29 maggio 2010

PERCHE' L'AMORE E' COSI' DOLOROSO ?


(da OSHO)
L'amore è doloroso perché apre la strada all'estasi. L'amore è doloroso perché trasforma: l'amore è cambiamento. Qualsiasi trasformazione è dolorosa perché occorre lasciare il vecchio per il nuovo. Il vecchio è familiare, sicuro; il nuovo è assolutamente sconosciuto. Ti muoverai in un oceano mai esplorato. Non puoi usare la mente con il nuovo come facevi con il vecchio; la mente è molto abile, ma può funzionare con il vecchio, non con il nuovo: ora è assolutamente inutile.

Per questa ragione nasce la paura; quando lasci il vecchio mondo - confortevole, sicuro - nasce il dolore. È lo stesso dolore che prova il bambino quando esce dal ventre della madre. È lo stesso dolore che prova il pulcino quando esce dall'uovo. È lo stesso dolore che prova l'uccellino quando prova a volare per la prima volta.
La paura dell'ignoto, l'insicurezza dell'ignoto, la sua imprevedibilità, ti spaventano moltissimo.
Dato che la trasformazione sarà dall'essere verso uno stato di non-essere, l'agonia è profondissima. Ma non si può avere l'estasi senza passare per l'agonia. Per purificare l'oro, esso deve passare attraverso il fuoco.
L'amore è fuoco.
È proprio a causa del dolore che l'amore procura, che milioni di persone vivono una vita senza amore. Anche loro soffrono, ma la loro è una sofferenza inutile. Soffrire per amore non è soffrire invano. Soffrire per amore è creativo: ti porta a livelli più alti di consapevolezza. Soffrire senza amore è un totale spreco, non ti porta da nessuna parte: continui a muoverti lungo il medesimo circolo vizioso.
L'uomo senza amore è narcisista, è chiuso. Conosce solo se stesso. Ma quanto può conoscere se stesso se non ha conosciuto l'altro? Solo l'altro può essere per lui uno specchio. Non conoscerai mai te stesso se non conosci l'altro. L'amore è fondamentale anche per la conoscenza di sé. La persona che non ha conosciuto l'altro in un rapporto profondo di amore, di intensa passione, di totale estasi, non potrà nemmeno sapere chi è, perché non avrà uno specchio in cui osservare la sua immagine.
La relazione è uno specchio e, più l'amore è puro, migliore e più nitido sarà lo specchio. Ma l'amore più alto richiede che tu sia aperto. Richiede che tu sia vulnerabile. Devi lasciar andare la tua armatura, ed è doloroso. Non devi stare sempre in guardia, devi abbandonare la mente e i suoi calcoli. Devi rischiare, devi vivere pericolosamente. L'altro può ferirti - è per questo che hai paura di essere vulnerabile. L'altro può rifiutarti - è per questo che hai paura dell'amore.
Il riflesso del tuo essere che scopri nell'altro potrebbe essere brutto - questa è la tua ansietà. Evita lo specchio. Ma non è che evitando lo specchio diventerai bello. Evitando la situazione, non puoi crescere. È necessario accettare la sfida.

mettersi è un inizio

§ Mi metto a caccia di streghe
per cucinare con loro.

+ Mi metto a caccia di chiodi
per scacciarne altri.

* Mi metto a caccia di lupi
per unirmi al branco.

& Mi metto a impastare il pane
nuovo, per mettere le mani
in qualcosa di morbido.

¿ Mi metto in ginocchio
per cercare qualcuno da pregare.

£ Mi metto nuda
per riprendermi la pelle.

@ Mi metto di fronte a te
perchè non so stare di dietro.

. Mi metto in piedi,
non so se è il momento.

10 maggio 2010

Marco Paolini - Bisogna ( Pellagra via sms)











Sono a Montebelluna
, cuore della Padania "verde" (non per l'erba dei campi), al palazzetto dello sport il nuovo spettacolo di Marco Paolini. L'ho seguito più volte dal vivo, Il Bestiario veneto che ha portato al Politeama Rossetti di Trieste, e anche il Vajont, ricordo mi colpì molto.
Oggi assisto al recital BISOGNA (la pellagra via sms). Recital che, leggo nei manifesti, è parte degli eventi in programma per il Festival delle Città Impresa: www.festivaldellecittaimpresa.it

Prima dello spettacolo, mi dicono, Marco Paolini mangia un toast al bar del palazzetto con chi attende di ascoltarlo, con una normalità spiazzante. Io nel frattempo non sono ancora arrivata, perchè mi sono letteralmente persa tra Signoressa, Preganziol, mega stabilimenti Geox e Nordica, distese infinite di campicelli sempre più piccoli e capannoni sempre più grandi. Alla fine cerco qualcuno che cammini, un passante qualsiasi al quale chiedere informazioni. Nessuno. Nessuno per un quarto d'ora alle sette di sera.
Ma i veneti in bicicletta, dove sono finiti?

La risposta me la dà Marco Paolini, che in tutto il suo recital parla esattamente di questo nuovo panorama veneto. Primo veneto, secondo veneto, e anche il nuovo, "terso" veneto (la "s", dice, rende molto meglio che la "z" di terzo, che richiama Terzo Reich!) . Si, e del fiorire continuo non di girasoli, ma di rotonde (stradali), che sostituiscono qualsiasi incrocio sul territorio padano... Ed è vero!! -mi dico mentre ascolto questo grande attore - non ne ho mai viste tante di rotonde come in questo tragitto Trieste-Montebelluna (o meglio, da Venezia in su, lì sì, che si comincia a girare, perchè noi di Trieste, con l'anima austroungarica concepiamo solo strade perpendicolari).

Il suo spettacolo continua in solitaria, luce su di lui, una sedia, un leggìo, nulla più per chi come lui ha una voce che incanta e una cadenza che culla. 30 milioni di biciclette, ci dice, sono nelle cantine degli italiani. "Una massa critica!" e poi senza pudore, nomi e cognomi, di sindaci, paesetti, assessori, mescolati ad un racconto del "suo" veneto che è una fotografia davvero nitida di quello che percepisco io, non indigena, nel guardare e raggiungere questa ricca terra.

Due ore di spettacolo, un monologo incredibilmente denso e che ti fa stare concentrato, ma non manca di farti ridere e annuire, su certi assurdi perchè di noi uomini del terzo (o meglio "terso" millennio).

Quando le luci si spengono, un inchino, ancora una battuta, un sorriso, e via, lentamente in camerino.

Amici comuni mi permettono di trotterellare fin lì, dietro le spalle degli uomini della sicurezza. Non trovo "star", in quella stanza. Un uomo con gli occhi stanchi, di quella stanchezza azzurra soddisfatta e sorniona di chi il suo mestiere lo maneggia con padronanza, una mano in tasca, la spalla allo stupite della porta, per le strette di mano e i complimenti che arrivano. Questa è Alessandra, quella che era accucciata sotto al palco a fare qualche foto. Stretta di mano solida, "Piacere, Marco". Mi viene da dire, solo "Piacere, Alessandra...E grazie".

ph.Alessandra Spigai tutti i diritti riservati

5 maggio 2010

il suo viso è un gancio

Il suo viso è un gancio
che pesca emozioni a strascico

si trascina dietro orari, borse della spesa,
scale, agenda, bollettini postali, nuovi incontri

come un lenzuolo tirato da un angolo
nel corridoio
raccoglie il tempo e la polvere e i perchè.

IL SIGNORE NEL CUORE

Le era entrato nel cuore.

Passando dalla strada degli occhi e delle orecchie

le era entrato nel cuore.

E lì cosa faceva?

Stava.

Abitava il suo cuore come una casa.



(Vivian Lamarque)

4 maggio 2010

l'anima scritta



Se una donna fosse capace di fermarsi a guardare in fondo al cuore, vi scoprirebbe il sogno di veder rispettosamente riconosciuti e accettati i suoi talenti, le sue doti, i suoi limiti.

Per cominciare a guarire, dite la verità sulla vostra ferita, e così avrete una visione veritiera del rimedio cui ricorrere. Non buttate nel vuoto tanto per riempirlo, le cose più facili o disponibili. Adottate la medicina giusta. La riconoscerete, perchè rende la vita più forte e non più debole.

[è consolante trovare in un libro pensieri che ti sostengono e sembrano essere scritti leggendoti l'anima. Donne che corrono coi lupi, è la mia anima scritta]

1 maggio 2010

La loba

C'è una vecchia che vive in un luogo nascosto che tutti conoscono ma pochi hanno visto. Come nelle favole dell'Europa Orientale, pare in attesa di chi si è perduto, di vagabondi e cercatori.

E' circospetta, spesso pelosa, sempre grassa, e desidera evitare la compagina. Emette suoni più animaleschi che umani.
Dicono che viva tra putride scarpate di grsaanito nel terriotrio indiano di Tarahumara. Dicono sia sepolta alla periferia di Phoenis, cvicino a un pozzo. >Dicono sia stata vista in viaggio verso il Monte Alban su un carro bruciato, con il fienstrino posteriore aperto. Sta accanto alla starda poco distante a >El PAso, dicono; cavalca impugnando un fucile da caccia insieme ai coltivatori verso Morelia, Messico; l'hanno vista avviarsi al mercato di Oaxaca con strane fascine sulle spalle. Ha molti nomi: La Huersera. La Donna delle Ossa; La Trapera, LA Raccoglietrice, La Loba, La Lupa.

L'unica occupazioen della Lupa, è al raccolta delle ossa. Notoriamente raccoglie e conserva in particolare quelle che crorrono il pericolo di andare perdute per il mondo. La sua caverna è piena delle ossa più varie creature del deserto: il cervo, il crotalo, il corvo. Ma si dice che la sua specialità siano i lupi.

Striscia e setaccia le montagne e i letti prosciugati dei fiumi, alla ricerca di ossa di lupo, e quando ha riunito un intero scheletro, quando l'ultimo osso è al suo posto e la bella scultura bianca della creatura sta davanti a lei, allora siede accanto al fuoco e pensa a quale canzone cantare.

E quando è sicura, si leva sulla creatura, solleva su di lei le braccia, e prende a cantare. Allora le costole e le ossa delle gambe cominciano a ricoprirsi di carne e le creature si ricoprono di pelo. La Lupa canta ancora, e quasi tutte le creature tornano in vita, con la coda ispida e forte che si rizza.

E ancora La Loba canta ne il lupo comincia a respirare.
E ancora La Loba canta così profondamente che il fondo del deserto si scuote, e mentre lei canta il lupo apre gli occhi, balza in piedi e corre lontano, giù per il canyon.

In un momento della corsa, per la velocità della corsa medesima, o perchè finisce in un fiume, o perchè il raggio di sole o di luna lo colpisce alla scheina, il lupo è d'un tratto trasformato in un una donna che ride e corre libera verso l'orizzonte.

Così si dice che se vagate nel deserto, ed è quasi l'ora del tramonto, e vi siete un pò perduti, e siete stanchi, allora isete fortunati, perchè forse La Lupa può prendervi in simpatia e mostrarvi qualcosa - qualcosa dell'anima.

da Donne che corrono coi lupi - Clarissa Pinkola Estès