17 agosto 2010

la prima volta


La prima volta che mi sono innamorata ero in terza elementare. Lui era in seconda. Chissà perchè mi sono spesso piaciuti più giovani di me.
Lui aveva i capelli biondi e le sopracciglia che lateralmente andavano un pò in giù, rendendogli gli occhi malinconici. La sua classe era accanto alla mia e quando arrivava l'ora della ricreazione, in cui tutti noi ci riversavamo nel grande corridoio, tra panini al formaggino e risatine, mi sudavano le mani e mi batteva forte il cuore. Cercavo il suo sguardo un pò triste e appena lo incontravo, abbassavo subito gli occhi. Mi ricordo che non capivo quel rimbombo nel petto, non riuscivo ad associarlo al pensiero di lui, non sapevo che l'amore era forte emozione e mancanza di respiro. La mia amichetta era rimasta quasi incredula, che mi fossi innamorata di un bambino di seconda, come se fosse impossibile non guardare quelli di quinta.

Marco.

Allora, senza troppi dubbi, ne' più consultarmi con le amichette, di testa mia e quasi di nascosto, un pomeriggio avevo ritagliato un grande cuore da un foglio di mezzo del quaderno a quadretti. Un cuore alto come la pagina e con la piegatura centrale del quaderno che faceva in modo che si chiudesse a metà,
Un cuore di ali a quadretti.
Era l'unica cosa che mi veniva da fare, semplice e forte.
"Vorrei tanto essere la tua ragazza", avevo scritto con la penna rossa. Ma sotto, in piccolo, avevo aggiunto: "Sono in terza, sono l'unica con i capelli ricci".

Complice un suo amico più brutto e più sveglio, come spesso accade, ero riuscita a infilare nella tasca della giacchetta di panno di Marco, il mio cuore.

Ricordo che lo sforzo emotivo di quel gesto era stato così forte, che senza accorgermene non consideravo necessaria una risposta. La dichiarazione era già stata un traguardo, per me. Ero provata e sorridente, come dopo l'amore.

Invece, 3 giorni dopo, nella solita ricreazione chiassosa, avevo visto Marco che avanzava spedito verso la mia classe. Camminava veloce, dal fondo del corridoio, con un sorriso timidissimo e i suoi occhi all'ingiù che adoravo.
Era arrivato da me già tendendo il braccio in avanti, come si fosse preparato la scena, e porgendomi una lettera.

"Mi piacerebbe molto che tu fossi la mia ragazza, ma sono troppo piccolo e i miei amici mi prenderebbero in giro. Marco". E lì vicino c'era disegnato, un cuoricino a penna blu.

Il mio cuore batteva così forte. Era gioia, agitazione, il piccolo primo amore.
Ricordo che la risposta negativa non mi era sembrata tale, anzi. Ero contentissima che mi avesse risposto. Mi immaginavo che fosse stato il pomeriggio prima a scegliere una busta, a scrivere in cameretta una cosa giusta, carina e dolce, magari aiutato dalla mamma. Mi immaginavo il coraggio di attraversare il corridoio, coraggio tutto dedicato a me.
Non sapevo neanche cosa poteva accadere se Marco avesse detto si. Non ne avevo idea. Era lo slancio d'amore ideale ritagliato nel cuore di carta, che racchiudeva tutto, allora.

Così, non l'ho vissuto come un rifiuto. Ma come un amore. Come il riconoscere un amore. Come il coraggio di affrontarlo.
Quegli occhi all'ingiù, dopo tanti anni, sono cambiati, ma sono sempre loro. Li ho trovati quasi per caso su Facebook, addosso a un uomo biondo che nulla ha più di quel bimbo pallido. Quell'uomo è tra i centinaia di contatti che ho, confuso tra tutti senza saperlo. E ad ogni aggiornamento di status, ogni volta che li rivedo, non posso fare a meno di sorridere, pensando al mio primo cuore con le ali di carta.

5 agosto 2010

mantra di un maestro

Il maestro in questione è Chico De Luigi.

io sono un piatto vuoto

Io sono un piatto vuoto

nè una briciola unta o un’oliva

appare lì per la sua forma

sul tavolo nodoso io sto lì


luccico di portate da venire

rifletto nell’orlatura i pasti andati

e rivelo le luci di finestre aperte

mi intrattengo aperta senza fame

mentre passi e ripassi la punta del dito

su una curva sbeccata.

4 agosto 2010

Sii dolce con me





Sii dolce con me. Sii gentile.

E’ breve il tempo che resta. Poi

saremo scie luminosissime.

E quanta nostalgia avremo

dell’umano. Come ora ne

abbiamo dell’infinità.

Ma non avremo le mani. Non potremo

fare carezze con le mani.

E nemmeno guance da sfiorare

leggere.

Una nostalgia d’imperfetto

ci gonfierà i fotoni lucenti.

Sii dolce con me.

Maneggiami con cura.

Abbi la cautela dei cristalli

con me e anche con te.

Quello che siamo

è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei

e affettivo e fragile. La vita ha bisogno

di un corpo per essere e tu sii dolce

con ogni corpo. Tocca leggermente

leggermente poggia il tuo piede

e abbi cura

di ogni meccanismo di volo

di ogni guizzo e volteggio

e maturazione e radice

e scorrere d’acqua e scatto

e becchettio e schiudersi o

svanire di foglie

fino al fenomeno

della fioritura,

fino al pezzo di carne sulla tavola

che è corpo mangiabile

per il mio ardore d’essere qui.

Ringraziamo. Ogni tanto.

Sia placido questo nostro esserci –

questo essere corpi scelti

per l’incastro dei compagni

d’amore.

Da “Mio vero” di Mariangela Gualtieri

Punti di partenza

Ieri ho trascinato a casa dei miei genitori una scatolona pesante e delicata, con la gioia di un gatto che porta ai padroni il topo che ha cacciato.
Appoggiato il bottino sul marmo della cucina, l'ho guardato soddisfatta, emozionata, con un sorriso un pò ebete di chi stranamente non ha parole da aggiungere alla gioia.

La mia caccia consisteva in una Nikon D90 (kit con ottica da 18/105 VR).

"Il punto di partenza" ho saputo dire "da ora si fa sul serio".

I miei anziani genitori, che non percepivano forse le sfumature di piacere che avevo nel descrivere come "stabilizzato" l'obbiettivo, mi guardavano invece con tenerezza mista a orgoglio.
No, niente a che vedere con l'orgoglio di un traguardo raggiunto, anzi. Era invece orgoglio di vedere la propria figlia strampalata di 42 anni, emozionarsi ed entusiasmarsi per un altro punto di partenza.

Come la bambina di 12 anni che al momento della prima mestruazione, scoperta in una pausa pipì di un normale pranzo familiare del mercoledì, ha gridato, traboccante di gioiosa ingenuità, :"Papàaaa, mammaaaa, sono una donna!" correndo in cucina a saltelli con le mutandine al ginocchio, affinchè tutti testimoniassero il felice evento.
Un punto di partenza.

O come la ragazzina di tre anni più tardi, che tornando a casa da un solito pomeriggio con gli amici in centro, con un nuovo luccichìo negli occhi però, seguiva come un cagnetto sua madre per il corridoio, per poterle poi dire, sottovoce, ammiccando con complicità "ehm... mi ha baciata. Maaaa con la linguaaa!".
Un punto di partenza.

Di punti di partenza ne ho vissuti molti, importanti e meno, trasferimenti di città, cambi di vita, procreazione, famiglie, malattie, nuovi mestieri, nuove passioni. Quasi tutti accompagnati da coraggio, incoscienza, energia. Molti arenati, molti proseguiti, alcuni abbandonati.

Questo mio punto di partenza, verso la fotografia in senso professionale, accompagnato dalla Nikon nuova di zecca, è solo l'ultimo della fila.
Naturalmente, per ora.