13 dicembre 2013

12 dicembre 2013

Le cose non finite [ esorcismi ]

"Sei in sintonia con le cose non finite".
Questo mi ha detto all'orecchio oggi la Scultura.

La velocità impetuosa con la quale improvvisamente mi scaglio sulla creta, insofferente alla lentezza delle mie dita, e intollerante verso la resistenza della materia, mi stupisce ogni volta.
Ho fretta. Come un amante appassionato che ha pochi minuti per godere del suo amore, e strappa le vesti, armeggia ansimando con bottoni e camicette. Ho fretta di non so cosa, tocco, giro, premo, uso polpastrelli, attrezzi improvvisati che trovo lì vicino, il palmo delle mani, le nocche del pugno chiuso. Come se una visione fugace di ciò che posso fare e devo fare passasse a mò di meteora d'ispirazione. Corro. Ansimo.

E poi, d'un tratto, mi fermo.
Non ho finito, non ho mai finito quando mi fermo.
Non provo soddisfazione, non è finito il tempo, non vengo interrotta. Mi fermo e basta. E questa sospensione dà un senso al vortice di azione precedente. Un pianista che nel trillo finale solleva le mani. Vuoto. Silenzio.
Certo riprenderò, ma dopo la tregua. Il giorno dopo, o non so quando, continuerò da quel punto. Senza sperò ritrovare più la smarrimento di quella fame iniziale, l'ingordigia di quel momento.
Ho letto recentemente su un blog d'arte un'intervista ad Alfredo Pirri , in cui dice:
"Sai cosa faccio tutti i giorni e non solo per quanto riguarda le mie opere ma tutto? E in particolare per il mio lavoro? Smetto di lavorare solo quando sono certo che se morissi all’improvviso quel lavoro si potrebbe considerare finito. Perché penso sempre a quello che dici e siccome io stesso mi ritengo spettatore dei miei lavori mentre li faccio, penso, che se morissi all’improvviso quella cosa comunque dovrebbe essere completa".
Ho riflettuto a lungo su questa visione del lavoro artistico in corso. E ho capito che io mi muovo al contrario. Non finisco le cose. Apposta. Le affronto a corna spiegate, e poi sospendo. Una danza sincopata, in cui l'immersione dura un tempo, la sospensione segue meticolosamente.
Per anni ho scambiato questo mio aspetto per inconcludenza.
Adesso che l'arte mi permette di accettarmi senza pregi e senza difetti, ma solo con sfaccettature propedeutiche all'azione artistica, comprendo che la mia attrazione verso la non fine delle cose, è una necessità profonda. Un bisogno forse scaramantico che si trasforma in tregua - aggancio - con il proseguimento, cioè il domani.
Come se sospendendo il lavoro volontariamente e quasi di sorpresa per la me stessa razionale, impedissi la celebrazione di un traguardo, di conseguenza la giustificazione di un arrivo, il termine di un passaggio. Forse è un anti rito che in me esorcizza la fine, e la paura del conseguente vuoto.




20 novembre 2013

Arte a rate, rate ad arte

Da anni ci hanno abituati a comprare a rate. Quello che per i nostri genitori non ci si poteva permettere e non si aveva, ora tutti ce lo permettiamo. Case e spese mediche ci fanno rivolgere alla banca. Ma se sono beni "superflui" i cosiddetti "beni di lusso", via alle rate senza batter ciglio.
Così si possiede subito, si paga negli anni.
Tv giganti, automobili altrimenti non avvicinabili, viaggi esotici, scarpe mozzafiato, materassi molleggiati. Siamo sicuri che gli oggetti che vogliamo, ne valgano la pena? Ci riempiono la casa, e lentamentissimamente ci svuotano le tasche. A questa valvola fissa di erogazione denaro ci siamo abituati.

Mi chiedo: e perché non per l'arte?
Perché comprare arte è mentalmente associato ad un privilegio per pochi? Perché per comprare arte ci suona strano pagare a rate? Eppure un quadro che ci scalda il cuore ogni volta che ci passiamo davanti, è un bene immenso, quotidiano. Arricchisce la vita di emozioni. Quotidiane.
Invece non accade di frequente.
La percezione di chi frequenta gallerie e mercati dell'arte è divisa in due. Chi sa che più o meno qualcosa che lo farà emozionare lo potrebbe acquistare (pochi). Chi sa che qualsiasi cosa vedrà e di cui si innamorerà, non potrà permetterselo (moltissimi).
La crisi del mercato dell'arte è soprattutto nelle fasce di prezzo medio, ho letto. I ricchissimi ci sono sempre, lo sappiamo bene. Sono i benestanti che lo sono diventati meno, chi non tagliava gli extra, ora li taglia. Lo sappiamo bene.

Allora mi chiedo. Visto che l'arte è motivo di gioia, spirito che s'innalza, godimento dell'anima e conseguentemente vita che migliora. Visto che facciamo rate per scemenze da passeggio fashion o per improbabili attrezzi ginnici da chiudere in cantina, che ci uniformano ai più (i primi) e ci deprimono di sensi di colpa  (i secondi), perché non dedicare qualche rata all'arte?

Voi, amanti dell'arte, cosa ci sarà mai di male a chiedere: posso pagare un po' per volta? Vi portate a casa arte, dal mattino seguente ve ne rallegrerete, e inizierete a far parte di qualcosa di grande. Non abbiate timore! siamo tutti uguali (per certi versi) chi fa, chi vende, chi compra. E' poco elegante parlare di soldi? E' poco "artistico" mercanteggiare?
E quanto poco artistico è, dover rinunciare con nonchalance ad accarezzare per sempre con le dita una curva plastica ci ha rapiti, o con gli occhi una sfumatura che ci ha abbagliati?

E voi, galleristi, mercanti, curatori di ogni sorta, perché non incoraggiate tale pratica? Se vedete negli occhi di una persona la luce dell'amore per il pezzo d'arte che gli si pone davanti (non che sia facile!) perché non rompere il ghiaccio e proporre una comoda rateazione da gentiluomini?
E' forse sminuire l'opera? è forse notizia da sbandierare? Perché non dare una mano a sgretolare il tabù del parlare di soldi?

In un mondo ideale il denaro non ci sarebbe, l'arte, l'amore, il cibo, la natura, sarebbero alla portata di tutti in abbondanza. E saremmo tutti felici e contenti.
Ma noi viviamo in questo mondo qui, che poco ha di ideale. Almeno abbelliamoci l'anima, con la Natura e con l'Arte. Anche a rate.


29 agosto 2013

Argilla e amicizia [ovvero le riduzioni del 10%]

http://www.behance.net/wip/194129/373439
Un virtuoso del cinema, un ciclista professionista, un maestro pianista, un vero poeta, un ballerino che emoziona. In comune hanno l'eccellenza. In comune hanno che ognuno ha imparato perfettamente la tecnica per poterla poi eventualmente usare o non usare, superare o distruggere. Meccanismi e fisica, allenamento e sperimentazione, queste le basi quindi per qualsiasi eccellenza.

Così, uno scultore deve imparare a dominare la materia prima di lasciar libero sfogo alla sua espressione artistica. Quando ho iniziato a modellare l'argilla ho ascoltato i miei polpastrelli affondare nella terra umida, ho lasciato che la pelle si permeasse di quel bagnato e scivoloso, a tratti, o granuloso o duttile. Ho imparato a scaldare la creta, con il calore del mio corpo, o del sole, ad ammorbidirla, a modellarla con la forza delle dita. Ho abituato la mia pelle a sentirsi invasa dalla terra, nelle pieghe, sotto le unghie, senza paura di sporcarmi, senza barriere con la materia. Affondando la mia energia e traendone altrettanta, anzi di più.

Ne ho fatto tesoro, assimilando quella nuova esperienza alle altre della mia vita. La creazione, la modellazione, il trasferimento delle mie visioni all'esterno di me stessa. Una buona amica, la terra.
Ho imparato poi a decidere quando le mani le devo togliere, è necessario un passo indietro, togliersi dal tourbillon dell'euforia creativa, osservare. Ho cominciato a godere della contemplazione di ciò che prima non c'era, una contemplazione non adulante, ne' critica. Una semplice osservazione, carica di insegnamenti per la mia vita. Guardare, lasciarsi entrare negli occhi curve e superfici, sguardi fissi e movimenti immobili.
Come nelle relazioni umane.
Ci sono momenti in cui le vivi intensamente, a pieni polmoni, a vele spiegate. E altri in cui è richiesto la stasi. Allora faccio un passo indietro, mi siedo. Osservo.
La creta a quel punto si comporta inaspettatamente. Mentre sei lì che la guardi, le giri intorno, non la tocchi e la studi, lei non sta ferma, come t'aspetti. Ora dopo ora, come un fiore che consuma la sua acqua, si muove. Impercettibilmente. Cerca un assestamento, le particelle di cui è composta, più dense o meno dense d'acqua, si legano e si avvicinano, i pesi si spostano. L'acqua evapora e piano piano la forma cambia. Dopo qualche giorno, l'espressione della bocca è cambiata, a volte un po più amara, lo sguardo appare più mesto, è come se, dal momento in cui viene "messa al mondo" nella nuova veste della nuova forma, poi si ridimensionasse di fronte all'universo. Tu la guardi e all'improvviso è cambiata. Ridotta di quel famoso 10% che la fisica impone alla creta che si asciuga.

Penso alle relazioni umane. All'amicizia, soprattutto. Quando è il momento in cui ti chiedono di allontanarti, di non saltellare più intorno, ti siedi. Osservi. E piano piano la sostanza dell'amicizia impercettibilmente cambia. Non te ne accorgi, lì per lì, sembrano scherzi della luce, o del momento di stanchezza. Ma in realtà la sostanza è già cambiata un po', si sta assestando in nuova forma, si sta riducendo. E rimane da sperare che si fermi al 10%.



21 agosto 2013

Agire la forma

Dare forma alla materia è gesto animale.
Dare forma alla materia secondo un'intenzione è gesto umano.
Dare forma alla materia artisticamente è tendere al divino.

20 agosto 2013

Il passaggio a livello

Vsionaria nella verità, che è solo mia.
Molte persone non credono a ciò che Cassandra dice. Cercano la verità, una conchiglia rossa dentro al mare grigio. Bisogna saper credere a ciò che si staglia di fronte, pesci lucenti che appaiono un istante solo, perdendosi subito dopo nel mare.
Sono qualcuna che ha sbagliato, sono qualcuna che è vera. Crediamo sempre a ciò che vogliamo credere. E per farlo pretendiamo a gran voce, la verità! la verità, la verità!
la verità, adoranti miei, è la realtà.
Ciò che ci appare, sia un velo o una bugia, un'omissione, un sogno. Le quinte del teatro, il palco, il cielo, nulla è ciò che appare, ma in realtà tutto è ciò che è, ciò che ci appare.
Crediamoci! perchè il non credere è un blocco, un passaggio a livello del destino che ci ferma un minuto in più. E non abbiamo tempo da perdere, per quel minuto in più.

19 agosto 2013

Essere madri è un nocciolo dentro

Giuliano Tamburin



E' un anello di una catena, non un punto d'inizio di una semiretta.

La difficoltà di essere madri non è la fatica, non è la preoccupazione o l'assurdo sperdimento d'amore.

Ogni giorno è necessario un piccolo ritocco alla rotta di navigazione, il perfezionamento ininterrotto di direzione nell'accompagnamento. Mi stanco così tanto ad essere messa in discussione di continuo, un dispendio energetico pazzesco ad esser sotto tiro sempre, consciamente o no, l'esser confrontata, superata, combattuta, sfidata. Anche e soprattutto nell'amore più grande.
E' faticoso essere madri, davvero. Soprattutto di figli grandi, ora lo so.

Mettersi lì e scegliere come. Come, non se, affrontare questo percorso minato d'amore.

A volte reagisco d'impulsività, e sbaglio. Torno indietro e trovo un panorama già diverso, emozioni diverse, reazioni e cambiamenti già avvenuti, nei nostri figli. Un minuto e l'atmosfera è cambiata.

Altre volte reagisco con razionalità, e sbaglio. Torno indietro e trovo i figli lì, ad aspettare qualcosa di diverso. Come se sapessero. Cerco di spiegare. Per non lasciare indietro buchi.
Mi riesce, a volte. Non mi riesce, altre volte.

Essere madri è essere un cuscino enorme e senza tempo.
Tra chi amiamo e il mondo. E non vale a niente credere che quando saranno grandi le cose saranno più facili. Non è vero. Non è vero per niente. E' tutto più ingarbugliato e complesso. Meccanismi da adulti si intrecciano con il nostro esser bambini sempre. Mentre noi siamo più vecchie, e inaspettatamente più legate ai nostri ricordi d'infanzia, loro, i nostri figli, sono meno bambini, si sentono adulti. Le lotte più accese, le scuse più serie, gli abbracci più solidi.

Un grande amore nato in fondo al ventre, che ogni giorno sobbolle, borbotta, culla e riscalda e fa sgorgare dal nocciolo dentro paure, dubbi, momenti di dramma e risate così piene d'amore e orgoglio e forza da sembrare una primavera quotidiana.

18 luglio 2013

Questa notte è la mia vita

Questa notte è la mia vita.
Chi mi rapisce vorace dalle dimensioni altrove
per animare possessioni e vortici.
Trascinata a riva
la sabbia è fredda, la mano guidata
non è mia, il respiro
è umido.

Ho solo questa notte, ombra rapace.
Vorrei volare piano, e soffiare
petali
sul tuo respiro di vetro,
mentre il buio
è mantello d'aurora.

9 luglio 2013

L'arte non è l'artista

Come in un concepimento naturale, l'artista riproduce se stesso nelle sue azioni. Ciò che esce dal suo fuoco creativo, nel momento stesso in cui lui crea, non è più in lui, acquista una vita propria.
Il pensiero dell'artista, assorbito e intriso dalla pancia, dal cuore, dalle viscere tutte, dalla sua vita, le sue passioni, paure, tensioni, fluisce nelle braccia, come un fluido incandescente ancora invisibile, arriva alla punta delle dita e... nasce.
Come una neonata composizione cellulare, le nuove "cellule emozionanti" appena date alla luce e accolte in un corpo fisico (che sia disteso e colorato, o a tre dimensioni materico, o sensoriale e ascoltabile) realmente si fondono con lo sguardo (o l'ascolto) di chiunque la osservi, e magicamente in quell'incontro si separano, si duplicano ancora, dando vita alla crescita di un corpo emozionale ed emozionante.
Non ha senso un opera d'arte quindi se non vista, ascoltata, goduta. Non ha esistenza.
D'altra parte, nel momento stesso in cui l'artista crea l'opera, non è più parte di sè, ma è lasciata fluire nella sfera delle cose fisiche. Quindi da una non fisicità, nasce e di diventa fisica.
L'arte, in quel momento, non è più l'artista.
(Anche nella performance art, nella danza, nel teatro, ciò accade. Il perfomer agisce l'arte, ma non è l'arte. Si fa attore e portatore di gesti e azioni che sono loro stessi arte, nel momento in cui il pubblico li fruisce).


Al contrario, provo a guardare la scena dalla parte opposta, quella dell'opera d'arte. E' l'opera che ha creato l'artista, che prima altro non era che un visionario, un innamorato, un folle immaginante ombre cerebrali e passionali. E' l'arte che, una volta nata nel processo creativo e iniziato il suo viaggio di crescita nella fusione emozionale con chi la fruisce, ha dato modo all'uomo di diventare l'artista. Infatti, se nel momento stesso in cui l'arte esce dall'uomo, si dissolvesse, come una nuvola impalpabile, trasparente e silenziosa, se non esistesse più nel mondo fisico, l'artista non sarebbe tale. Rimarrebbe un visionario, un innamorato, un folle immaginante ombre cerebrali e passionali.

22 giugno 2013

Dalla mia gola afona parla ancora una voce che non ha suono.


Sergej Glinkov
Dalla mia gola afona parla ancora una voce che non ha suono. Dalla mia mente si ergono ancora castelli opalescenti come carte giapponesi.
Io temo il susseguirsi di corridoi e portoni, saloni e scalinate, cancelli su giardini intricati e anfratti dove riposa la legna per l'inverno e le tende d'estate. In me si aprono senza tregua nuovi progetti, nuove visioni, talmente imminenti e al contempo impalpabili che tutta me stessa è tesa nell'allungare le braccia per riuscire a toccarli con le mani. Fermarli. Sentire la loro realtà. Dar loro esistenza.
Sono i versi che ancora non sono nati, gli sguardi perduti nei volti da modellare, le idee con i contorni aperti.
Perché mi perdo ancora nel seguire quei contorni, intenta a non perdere preziosi dettagli e percezioni, ma allo stesso tempo grossolana e incapace di scendere più nel profondo.
E' lì che non riesco a scendere. Se non per lievissimi istanti, in cui devo stare in punta di piedi e respirare appena (*).
Quel fondo del pozzo dove ci sono io, seduta per terra con le gambe incrociate. Che guardo in su e il mio sguardo sono due fari che arrivano al cielo e tutto è uno, il fondo del pozzo, la terra sotto di me, il fasci di luce dai miei occhi, il cielo senza limite che li inghiotte.






Non ho mai scritto il verso
che per tutta la vita
ho sognato di scrivere.

E non ho mai saputo
il vero puro timbro
della mia voce.

Di sorprenderla ogni giorno m’illudo
in attimi di grazia
immacolata come l’alba
prima del mondo.

Dalla mia lingua muta
parla una voce
che non conosco.

(Bino Rebellato)



*dal Diario di Anita Pittoni

8 maggio 2013

Grazie al vuoto (creare e amare)

Volevo dire della creatività e dell'amore.
Volevo scrivere della spinta a creare, che è una forma di istintivo riempimento del vuoto.
C'è lo spazio vuoto davanti a me, di tempo, di significato, di colore, di essenza.
Provo attrazione verso quel vuoto, e mi spinge a creare qualcosa che non c'era, per riempirlo.

Senza quel vuoto, non è possibile riempire, non è possibile creare.
La stessa esistenza di quel vuoto, regala la possibilità di poterlo colmare, o almeno di percepire il desiderio di colmarlo.
Così davanti ad una tela vuota, il fascino del nulla attrae l'artista e lo risucchia verso il dipingere. Così davanti ad un nulla, io prendo a manate la creta e le dò una sostanza, uno spazio acquisito, una forma, in seguito.

Così, è l'assenza dell'amato che mi dà motivo di desiderare la sua presenza. Nella libertà dell'essere sola, la mia interezza percepisce i propri confini e si accorge dell'assenza. E' il semplice vuoto intorno che dà il motivo a volerlo riempire.


Questa poesia di Mark Strand, è una delle poesie che amo di più, visionaria ed estrema, delicatissima e vitale.



In un campo
io sono l'assenza
del campo.
E' sempre così,
dovunque io sia
sono ciò che manca.

Quando mi muovo
fendo l'aria
e sempre l'aria
refluisce a riempire
lo spazio in cui
si trovava il mio corpo.

Tutti abbiamo
un motivo per muoverci
io mi muovo
per preservare l'assenza.




13 marzo 2013

osmosi meteorologica

Mi euforizza il cielo che si rovescia su noi uomini all'improvviso, il cielo si carica di energia e acqua, e ad uno schioccare di dita la diga si spacca, scroscia la pioggia come un torrente verticale. 
Euforia da impotenza, direi. La percezione istantanea di essere briciole, ormai inzuppate, che contano nulla. Briciole de responsabilizzate e sollevate. Un tornare bambini di pochi secondi, riequilibrare la percezione di noi stessi in un altro stato metereologico. 
Decine di esperienze fisiche si riversano sui nostri precedenti pensieri, la sensazione di peso della pioggia ad esempio. Il rumore dei passi sciacquettanti sulla strada. Il fruscìo autonomo delle gocce che rimbalzano e si centuplicano in un attimo accavallandosi infinite e creando un'eco senza spazio. Il perdersi della differenza corpoumido/ariaasciutta nella nascente sensazione di pellebagnata/ariabagnata. Si entra in contatto, come quando si nuota, per osmosi, tra il nostro corpo interiore liquido e corpo universale esteriore. 
La potenza della pioggia è schiacciante, potenzialmente divina, ci fa piccoli, allarmati e divertiti, ci rimette al nostro posto, ci ridimensiona, e ci nutre di inspiegabile stupore, riconfermando con semplici sensazioni di essere semplicemente una minima parte dell'Universo. 


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12 marzo 2013

Dopo mesi, bava di ragno e magia nera


Sono mesi che non scrivo. Questa mattina all'alba una fame lontana di parole scritte si è impossessata di me, scacciando scontrosa la smania delle mani e creta sotto le unghie. Affannosamente ho cercato tra i miei libri, sfogliando velocemente pagine e pagine, facendo cadere a terra quelli già scandagliati, smaniosa di trovare quelle parole. Quelle che cercavo senza sapere quali.

Quante vite servono per essere allargate da passioni sfamate. Vincono sempre le passioni più sfrontate, quelle che gridano più forte.

Gli struggimenti lievi, quei fili sottili come bava di ragno, che riluccicano preziosi in certe mattine solitarie, basta uno spiffero delle finestra per farli volare via. Basta una porta aperta per un gatto che vuole andare sul tetto, basta il suono di una telefonata che invade il silenzio, basta una mano sul seno, uno sguardo di troppo all'orologio. E il filo di cristallo liquido si respira altrove, perde la luce addosso, scompare.

Ho trovato Anne Sexton, Donna tra le donne, donna tra le Donne. Come in ogni scrittrice ci sono schegge di me, seppur trascurate. Stamattina le celebro.

(Se siete arrivati fino a qui, per favore, leggete -lentamente- la poesia qui sotto. Grazie) 




Magia nera

Una donna che scrive è troppo sensibile e sensuale,
quali estasi e portenti!
Come se mestrui bimbi ed isole
non fossero abbastanza, come se iettatori e pettegoli
e ortaggi non fossero abbastanza.
Crede di poter prevedere gli astri.
Nell'essenza una scrittrice è una spia.
Amore mio, così io son ragazza.
Un uomo che scrive è troppo colto e cerebrale,
quali fatture e feticci!
Come se erezioni congressi e merci
non fossero abbastanza; come se macchine galeoni
e guerre non fossero già abbastanza.
Come un mobile usato costruisce un albero.
Nell'essenza uno scrittore è un ladro.
Amore mio, tu maschio sei così.
Mai amando noi stessi,
odiando anche le nostre scarpe, i nostri cappelli,
ci amiamo preziosa, prezioso.
Le nostre mani sono azzurre e gentili,
gli occhi pieni di tremende confessioni.
Ma quando ci sposiamo
ci abbandoniamo ai figli, disgustati.
Il cibo è troppo e nessuno è restato
a mangiare l'estrosa abbondanza.

da PensieriParole