29 novembre 2011

il crudo morso che mi azzoppa l’andare






















Il mio cuore è ormai capace di qualunque forma
la sua cavalcatura anticipa il trotto
nel terreno scosceso galoppa senza richieste
questo il crudo morso che mi azzoppa l’andare.

Cercare l’amore è una religione
senza eternità, se non nell’implosione
in cui si spalanca la porta sulla luce breve
e il corridoio inondato si fa diga spaccata.

Lascio tracce fangose che diventano ambra
e riporto stancamente il mio corpo peso
sotto i piedi al rifugio
ci fosse un guardiano mi farei guardare
ci fosse un maniscalco mi farei ferrare
rimane solitario lo scomparire delle notti, tra le sere

e un’unica mattina umida
e nelle mani fredde monete senza valore,
mio scrostato tesoro.


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28 novembre 2011

c'è dell'altro ( .......... )


Anna non era mai stata molto popolare. Le avevano pur detto che sarebbe stato impegnativo all'inizio, gli accordi, occuparsi delle carte personali di ognuno, lasciare esattamente le ordinanze dei lavori in corso. Perchè Anna era una precisa, se si doveva fare un lavoro in un modo, è così che pretendeva fosse portato a termine, qualsiasi cosa costasse. E andava bene così alla dirigenza, che qualcuno di molto silenzioso, sapesse tenere la bocca chiusa. E' così che Anna aveva imparato a gestire se stessa e gli altri, il senso del dovere era tra i primi piaceri che provava, nella vita. Anche ai piani alti ormai conoscevano tutti il carattere di Anna, educato e gentile al punto giusto, senza mai permettersi una parola di troppo, sempre al suo posto, mai un bottone della camicetta slacciato fuori luogo, mai un commento su un collega poco appropriato. Ogni sera Anna lasciava sulla scrivania una decina di post-it in fila, della stessa misura, con indicate tutte le azioni da intraprendere o terminare nelle prime ore del mattino successivo. Alla domanda sul perchè allestisse tale disposizione di foglietti gialli, aveva risposto una volta sola, in un attimo di complicità a tarda ora, con l'impiegata della stanza accanto. Dovessi arrivare in ritardo, il lavoro non rimarrà indietro, basterà che qualcuno dei miei colleghi fidati legga e tutto scorrerà nel migliore dei modi, come se ci fossi io.
Anna organizzava tutto, e ciò le dava piacere e serenità.
Una mattina Anna non si presentò al lavoro. I primi dieci minuti, anche quindici, la sua assenza non diede nell'occhio, nel trambusto dell'inizio mattinata, quando c'è odore di caffè nei corriodoi e i ritardatari si confondono negli ascensori con i clienti.
Ma dopo un'ora la sua porta rimasta chiusa destò i primi interessi. Qualcuno bussò, andando via stupito. Il portinaio che consegnava la posta ai piani bussò una mezzora più tardi, attendendo con pazienza l'avanti, e preparando la penna per la firma sulla raccomandata. Bussò ancora, non poteva perdere tutto il giorno. E ribussò, una terza volta.
Quando provò ad entrare, trovò la porta aperta e la scrivania di Anna, senza di lei, che attendeva di essere scoperta. Non più la lampada, il telefono, il bicchiere regalato dai parenti quando erano stati in Puglia che conteneva le penne, non c'era più nulla dei soliti oggetti allineati.
La superficie della scrivania era però completamente ricoperta, come squame di un pesce giallo, di centinaia di post-it sovrapposti uno all'altro di due centimetri, con precisione millimetrica. Una specie di pelle di carta di un dinosauro rettangolare. Lo stupore sul viso del portinaio ancora fermo sulla porta, richiamò qualche collega che passava in corridoio, e poi altri ancora si fermarono, incuriositi. Un brusìo diffuso, qualcuno che diceva sssh, alcuni che ipotizzavano già qualche lavata di capo causata da quel crocchio fuori orario. Colli allungati verso l'interno dell'ufficio di Anna, sempre più persone aggregate là fuori, ma nessuno che entrava, osando sorpassare il corpulento portinaio. Si riuscivano a intravedere sulle centinaia di biglietti gialli segni neri, parole, numeri forse, alcuni portavano un segno rosso, pareva da lontano. O forse era un riflesso di luce dalla finestra. Per questo probabilmente alcuni sembravano intatti, non scritti. Le strisce di luce li rendevano quasi bianchi. Ci doveva essere stata ore ed ore a scrivere e comporre tale superficie, cosa poteva aver bisogno di scrivere, in tale quantità e ordine maniacale? e soprattutto, perchè, proprio il giorno prima della sua prima assenza, dopo molti anni di lavoro nella vecchia azienda? Ad un certo punto, fu inevitabile. Il primo timido passo del portinaio all'interno della stanza fu come una crepa in una diga. Bastò un momento e venne praticamente travolto dalla ressa di curiosi ormai addossata alla sue spalle. Accalcandosi e spingendo entrarono con foga, una signora rimase impigliata con la manica nella maniglia, creando un blocco nel flusso e non pochi strattoni. Sembravano colombi sul grano in una piazza, entrarono quasi tutti, nella piccola stanzetta e letteralmente avvolsero di teste la scrivania di Anna. Aggirandola, i più fortunati si trovarono davanti al lato giusto, dalla parte della sedia, dove finalmente si sarebbero potuti leggere i misteriosi segni. Stava per calare un silenzio che celebrasse la prima visione d'insieme del messaggio. Qualcuno troppo impaziente, dalla fila di dietro, allungò una mano tra la manica del collega e l'altro fino ad arrivare ad un foglietto. La folla ebbe un sussulto. No! qualcuno gridò, mentre la mano misteriosa stacco il primo post-it dal tappeto giallo, e sembrò risucchiarlo tra la folla. Subito un'altra mano dalla parte opposta del tavolo fece lo stesso! No! No! altri gridarono, ma improvvisamente prese da una specie di frenesia di chi non coglie le possibilità al volo, altre mani si fecero ladre, e ancora altre. In neanche un minuto la superficie del tavolo fu solo un agglomerato di mani frementi che reclamavano e staccavano un foglietto, un altro, ritirandole subito chiuse con forza sulla cartina trofeo. Ognuno era ansioso di vedere, di capire, di essere quello furbo che svelava il segreto. Cosa poteva aver scritto, Anna, quella strana, quella sempre zitta. Cosa poteva sapere, che gli altri ignoravano, e cosa poteva aver voluto lasciare, quel giorno strano, in cui lei, per la prima volta, non difendeva la sua postazione? Quando  il brusìo concitato si calmò, e la folla si stava diradando, molti uscivano con nonchalance dalla stanza, fingendo un'andatura calma, indifferente, mentre stringevano il piccolo post-it stropicciato in fondo ad una tasca. Sta di fatto che quando tutti uscirono, spargendosi nuovamente in corridoio, come formiche del bosco al passaggio di un cercatore di funghi, il portinaio finalmente riuscì a rimettersi in piedi, era stato schiacciato sul tavolo cercando a braccia aperte di difendere il messaggio. A nulla era valso, ma almeno era finita la follia collettiva, si disse, e si rimise dritto, si aggiustò la giacca, e sistemandosi dignitosamente la camicia, riprese il solito contengno. Fu allora che si rese conto che non era rimasto neppure uno, di post-it. La scrivania era nuda, se volessimo dare emozioni agli oggetti, sembrava esausta e delusa.
Il corpulento portinaio fu l'ultimo a uscire dalla stanza di Anna. Lentamente richiuse la porta, accostandola piano, fino a sentire lentamente anche lo scroc della serratura. Non c'era più nessuno intorno a lui. Si girò e avviandosi nel corridoio vuoto verso le scale,  tornò alla sua scrivania da basso, accanto all'ingresso del palazzo, a fare il suo lavoro principale, dare il buongiono a chi entrava.


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27 novembre 2011

lividi e momenti giusti



Ci sono lividi e lividi, paure e paure. Ci sono cicatrici che non smetteranno mai di farmi male e altre che invece ringrazio e che serviranno a farmi inciampare di meno. Ci sono cose che non potrò più sopportare e sacrifici che invece amerò fare.
Ci sono alcuni addii che mi hanno fatto quasi morire e quasi tutti gli altri, che serviranno a rinascere.
Ci sono momenti in cui nulla al mondo però sostituisce il salvifico Silenzio, in cui immergermi, amarmi e proseguire, partendo proprio dai miei lividi, leniti da gli unguenti dell'Amore. Quello che c'era e ci sarà.



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È già autunno

ph. Man Ray











































È già autunno, altri mesi ho sopportato
senza imparare altro: ti ho perduta
per troppo amore, come per fame l’affamato
che rovescia la ciotola col tremito.


(E. Pagliarani)

26 novembre 2011

c'è dell'altro (......)

Un stesso tetto sopra la testa, si chiami matrimonio, convivenza, o collaborazione alle spese, modifica qualsiasi relazione. Era teoria conosciuta già da prima, per Claudio, ma diventata pratica dopo l'esperienza, come sempre accade. Quando erano amanti la passione li univa, e li faceva fremere di tensione ad ogni avvicinarsi e ogni lasciarsi. Il primo abbraccio dei loro incontri era come respirare nuovamente dopo un'apnea, l'ultimo sembrava sempre un temuto addio, che lasciava il posto, nel vuoto del loro stare insieme, ad una realtà solita, più grigia. Come se quegli incontri non avessero a che fare con vita vera, ma fossero sospesi da essa ad un metro da terra, protetti e schermati dalle banali azioni quotidiane, e riservati a evoluzioni dell'anima e dei corpi, che sfioravano mestieri di angeli e demoni. Era facile per Claudio dimenticare le bollette da pagare, le lamentele della moglie ormai fredda, la noiosa ripetizione dei soliti gesti e doveri, fluttuando tra le braccia della nuova amata, morbide, calde e soprattutto non dovute. Nella magica irrealtà di quel segreto calore vivifico lui ritrovava l'energia da riversare sulla realtà, come quando da bambino prima di dormire ti sforzi di ripensare a quelle fantasie che ti piacciono, e ti tengono caldo, e seppur da fantasie, come un dolcificante richiamato al suo dovere, ti aiutano a prendere sonno.
Poi la vita ci mette del suo e anche a loro aveva messo, dopo un paio di scelte forti, un unico tetto sopra la testa. Così l'amante amata si era trasformata in consorte, i primi abbracci in apnea in richiami all'ordine in salotto, i temuti addii in condivisione di bollettini postali, in stanchezza serale e schermaglie su chi avrebbe dovuto comprare il caffè.
Così per Claudio la teoria era diventata esperienza, il tetto testimone di quotidiana realtà, e il posto nella bolla magica di irrealtà era ritornato vacante.

24 novembre 2011

c'è dell'altro (...)













Aveva raggiunto l'età in cui erano di più gli anni trascorsi sposata che gli altri, compresi quelli da bambina, che ormai sembravano da libri di storia. Laura aveva cresciuto i suoi due figli, se si può dire cresciuti quando non vivono più con te, e si era ritrovata inaspettatamente con meno commissioni da fare e finalmente più tempo per mettere in pratica tutte le piccoli e grandi passioni, sacrificate per anni. Così, quando suo marito si addormentava alla televisione, dopo pochi minuti dall'inizio di qualsiasi programma, lei con molta tranquillità e poco rumore, tornava nella sua camera, indossava rabbrividendo qualche camicia di seta nascosta in fondo ai cassetti, fissava i gancetti dei reggicalze ereditati da sua madre e ancora quasi completamente intatti, si spazzolava un po' i capelli e, indossato il cappotto pesante, usciva, circa un paio di volte la settimana, ormai. Una piacevole nuova abitudine.
Erano non più di un paio i vecchi compagni di scuola rimasti in vita e in città, e fortuna vuole che fossero entrambi vedovi. Così Laura, il martedì e il giovedì andava a trovarli nelle loro case polverose. Loro spegnevano la televisione, le facevano qualche complimento tenero e sincero, le versavano un bicchierino di amaro, e stavano insieme, guardandola ancora con gli sguardi annacquati di quando erano a scuola, decine e decine di anni prima. Ogni tanto lei si spogliava per loro, rimanendo in sottoveste. Altre volte loro, uno in particolare, sempre stato più intraprendente, le chiedeva di toccare il proprio corpo consumato dall'età e dalle passioni. Laura lo faceva con diligenza e serietà, con meno facilità nei movimenti, ma con reale accudimento, tanto che talvolta accadeva che raggiungessero una specie di orgasmo. Allora lei sorrideva dentro, ed era più felice, anche sulla strada del ritorno a casa. Si stringeva il cappotto al collo, sentendosi utile e bella.




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23 novembre 2011

parole di altri, cucite

A un passo dal possibile

A un passo da te
Paura di decidere
Paura di me

Di tutto quello che non so
Di tutto quello che non ho

Eppure sentire
Nei fiori tra l'asfalto
Nei cieli di cobalto - c'è

Eppure sentire
Nei sogni in fondo a un pianto
Nei giorni di silenzio - c'è

un senso di te

Eppure sentire
Nei fiori tra l'asfalto
Nei cieli di cobalto - c'è

Eppure sentire
Nei sogni in fondo a un pianto
Nei giorni di silenzio - c'è

Un senso di te 

22 novembre 2011

c'è dell'altro



Foto di Lotte Iacobi




Un giorno si e uno no Stefania, occhi grandi e stivali col tacco, si chiedeva se uscendo la mattina per andare in ufficio avrebbe trovato finalmente quell'uomo al quale non spiegare nulla. Nei pomeriggi depressivi qualche amica su Skype le assicurava da anni sul fatto che cercare l'amore non ha senso, è l'amore che ti cerca, quando sei pronta. Magari dietro l'angolo, o sull'ultima tratta della metro, o in un ascensore imbarazzato. Così Stefania, un giorno si e uno no, guardava dietro gli angoli, non scendeva alla sua fermata di metro, andava fino al capolinea e poi tornava un pezzo indietro a piedi, e a costo di perdere la possibilità di contrastare l'attacco della cellulite, prendeva tutti gli ascensori possibili, disertando le scale.

Claudio si sentiva ogni giorno più consumato, quel lavoro tanto voluto, che un tempo gli dava solo energia, sembrava ormai un parassita del suo tempo. Sua moglie, tanto voluta, che un tempo gli dava energia, progetti e possibilità infinite su ogni sogno, sembrava ormai un mestiere, a tratti logoro, a tratti portatore di un po di pace solo quando lo si compie con diligenza. L'attitudine affamata con la quale si immergeva nei rari romanzi che aveva il tempo di leggere, tra una commissione famigliare e il correre dietro ai clienti, gli dava il polso della sua necessità di respirare altre vite. Alla sua età i bilanci si fanno più frequenti. Il bisogno di respirare in un romanzo, nuove ipotesi e profumi di donne, anche.

Eleonora non si ricordava neppure quando aveva cominciato a tradire i suoi uomini. L'aveva sempre fatto, credeva, affinando negli anni le volute degli incastri per non venir mai scoperta, allineando la morale personale con ciò che la rendeva felice. Nessuno si era mai lamentato, fidanzati, mariti, amanti. Lei si dava tutta, amava tutti, in un modo differente ognuno di loro. Certo non era un argomento da aperitivo con le amiche di stagione, sempre pronte a giudicare moda dell'anno e moralità altrui. Era molto religiosa Eleonora, anche quello, da sempre. Tanto da non chiedersi davvero mai cosa fosse reale e cosa no. Comportamenti e credo era come descrivere se stessa, capelli rossi, confessione e comunione, vivace frequentazione di uomini.

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21 novembre 2011

Sarah Moon, luoghi non luoghi del sogno



«Ogni fotografia è l'ultimo testimone, se non l'ultima testimonianza di un momento che altrimenti sarebbe perduto per sempre»
Sarah Moon





Amo Sarah Moon da anni, e come molti oggetti dei miei sguardi che preferisco nella vita, li devo guardare poco, farmeli penetrare brevemente, quasi di fretta. Per preservare spazio in me che altrimenti sarebbe invaso da emozioni immense.















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ritornare nella tana dell'anima





















Siamo pervase dalla nostalgia per l'antica natura selvaggia. Pochi sono gli antidoti autorizzati a questo struggimento. Ci hanno insegnato a vergognarci di un simile desiderio. Ci siamo lasciate crescere i capelli e li abbiamo usati per nascondere i sentimenti. Ma l'ombra della Donna Selvaggia ancora si appiatta dentro di noi, nei nostri giorni, nelle nostre notti. Ovunque e sempre, l'ombra che ci trotterella dietro va indubbiamente a quattro zampe.


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