, così sembra sia sceso dalla barchetta. Tutto fa brodo) il labbro un pò paresato dal botulino in prova, le strisce di colore sul collo, e i quintali di oro sulle mani. E beate quelle che i figli ce l’hanno, perchè se passi la quarantina, Treviso mica è Manhattan, gli uomini sono un pò sempre gli stessi, e se non ti accontenti di finire sui divani delle feste degli amici gay, ti devi dare da fare a prendere uno di quelli delle altre, tanto si sa, un pò di fatica mordi e fuggi, a con un po’ di impegno ti porti il business a casa. Per non parlare poi della categoria: donna/trevisana/oltre la quarantina/figliadipapà/che non lavora per vivere: beh, lì sfioriamo le vette dell'inimmaginabile. Mentre noi povere mortali ci facciamo in tre/quattro/otto (a seconda deola quantità di mariti, figli e genitori pensionati) loro, loro affrontano la mattina in palestra e sudano, mamma mia quanto sudano, per arrivare a sera.
Il mio ex trevisano mi ha detto un giorno (vi risparmio i commenti sessuali perchè vi voglio bene) non è colpa mica di chi è ricco, essere, appunto ricco. Povero cuore TV... certo che non è un peccato mortale. Ma perchè, mi chiedo, non utilizzare una vita agiata per fare qualcosa di un pò più concreto e socialmente utile che saltellare sullo step e fare l'amante con il bicipite d'acciaio?( a cosa serve poi a una 45 enne, un bicipite destro di marmo?)
In compenso per chi ha tanti soldi a Treviso si compra nei negozi chic che è una meraviglia e si mangia bene proprio bene, accidenti. Un chè di borghese falso che ti attanaglia la gola e ti impedisce di inghiottire bene, però la pasta e fagioli con il radicchio è una bontà.
Da portarci gli amici a cena, a patto però di riuscire ad uscirci a fine serata.