14 dicembre 2008

Gli uomini della mia vita

Mio figlio, il mio compagno e mio padre
hanno fiducia in me.

Li amo, per questo.

Signorilità è un manuale di buone maniere


Martedì 16 dicembre 2008, presso la sede di Via Rossini 10 a Trieste, la casa editrice Parnaso presenterà alla stampa, a partire dalle ore 11.30, Signorilità, Piacevole trattato di Economia domestica, di Galateo e di Mondanitàe Giovin Signore Norme di saper vivere e di mondanità manuali di bon ton e buone maniere.

Scritti fra il 1928 e il 1931 dalla Contessa Elena Morozzodella Rocca Muzzati si tratta di due volumi che senza dubbio non mancheranno di incuriosire e fare sorridere i lettori, offrendo un dettagliato “racconto” su usi e costumi di un’epoca oramai passata.
Signorilità e Giovin Signore hanno infatti il pregio di offrire entrambi uno spaccato inedito di quali fossero le aspettative e le aspirazioni delle donne e degli uomini di allora, di quale fosse il rapporto con la mondanità, di cosa a loro fosse richiesto e quali fossero i rispettivi ruoli “in società”.

Tutti temi dei quali la Contessa era di certo un’esperta, essendo stata la dama di compagnia della regina Margherita di Savoia. A chiarire l’intento dei trattati è la stessa autrice che per quanto riguarda Signorilità afferma: «non è destinato alle milionarie, che sono in esigua minoranza nel nostro bel paese; è destinato alle signorinedi modesta e di buona condizione finanziaria, che vogliono arrivare alla signorilità e sempre piùpraticarla».

Così come l’obiettivo di Giovin Signore risiede nel fatto che «Nulla, infatti, può esservi di più bello chel'unire il magnifico dono della gioventù alla costante pratica del viver bene e signorilmente».Partendo da questi presupposti la Contessa guida i suoi lettori e le sue lettrici fra consigli pratici dieconomia domestica, le regole di comportamento in caso di inviti a Corte, l’etichetta da seguire nel periodo del fidanzamento…

Signorilità e Giovin Signore si rivelano oggi una piacevole ed interessante lettura, arricchita da immagini tratte da pubblicità dell'epoca, per donne e uomini senz’altro dotati di curiosità e molta ironia ed offrono comunque interessanti spunti diriflessione del tutto attuali. Basti pensare a quanto l’autrice afferma nella prefazione di Giovin Signorequando parla della signorilità maschile definendola «di marca mondiale» e tale da imporre «il rispetto ai vecchi, ai deboli, la cortesia verso le donne, la tolleranza, la pazienza, l'amabilità... tutte doti che poiformano il carattere, e formano l'uomo forte e vincitore»


Parnaso
Nata nel 1922 a Trieste, la casa editrice Parnaso a quasi un secolo dalla sua nascita conserva oggi lo stesso spirito pionieristico, la voglia dispaziare, di scoprire e di sperimentare che la distinguevano alle sue origini.Tutte qualità che si completano attualmente grazie alla passione di Alessandra Spigai e Caterina Lughi,la nuova anima di Parnaso.Partendo dalla tradizione culturale di Trieste, Parnaso intende esplorare il panorama nazionale einternazionale e valorizzare libri e autori anche fra i meno conosciuti, offrendo il giusto spazio ascrittori emergenti, a idee inedite e a iniziative editoriali sempre fresche e ricercate. Parnaso sono partedella tradizione culturale e letteraria di Trieste e oggi non intendono dimenticare la lunga storia chehanno alle spalle, continuando, a rivolgere a Trieste, ai suoi luoghi e ai suoi personaggi, un’attenzioneparticolare. Parnaso guarda al panorama nazionale come a quello internazionale, pubblicando collanedi carattere filologico, filosofico, linguistico ed artistico tradotte anche in lingue straniere (inglese,francese, tedesco, italiano, spagnolo, svedese e norvegese).

Per maggiori informazioni
Email: info@edizioniparnaso.it
Web: www.parnaso.info

Dentro a Signorilità


13 dicembre 2008

PALLE si può dire?

Perchè mi serve la parola palle per dire questa frase:

CHE PALLE GLI UOMINI SENZA PALLE!

scusate, la volgarità di prima mattina, ma non c'era lo zucchero per il caffèlatte.


9 dicembre 2008

La prima bugia


Per scovare i buoni propositi dobbiamo assolutamente scovare le cattive cose che abbiamo fatto.

E direi di cominciare dalle BUGIE.

Non è vero che ce ne siamo dimenticati, forza, tirate fuori le palle sganciate le bugie.
Parliamo dalle prime e delle ultime. Questa è la domanda. La prima bugia che ricordiamo della nostra vita e l'ultima. Vince chi riesce a dire la verità, ma verità verità. (Babbo Natale ne terrà conto, me l'ha detto).

La prima bugia che io ricordo ( ci ho messo un bel pò a ricordarmela) è più di una perchè nei primi anni faccio confusione del senso cronologico, e allora mischio tutto.
Ma tra le prime c'è una volta che mio papà a cena mi aveva obbligato ad assaggiare la (si, giuro, giuro) la carne Simmenthal. Io con le labbra serrate piantavo il muso e sibilavo qualcosa del tipo: quella roba molla là è grasso di carne e io non lo mangio. Mio papà, per una volta (pure nel torto, visto che si affrontava la schifezza della carne simmenthal, ma era comunque una novità sugli scaffali, e le novità sembrano sempre più giuste e belle delle cose consolidate_ come i fidanzati ndr) aiutava mia mamma con un pò di fermezza e faceva vedere lui chi comandava, nonostante le basette lunghe.

Non vieni a vedere Raffaella Carrà, se non la mangi.

Tiè. L'offesa oltre la beffa. Eppure allora la Raffaella ci piaceva! ( a me piace ancora, ovviamente) a me da bambina piacevano quei programmi lì, ambientati in uno studio televisivo grigio perla e sbrilluccicante e con le ballerine con le cosciotte. Mi ricordo anche Mina magrissima e ancora più lunga dalla deformazione dello schermo che cantava io non gioco più, me ne vaaado...
Ok, ma ritornando alla carne simmenthal. Mamma papà e mio fratellino che si era piegato al loro volere (crumiro), se ne erano andati di là, nel salottino anni 75 e mi avevano lasciato là. Seduta sulla seggiola senza toccare terra. Con i gomiti sul tavolo di fòrmica e un muso fin qui.
La mettevano giù così dura? E io sono più dura!

Abitavamo all'ottavo piano di un palazzo di periferia (tempi magri), sentivo le musiche della tivvù e avevo un nervoso che non mi stava dentro. A mangiare quella roba lì proprio non ci pensavo. Ma non sapevo come uscirne.
E poi Eureka! Trovati dei cartocci del formaggio finito, confezionai dei piccoli pacchetti di carne simmenthal, ben chiusi, piccole bombette organiche. Un salto giù dalla sedia, il minimo rumore possibile ad aprire la porta finestra che dava su un terrazzetto rosso mattone stile alveare, in punta di piedi, braccio indietro e...opplà! uno dietro l'altro, lanciai diligentemente nel cortile di sotto, sei o sette pacchettini di carne in scatola con una parabola degna di un giocatore di baseball. Qualcuno si era aperto in volo e briciole umide di gelatine si sparpagliavano nell'aria al rallentatore, provocandomi un disgusto che ancora adesso mi ricordo, e la consapevolezza, che stavo occulatndo le prove si, stavo barando, ma era per una causa giusta.
Decine di colombi si erano subito avventati sulla poltiglia spappolata dopo un volo di otto piani e le tracce rimaste non erano che qualche pezzetto di carta qua e là.

Così, dopo aver chiuso piano piano la porta finestra, dopo aver lasciato il piatto sul tavolo sporchiccio, ero andata con occhi bassi in salotto da loro.

Hai mangiato la carne? mi chiese subito mio padre.

Uhm, si.

Ecco, la prima bugia della mia memoria. Le conseguenze sulla mia psiche non le conosco, a parte che oggi sono vegetariana.

8 dicembre 2008

C'è una cosa che non sai quanta ne hai finchè non finisce.

E' il tempo!

Il giocatore emotivo

Si dice che i migliori giocatori di poker siano quelli che non esprimono emozioni con il viso. Non si riesce a capire se bluffano o sono ben serviti. Immobili, fermi, silenziosi.
Ci sono poi i fuoriclasse, coloro i quali con il viso, il corpo, le parole, i gesti, esprimono una gamma variopinta e carica di emozioni contemporaneamente. Un attimo hanno la fronte corrucciata, un attimo dopo un sorriso gli aggancia gli angoli della bocca, un attimo ancora dopo gli occhi si sgranano dallo stupore, e dopo pochi istanti gli stessi occhi sono capaci di stillare una lacrima incomprensibile, dolore o gioia?
Quelli sono giocatori invincibili per il tavolo del poker. Come potersi regolare tra uno slalom di emozioni disegnate su un volto? Mentre gli altri rimangono composti, quasi a trattenere il fiato, c'è quello che non sta fermo sulla sedia, ride, s'incupisce. Cosa capire di lui? Avrà un full o una semplice coppia? cos'ha da ridere, a cosa pensano quegli occhi rivolti all'alto? e ora, cos'avrà mai da piangere, o sbuffare furente?
In mano potrebbe avere solo colore e nessuno capirebbe che le guance paonazze lo sono per quello o perchè c'è molto caldo.
E' quello il momento in cui, il giocatore emotivo, tira fuori la sua arma segreta. Non è una carta dal polsino, nessuno bara, nel mondo delle emozioni.
E così mentre tutto il tavolo si convince ormai che tanto can can su quell viso si faccia per coprire un imbarazzo esistenziale, un'inadeguatezza del vivere, un cibo piccante o un pensiero sconcio. Nessuno in quel momento riesce a convincersi che davvero c'è un poker in quelle mani. Che davvero è reale, che dica servito. E lo sia, servito.

Perchè non si capisce, al circo, qual'è il colore degli occhi dei pagliacci.

Quello è il momento in cui , la realtà del tavolo si rallenta, un fotogramma si ferma e lui, il giocatore emotivo, fa la sua mossa.
E rilancia.
Rilancia. Si, e non si capisce un cazzo di dove vuole finire.
Lui rilancia.
Azzarda, perchè è nella sua natura rischiare. E rischiare grosso. E punta tutto quello che ha.

Tutto sul tavolo, con occhi che brillano.
Che sia un gruzzolo, un bacio, una vita. Nessuno lo sa.
Che sia un poker, una doppia coppia, o l'irreale scala reale. Nessuno lo sa.

Per vedere,
bisogna,
appunto,
giocare.

7 dicembre 2008

Esuberanza

C'è stato un momento in cui avrei potuto dire mille altre cose, avrei potuto sussurrare pensieri esistenziali, guardare le stelle e sospirare frasi d'amore, socchiudere gli occhi e in un filo di voce chiedere mi ami?, avrei potuto starmene in un magico silenzio e celebrare così quell'attimo di rara intimità.
Invece no. Mica ho pensato, mica ho ragionato. In un tutt'uno di corpo e mente e cuore spazio e tempo e gioia ho semplicemente esclamato con voce squillante una didascalia a quel momento, una postilla che definiva con semplicità brillante il mio stato:
"Che figo!!!!"

atmosfera

MI STO SENTENDO DICEMBRE DENTRO...

2 dicembre 2008

Più è grande più mi piace

Frutta a pezzetti disidratata, confezioni di ananas fresco già pulito e tagliato, un nuovo tipo di formaggio con le venature verdi, un'imperdibile offerta di pomodori perini per la salsa. Poi a sinistra, nel primo corridoio, le paste. Verdi, bianche, gialle, gialle e verdi, gialle e bianche, all'uovo e senza uovo, a ricciolini e a listarelle, ambrate e artigianali. Gli olii, con bottigliette che anche vuote andrebbero comprate. Vado avanti, secondo corridoio, le salse, le maionesi, e poi l'etnico! cous cous, boulgur, tempura e sushi, tacos e guacamole, riso thai, riso basmati e pure il selvaggio nero.
Mi gira la testa, ma avanzo. A noi due, verdure sottaceto, carciofini sott'olio, pomodorini farciti, alici arrotolate. Mi tuffo nella strada della drogheria e via a cremine tira di qua e tira di là, balsami lissliss, unguenti mani di fata. Detersivi ultralavanti, orsacchiotti che saltano su asciugamani, e verso l'orizzonte, le bibite. Coche, fante, birre a tutti i gradi che si vuole con singolo e doppio malto, vini accartocciati e bottiglie frizzanti, vinelli e champagne, accompagnati da patatelle e croccantini salati di tutti i tipi. Volutamente salto tutti i surgelati, mi perderei per ore tra i ricoperti alla nocciola e i preparati per griglia dimare, sofficetti e crocchettine. Consapevolmente scelgo di schivare le calze, calzerotti scaldotti, calze velate su decine di gambette mignon delle confezioni, mutandoni senza cuciture e magliette per la salute del maritino.
Che spenda cento euro o due euro e trenta per un pacchetto di bisoctti, girare per i supermercati mi inebria, mi incanta, mi assorbe. PIù è grande meglio è. Più è alienante e vario, meglio è. Un brivido mi percorre las cheina se una musichetta stile wallmart aleggia tra gli scaffali, e rischio un godimento improvviso se qualcuno mi sfiora il carrellorivolgendomi la solita, celeberrima domanda: Ma tu, questo ammorbidente, l'hai mai provato?

30 novembre 2008

valigia per

prossime mete desiderate:

San Francisco_ si, di nuovo, di nuovo, è una dipendenza...Vorrei vederla con altri occhi, andarci con un'altra persona per esorcizzarla, gustarmi di nuovo le atmosfere calde.
State Parks of California_ un viaggio avventuroso, tra le sequioie e le cascate, i panorami immensi e la natura più forte dell'uomo.
New York_ San Valentino a NY, esiste qualcosa di più consumistico e classsico?beh, io Central Park lo voglio vedere, e Brooklyn e la Fifth Av. e tutto tutto, a mento in su.
Australia_un'altra meta che non so descrivere.
Il Nord del mondo_dall'Olanda in su, Svezia, Finlandia,Norvegia... boschi immensi e camere caldissime.
Argentina_ un road trip, girarla in lungo e in largo, in macchina, fermandosi dove ci sorridono, alla memoria del Che.
(continua)

29 novembre 2008

Vergogna di me?

Incapace di scegliere se scrivere o prendere un sonnifero e non pensare più, scelgo entrambi. Non piango, non grido, non dico parolacce, non suono campanelli notturni, non scrivo sms pieni di punti interrogativi.
Sto, seduta. Molte domande si accalcano nella mia fronte e un attimo prima di formularsi, si dissolvono, lasciando una nebbiolina di nulla.

Non mi merito questo.
Sto,
seduta.
Fra un momento mi sdraierò e la mia pelle sottile e impresentabile,
diventerà un torpore
solo mio.

28 novembre 2008

Odio sentirmi di peso, sentirmi sbagliata, sentirmi sopra le righe, sentirmi esagerata. Odio sentirmi intollerante, esigente, egoista. Odio essere analizzata e studiata come una ragazzina interrogata. Odio sentire sulla pelle che non vengo letta nella mia dolcezza, nell'impegno che mi metto, nelle premure che metto in atto. Odio non sentirmi accolta, non sentirmi presa con complicità. Odio essere sfidata perchè l'amore non è una gara. La competizione non fa per me, non voglio piegare nessuno. Nessuna vittoria mi rende felice nell'amore.

Amo prendermi cura di chi amo, amo essere accarezzata, essere pensata e essere compresa con tolleranza e tenerezza. Amo la dolcezza. Amo la generosità di cuore. Perchè è dando, dando dando, che poi si riceve. Amo fare progetti, inventare obiettivi, sacrificarmi per loro, sentirmi una squadra, anche se di due. Amo essere ascoltata con stupore e dolcezza. Amo giocare, amo la c0mplicità. Amo ascoltare e imparare, con dolcezza.

Ho bisogno di un compagno forte, protettivo, dolce, comunicativo.
Che forse ha bisogno di una compagna forte, protettiva, dolce.

O forse invece indipendente, energica, solare.
O forse razionale, sbrigativa, efficace.
O forse dura, esigente, pratica.

Non lo so mica.

Non so quasi niente.

Tranne quella che sono e quello che posso dare.

27 novembre 2008

commenti a sproposito

Carosella:- "Nel commento a una sua foto su faccialibro ho scritto: ma quanto sei scemo, amore mio?. Mi chiedo: Ho sbagliato a scrivere "ma quanto sei scemo"... o ho sbagliato a scrivere " amore mio?".
Amica di Carosella :"Vuoi davvero la risposta?"

20 novembre 2008

19 novembre 2008

Trieste -Udine

Il treno intercity regionale delle ore setteecinquantasei è in partenza dalla stazione di Trieste e arriverà alla stazione di Udine alle ore ottoecinquantasette. Trenitalia vi augura buon viaggio.

Un senso di liberazione mi prende mentre i primi scossoni muovono il treno, facendo ondeggiare lievemente i passeggeri di fronte a me. A quest’ora è raro trovare visi svegli. Non ho mai saputo dare l’età alle persone, così mi chiedo in che fascia si trovi l’uomo davanti a me. Scarpe da ginnastica bianco indefinito, jeans con una lavorazione del denim quasi a righette, che non ho mai visto, si intravede una fettina di calza grigia, lì sotto. Provo a indovinare se è un uomo dai calzini corti. Non sopporto chi si mette le calze di cotone sottile con le carpe da ginnastica. Insomma le scarpe da ginnastica sono fatte per un motivo, se le vuoi indossare la mattina per andare a Udine e non sei un maratoneta che allunga il percorso di allenamento, allora mettiti un altro tipo di scarpe, oppure sii coerente e indossa calzettoni sportivi. Come se la coerenza fosse un cardine del mio stile. Io che accoppio borse hi tech a treccine e gonna hippie. L’uomo ha i capelli rasati a confondere la calvizie, viso tondo, di quel liscio satinato che hanno gli uomini che si sono fatti la barba da meno di mezzora, auricolari neri (mica bianchi...) incastrato nelle orecchie soffici e un lettore mp3 argentato nella mano sinistra. La sua espressione è immobile, lo sguardo fisso nel vuoto denuncia che è mattina presto. Abbiamo tutti questa espressione vitrea negli occhi, in questo scompartimento open. Non ho idea di come si possa chiamare questo tipo moderno di treni. Questo in particolare è piccolo come un grande pullman, ha un’unica lunga carrozza, e dentro è tutto aperto, arioso, open, appunto. Una specie di salottone espanso per pendolari. Quando sono salita non credevo che quel bussolotto che stazionava sui binari avvolto nella polvere contenesse all’interno uno spazio così moderno e originale. Ci sono dei divanetti a tre posti a forma di semicerchio, che appoggiano lo schienale ai finestrini. Così che lungo il corridoio ci sono questa specie di orecchie azzurre

Informiamo la gentile clientela che la linea Gemona Carnia , dal venticinque novembre al dodici dicembre duemila e otto, sarà interrotta per motivi di manutenzione. La linea verràa sostituita da una navetta bas (dice così, si). Ulteriori informazioni al sito vuvuvupuntotrenitaliapuntoit o al numero zero due, venti venti ventiquattro. Ci scusiamo con al gentile clientela.

che fanno sembrare i viaggiatori quasi partecipanti a un talk show, ma muti.
L’uomo dalle scarpe bianche si è tolto l’imitazione di wooldridge color noce e mi fa ammirare la sua felpa in pile grigio pecorella. Un rappresentante, di qualsiasi cosa, non può essere. Forse un tecnico di qualcosa. Ma la sua valigetta nera è un pò sportiva, ma non abbastanza. Non so, non sono abbastanza allenata al toto-mestiere. Improvvisamente non so per quale associazione, forse il ventre sporgente dell'uomo soffice, un’immagine si materializza dentro ai miei occhi. Virgin. Virgin Store , nel centro di San Francisco appena sotto a Union Square. Sono le 19.00 circa, la città è illuminata e siccome mancano 10 giorni a natale, sembra un sogno. Mi sto aggirando con gli occhi pieni di gioia al secondo piano del megastore con le braccia cariche di CD che voglio comperare. (...)

17 novembre 2008

Lo scrivo, che scriverò

Devo scrivere. Perchè c'è tanto da scrivere.
Devo lavorare tanto, ora, per potermi permettere del tempo per scrivere.
Poi quando scriverò, potrò permettermi di scrivere in giro, appollaiata su uno scoglio, o al tavolino di un bar sotto l'ombrellone a strisce, scrivendo di quello che vedo.
Perchè c'è tanto da scrivere. Ho storie nei pensieri, immagini negli occhi, cose da descrivere e panorami da cambiare.
Allora si, farò dei viaggi/scrittura, in cui mi allontanerò da casa per qualche settimana, un mese, con l'obiettivo di tornare con un libro.
Si, devo fare così. Perchè c'è tanto da scrivere. E lo voglio scrivere tutto.

e dopo una violenta pioggia, che sbatte e bagna la faccia contratta, le nubi tonanti ancora vibrano, ma schiarite si aprono e sotto alle porte sbattute, un lieve suono si amplia, riempiendo il cielo

sono i sogni, che tornano a mostrarmi l'orizzonte, stringo gli occhi,
era un anno che non li vedevo

me li stai portando tu?

16 novembre 2008

Tante

Quante volte nella vita si sente un clic nel telefono e si rimane lì, per qualche secondo, stupiti e offesi, attaccati al suono di un nuovo silenzio, prima dell'istante in cui ti rendi conto che sei stato escluso. Quante volte ci si sente sbagliati per aver alzato la voce eppure dentro lo si sa che era l'unico modo per difendersi, dalle parole taglienti. Quante volte si tocca il corpo di chi ci sta a fianco per dare un segno di pace. Quante volte si fa l'amore, ma l'amore rimane lì fuori, scuotendo la testa, a guardare il sesso che padroneggia. Quante volte si desidera di essere abbracciati e invece, si abbraccia.
Quante volte si ha di fronte una cosa bella, si allunga la mano a prenderla e ci si accorge che manca un centimetro. Un chilometrico centimetro. Un maledetto centimetro di razionalità, di paure, di anni di esperienze dolorose. Un centimetro pieno di immagini sognate, che non riescono a realizzarsi.
Quante volte si torna a casa con un senso di pace, e la consapevolezza che si sopravvive sempre.
Quante volte si sbaglia ancora, senza riconoscere che è così spesso lo stesso sbaglio, e non abbiamo nessuno che ci insegna a non sbagliare più. Quante volte i nostri desideri ci annebbiano la vista e ci impediscono di vedere. Quante volte le nostre paure ci irrigidiscono le pareti e ci impediscono di essere davvero raggiunti dall'altro.
Quante volte si riesce a credere che un bacio vuole dire amore. E che l'amore risolve tutto. E che l'amore vince, vince sugli impegni, sulle frustrazioni, sulle incomprensioni, sulla casa da pulire o le camicie da lavare, sulle telefonate violente, sul sesso senza baci. Quante volte si continua a dire, non voglio soffrire più. E questo non fa altro che far chiudere altre porte, una sull'altra, in un corridoio lunghissimo della nostra capacità di amare. E cercando di strutturare la nostra vita in caselle che ci riparino dalle incomprensieoni e dagli eventi, non si fa altro che accumulare ruggine sui cardini. E aprire la porta sarà sempre più difficile. E lasciarsi prendere dalle mani dall'altro sarà sempre più un'intrusione, nella placida tranquillità della sollitudine, costruite a da anni, l'unica hce non ci fa soffrire, non ci fa urlare, non ci fa difendere il nostro assurdo e innato bisogno di essere amati.

12 novembre 2008

Nè colpa nè merito, nell'amore

Ogni scelta che si fa nella vita, è la scelta giusta.
Ogni passo, ogni pianto, ogni amore lasciato, ogni addio subìto. Sono passi, sono briciole nella costruzione di una vita.

Amica mia che soffri e non sai neanche il più grande dei perchè, alza la testa, e sorridi degli occhi pieni di lacrime, perchè l'amore è un soffio, l'amore è una cosa che non sta da nessuna parte. Per questo non puoi trattenerlo, non puoi formarlo, nè plasmarlo. Forse puoi riconoscerlo, se ti sfiora, forse puoi seguirlo, ma non fermarlo, nè costruirlo.

La coppia invece è un mestiere, è la relazione che è un impegno e un dolce e arduo lavoro. E' la relazione a due che comporta sacrifici e progetti, buona volontà e onestà. E' la coppia che puoi veicolare o decidere per lei. Come viverla, se viverla.

Ma l'amore no. Non ha bisogno di niente. E' indipendente dalla nostra volontà e dal nostro giudizio.
Lo cerchiamo o lo fuggiamo. E lui ogni tanto arriva, e se la ride di noi, elargendo cuori che battono o porte che sbattono. In noi, nè colpa nè merito.

7 novembre 2008


La sento, la sento. La sento ad un passo, la sento appena dietro la porta, la sento come odore nell'aria. La svolta. La svolta buona. Una buona svolta.

Consiglio dall'alto

"Ogni volta che m'accorgo di atteggiare le labbra al torvo", dice Ismaele in Moby Dick, "ogni volta che nell'anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri, è tempo di mettermi in mare al più presto". Usa questa citazione come un calcio nel sedere metaforico, Sagittario. Non sprofondare nell'abisso emotivo descritto da Ismaele. Riparati prima di romperti! E vai per mare appena puoi, scacciando la depressione. Se non abiti vicino all'oceano, trova la cosa che gli somiglia di più. Passeggia sulle rive di un fiume o di un lago. Immergiti a lungo in vasche, saune e piscine riscaldate. Piangi, suda e abbandonati a copiosi orgasmi. Ascolta musica che ti fa sentire come se galleggiassi sull'acqua.

6 novembre 2008

Le parole si fanno dire. I fatti parlano di più.

e non c'è niente da capire

Le spalle che abbracciava erano di un ragazzo, poteva sentire il calore della carne, sotto la maglia di cotone scuro, un pezzo di guancia toccava la base del suo collo.
Le braccia che la stringevano, muovendosi impercettibilmente, la stavano ascoltando, tendendo i sensi fino a trovare un significato in ogni lieve spostamente delle mani o in ogni respiro differente da quello prima..
Secondi che trascorrevano come minuti.
Le braccia che la stringevano cercavano di darle pace e di trovare sollievo a un'arsura lieve e costante.

Un'odore, tra loro, cercava spazio. L'aria aperta che lui portava nella cucina si mescolava con l'aria di strada di sera che portava lei, al profumo delle pizze nel cartone appoggiate lì vicino, al lieve aroma di mirra che trasportava la pelle di lei, e di zenzero.
Le braccia di entrambi finivano in mani aperte, che lentamente strusciavano sulla stoffa, come a riconoscere sentieri battuti e sconosciuti.
Minuti che sembravano secondi.

Le spalle che abbracciava erano ancora una volta non soffocanti, apparentemente innocue. Non protettive no, colore dell'anice.
Di nuovo, come sempre.

Un'odore, lì nel loro abbraccio, trovava spazio. Di nuovo. Come sempre.

4 novembre 2008

Che paura uno squalo!

Tutto ebbe inizio

Ieri sera era tardissimo, ero molto stanca dopo una maratona di grey's anatomy che decretava con il termine della serie, l'inizio dei miei lunedì sera liberi. Mi sono avvicinata al computer, skype e facebook lampeggiavano, bip, bop, in effetti non mi ero messa non disponibile e molti spesso credendo che io non risponda volontariamente, mi chiamano. Ci sei? Yuhuhu! Alee!
Chiudendo le finestrelle che ormai avevano il tondino grigio di chi ha abbandonato la speranza, sono stata beccata in flagrante da E.

Aveva sfornato una pizza da poco e con le dita sporche di farina mi ha scritto tante piccole cose, tra le quali molte incomprensibili (sbocconcellando una pizza può succedere), ma altre si portavano dietro piccole immagini che si materializzavano avanti ai miei occhi.
Ho visto piazze di libri che volano, mani infarinate che accarezzano teste di bambini, treni che passano, campanelle che suonano, donne che posano nude ma senza mostrare nudità.
Ho visto il mondo piccolo, tante persone che pensano, tante idee che fluttuano da una testa all'altra in una polaroid, tante ali che potrebbero volare e che spingono sulla schiena.

Dopo i saluti, ho chiuso tutto e nel silenzio della sera diventata già notte, ho pensato a tutte le parole dette, a quello che le parole ti fanno immaginare e alle immagini che si portano dietro le parole per essere raccontate. Ho sentito farsi strada in me una storia. L'ho sentita in me mentre nasceva e si formava, semplice, completa. Una storia sempre stata là e mai ascoltata. Eccola, la storia che cercavo.

"Tutto ebbe inizio...

3 novembre 2008

pallottoliere

dieci sono le dita per tenere tutto tra le mani
9 sono gli anni che mancano a metà
otto il mio numero dell’anima
7 gli anni che avevo
SEI, sei alla fine 6 tu
5 sono gli anni di un amore
quattro è il sogno che credevo
3 è quello che rimane
DUE è quello che ancora spero
1 è quello che ora sono.

Consiglio dall'alto


TIENI DURO, mi dicono. Tieni duro e cerca di sistemare le situazioni difficili. Tieni duro e non scappare dove l'erba sempre più verde. O dove, aggiungo io, il tempo è tutto lì, davanti, non stiracchiato e non centellinato.
TRAVESTIMENTO consigliato, un anziano statista, un vecchio saggio, un maestro carismatico.
E io, che mi sentivo GATTINA?

2 novembre 2008

Sul piacere del dilatarsi del tempo e dello spazio

Quando in noi si fa strada la maturità, un senso di potere su noi stessi si accompagna ai dubbi e i pensieri sul tempo. Il fisiologico trascorrere del tempo ci trasforma la coscienza allargandola, distendendola. Potrebbe sembrare che il Tempo di fronte a noi sia più limitato, ma è vero il contrario, che siamo noi comprenderlo di più. A me sembra di vibrare nell'aria temporale. Sebbene ogni oggetto, progetto o ipotesi abbia una connotazione più realistica, meno sognante, meno chimera e più pianificazione, nonostante questo, sento fortemente che alcuni ganci della mia anima si evolvono, con guizzi semi involontari, saltando più in avanti, evolvendosi a tratti in qualche forma semplicemente... più. Più.

Se fossi un uccello le mie ali si allungherebbero come sotto l'effetto di un morfing, in punta di piedi scalzi sul culmine del tetto, si distenderebbero gradualmente e morbidamente fino a raggiungere dimensioni sfumate e infinite. Così che basterebbe un solo pensiero di contrarre le spalle, per sollevarmi e senza sforzo alcuno, se non di pensiero, volare.

Se fossi un pesce la mia coda sarebbe uno scivolo che si prolunga nel mare, fino a sfumarsi nell'acqua, chilometri di onda evanescente che continua a uscire dal mio corpo liscio. Così che basterebbe un solo pensiero di contrarre i fianchi, per scivolare fluido decine di metri avanti, chilometri, senza una definizione di spazio, trovarmi dall'altro capo dell'oceano solo con un battito di coda immaginaria.

Se fossi un uomo che fa l'amore con la sua donna, il mio pene si allungherebbe in lei senza trovare ostacoli, come un fantasma che oltrepassa le porte e le farebbe decine di giri dentro, si unirebbe alla lingua dei baci, ci si attorciglierebbe intorno come una catena mobile, dentro e fuori in un unico vortice di dissolvenza con il pensiero e l'essenza dell'unione.

Se fossi una donna che fa l'amore con il suo uomo, il mio ventre di amplierebbe
senza pareti nel tempo di un battito d'ali, lo conterrebbe in un bacio grande come una caverna, in un massaggio d'anima, in una discesa libera senza fondo, scivolosa e immensa come una sensazione di accoglienza spirituale e profondamente tattile come il centro della Terra.

Sono invece un essere, che contiene a malapena il senso di ciò che è e che, pur senza sapere dove inizia e dove finisce, continua a espandersi.






L'attesa è sacra

Non so che farmene di una persona che ad un appuntamento mi giunge puntuale.
Mi fa incazzare. Mi fa sentire una merda. Mai nella mia vita ho svilito un incontro in una scontata puntualità (...).
I miei lunghi anticipi, fatti anche di ore, sono il primo prezioso regalo che concedo all'essere umano che attendo. L'attesa è sacra. E più l'aspiriamo più eleviamo un'assenza. E' un dono del cielo aspettare qualcuno, perché soltanto da un incontro possiamo ricevere il privilegio di poter amare.
Ezio Vendrame, "Una vita fuori gioco"
(liberamente rubato dalla selezione di una persona)

1 novembre 2008

Zone Umide

Io non ne sapevo niente, lo giuro. Sono andata sbirciando in un'ora d'aria dall'ufficio e tra le migliaia di libri esposti, ne ho comprati due. Uno di questi era in alto, tanto in alto per la mia non alta statura. Ma il fucsia è per me come miele per un ape.
Eccomi tra le mani "Zone Umide", di Charlotte Roche, giornalista trentenne vj tedesca. Tradotto in italiano da una settimana, questo apparente innocuo libretto rosa è un successo colossale su Amazon. Chi lo compra, leggo su una recensione oggi, lo compra per capire una volta per tutte cosa diavolo sia lo «smegma». Eh?? si, questa Charlotte Roche scrive un libro su umori vaginali, culi, caccole, ingoi, capelli strappati, pensieri senza censura, nè di tipo perbenistico, nè di tipo sentimentale. Insomma una delle cose più nominate è l'umore vaginale che le consente pure di risparmiare su certi lubrificanti.
La collana di Rizzoli (la 24/7) è quella che ha pubblicato anche il libro di Guia Soncini, "Elementi di capitalismo amoroso"( ok, ok, lo devo leggere), mentre in Italia i paragoni sono stati fatti con Melissa P.(che solo a nominarla mi viene in mente Maurizio Costanzo, quindi non la nomino più).
Queste "Zone Umide" invece, questa Roche, me la ricorderò solo per averlo iniziato e finito in una notte. Socchiudendo gli occhi di fronte a pagine troppo disgustose, ma andando avanti a quella dopo, che mi ha fatto ridere a voce alta (non molti ne sono capaci, per iscritto). Tutto ha origine da una rasatura anale malriuscita, che procura un taglio alle emorroidi e che la spedisce all'ospedale. Questa la location. La protagonista, un'adolescente tedesca, sguaiata quanto sola, greve quanto tenera, senza pudore quanto illusa bambina di genitori separati.
Ok, in certi passaggi è davvero pesante da leggere, soprattutti per noi "italiane beneducate" (al formalismo, preciso), anche se porta piccole grandi verità, tabù per chiunque, dalle tecniche di evacuazione nei cessi pubblici alle dettagliate descrizioni delle sue passioni sensoriale, prevalentemente, dalla mania di coltivare piccole piante di avocado (sue uniche amiche) al privato ...utilizzo dei noccioli, così grandi e lisci.
Questa Helen, si assaggia (intimamente) in tutto il libro, annusa il mondo, rimane sporca (non si lava) per esperimenti di seduzione estrema, sembra così senza limiti che confesso che m'è venuto talvolta da chiudere il libro. Ma poi a farmelo riaprire è stata costantemente qualche riga di tenerezza, un velo di solitudine che copre tutte le pagine, che la porta a flagellarsi si nascosto per poter rimanere ancora lì, nell'ospedale dove sembra trovare un unico amico, dove spera di trovare un incontro tra i suoi genitori.

Io non ne sapevo niente, di tutto il can can che c'era intorno a queste Zone Umide, così mi chiedo se, a proposito di odori, un pò di fiuto ce l'ho anch'io.



Ciak

Da quando ho deciso di scrivere un libro, circa da 5 giorni, mi sono venuti in mente almeno 2 o 3 soggetti. Al giorno.
Punti di vista, soggettive, oggettive, scenari del passato del futuro, vite ipotetiche parallele, con risvolti drammatici, epiloghi comici, trame a sfondo giallo.
Un amico mi ha chiesto" se scrivi della tua realtà, sarai riconoscibile, potresti incorrere in reazioni impreviste, come ti muovi a proposito?"
Come mi muovo. Mi muovo che ormai, con sto facebook e sta carosella e sta vita in pubblico, non ci sono tanti altarini da scoprire. E mi muovo sul punto che la libertà è una parte del mio DNA, talmente radicata e scontata, che non mi pongo il problema.
Più volte, anche scrivendo qui, ho causato più di una telefonata o sms che finiva col punto interrogativo. Ma in un certo senso dò a questo un senso di bilanciere di coscienza. Io scrivo.
Cose finte, cose vere, cose sognate o temute. E chi legge faccia quello che vuole.
Quindi mi do ancora una settimana max per decidere. E poi comincio.
Ciak, si scrive!

28 ottobre 2008

Nuovo blog da non perdere

http://www.omardimonopoli.blogspot.com/

Quello che devo fare questa settimana

Sagittario (22 novembre - 21 dicembre)
Presto il mondo si troverà di fronte a una scelta: dobbiamo conservare quelle cose che finora hanno funzionato ma che oggi non funzionano più? O dobbiamo sperimentare alcune ipotesi che potrebbero funzionare in futuro, anche se non ne abbiamo le prove? Tu, Sagittario, potresti e dovresti metterti alla guida di quest'avventura epica. Per farlo chiama a raccolta il tuo coraggio nascosto e applica questo grande interrogativo alla tua vita personale.

Mai più gatto sul blog.

Si, ho esagerato. Lo so. Con la foto del gatto sul blog ho esagerato.
Va bene, non serve ripeterlo ancora! ne sono consapevole.
Chiedo scusa, non lo farò mai più.

26 ottobre 2008

Navigatore personale che la sa lunga


Ormai è sicuro, non ci sono alibi. E' l'età. Ok, mica sono vecchia, ma ho vissuto abbastanza perchè avvenga questo fatto strano. Cioè è come avere imbragato sulle spalle un aggeggio con un ferro ricurvo che mi arriva sopra la testa e attaccato là sopra, una specie di angioletto. Ok, diciamo un esserino, non un angioletto. L'esserino sono io, o meglio, è una me stessa uguale ma con una vista mooooolto più acuta di me. E poi, diciamocelo, è anche più facile da lassù vedere più da lontano.
Dunque, io non sono più sola. C'è un'altra me che galleggia a un metro sopra la mia testa e che come mestiere guarda. Guarda tutto, davanti, dietro, anche direttamente sotto (e lì ci sono io) e ogni tanto guarda pure in alto (e lassù non so cosa vede).

Io qui sotto sono assorbita dal vivere, mio figlio che improvvisamente rompe una clavicola a un compagno di scuola, mia figlia che si fa fare 45 treccine sulla testa (dicendomi perplessa a metà lavoro: mamma, ma non mi sembra che tu ti diverta...), un lavoro che sembra aumentare di giorno in giorno in modo inversamente proporzionale al guadagno, una casa che sembra rimpicciolire in modo direttamente proporzionale alla necessità di spazio dei suoi abitanti, insomma un grovigio di desideri e necessità e arrancamenti e sacrifici, degno di un film drammatico/comico.
Là sopra l'esserino, l'altra me stessa, esonerata dal vivere reale, che medita. Guarda l'orizzonte spazio temporale e ogni tanto mi lancia un segnale. Una sorta di navigatore personale.

In questo periodo la mia appendice galleggiante visionaria mi dice sempre la stessa cosa. Io sono qui sotto impegnata in mille attività, e lei lassù che cerca modi per comunicare e mica è semplice farsi ascoltare da me, in questo casino.
Ale, non perdere tempo.

Questo mi dice.
Non aspettare, che non c'è niente da aspettare.

Questo mi ripete.

Ale, guarda i bisogni di oggi, e cerca di soddisfarli, oggi. Non aspettare.

E poi insiste, mica desiste.
Ale, ora lo sai cosa vuoi. Prendilo. Oppure no. Ma sappi che non arriverà, aspettando. Ale, la vita è oggi. Oggi. Oggi!

Io, qui sotto, mentre faccio la doccia in 22 secondi, mentre sto con gli amici, mentre scrivo sul computer e c'ho il crampo alla spalla, ogni tanto faccio finta di non sentirla. Accidenti non posso stare tutto il santo giorno ad ascoltare questa qui che mi dice, oggi, oggi, oggi!

Però lei fa il suo mestiere, e lo fa a puntino. Così stamattina di domenica io sto qui, e l'ascolto.
Si, ci penserò, esserino con la vista lunga. Ci penserò a ciò che voglio davvero. Non domani. Non dopodomani, non quando avrò tempo.
Oggi, oggi, oggi.


23 ottobre 2008

Morire succede continuamente.
Ma da vicino è un'altra cosa.
Morire a 13 anni è un'altra cosa.
Morire a 13 anni tanto vicina da essere la migliore amica di mio figlio
è un'altra cosa.

Non so cosa dirgli e piango con lui.
Niente può togliergli il dolore di un'amica che non ci sarà più.

Mio figlio ha 13 anni. Gli sembra impossibile morire a Trieste, a 13 anni, lentamente.

Mi ha chiesto perchè.

Se lo chiederà per tutta la vita.
E nessuno, come me, gli saprà mai rispondere.

Così, semplicemente, piango con lui.

20 ottobre 2008

Ancora...

Un abbraccio. Un semplice abbraccio di uno due secondi. Che poi ha indugiato e si è protratto per qualche altro momento. Una persona che non ho mai visto, se non in video. Che poi vedo e che in un istante mi sembra naturale abbracciare. Assolutamente niente a che vedere con quelle cose formali di baci nell'aria sfiorando zigomo con zigomo. No, parlo di un abbraccio vero, un pò stiracchiato a causa di una consolle di mezzo,ma gustoso e bello. Di quelli in cui ti avvicini, in cui senti la consistenza dei capelli e la sostanza della stretta. E non solo. Senti lo slancio sincero, partito per coprire un attimo di imbarazzo, senti la persona pulita, senti che puoi abbracciare e anche stare lì un momento in più, a goderti quello scambio di vita e di energia. Aperto, dolce, istintivo, vero.

19 ottobre 2008

Sterco e stelle, anche per voi sono così?

Sagittario (22 novembre - 21 dicembre)

"Sii umile perché sei fatto di sterco.

Sii nobile perché sei fatto di stelle",

dice un proverbio serbo. Prevedo che presto avrai la prova concreta di questa profonda verità, Sagittario. La sfida sarà resistere alla tentazione di credere che sei più sterco che stelle o più stelle che sterco. Non sarà facile, visto che praticamente tutti quelli che ti circondano pensano che tu sia l'una o l'altra cosa. Ma ti assicuro che puoi farcela. Puoi trasudare gioiosa serenità rimanendo al centro del paradosso.


Prospettive#2

  • E' successo di nuovo.
  • Gli ho mandato un messaggio.
  • E non mi ha risposto.
  • Me lo aspettavo.
  • Certi messaggi li odia.
  • Sono anche stata attenta alle parole da usare.
  • Niente sei speciale.
  • O solo tu sai capire.
  • O ti abbraccio come uno dei nostri abbracci.
  • Niente passione travolgente.
  • Nè riflessioni appassionate sul passato.
  • Era un compleanno in fondo.
  • Il suo, non il mio.
  • Dovevo chiamare forse.
  • Ma forse sbagliavo orario.
  • E se era con lei, erano guai.
  • Avrebbe fatto finta di essere spontaneo.
  • La finta spontaneità è acida come il latte andato a male.
  • Mi sarei offesa.
  • Oppure avrebbe risposto a monosillabi.
  • Mi sarei offesa.
  • Magari mi beccavo un hai sbagliato numero.
  • Mi sarei offesa.
  • Mi sembra di essere un'amante.
  • Ma era solo un compleanno.
  • Allora gli ho mandato un messaggio.
  • E non ha risposto.
  • Forse mi risponderà lei.
  • Grazie degli auguri, X è temporaneamente impegnato. Deve riprendersi dalle sberle.
  • Auguri!
Auguri

18 ottobre 2008

Ritardo e parmigiano





Vestita con un minikilt da lolita rosicchio una crosta di parmigiano, sporcandolo di rossetto.
Ma cominciamo dall'inizio:
Ho appuntamento con il mio migliore amico che è reduce da due feste di compleanno nello stesso giorno. Mi passerà a prendere e andremo alla terza. E poi in un locale trendy, un pò sdrucito, un pò "nonsononmicafighetto" dove ci sarà un altro amico che mette la musica.
Avevo previsto una serata da sola a casa, mogia un pò nostalgica, un pò tristina, diciamolo. Ma sentivo quasi di meritarmela. E invece, reclutata nel pomeriggio mi sono preparata a puntino, e sono pronta da ben 50 minuti. No, no, io non sono mai in anticipo, proprio mai mai, neanche a partorire. Ma lui è siciliano. Rilassato. E va bene così.
Solo che mentre mi pregustavo le schifezze mangerecce da festina di compleanno già un'ora fa...ora ho una fame improvvisa e urgente che mi mangerei anche lui. Ceno? ma no, magari suona ora. Mica mi posso mettere a cucinare alle 10 di sera prima di uscire. Apro il frigo e saltella fuori solo il prosciutto dei ragazzi, il resto è come dire crudo. Io non mangio carne. O meglio carne che camminava. Quindi, risultando che il prosciutto era proprio parte integrante di un arto di maiale che gli serviva per camminare, io passo. Chiudo e riapro nevroticamente un paio di volte il frigo, come se all'improvviso si potesse materializzare all'interno, non so, un tramezzino ai carciofi, un avanzo di pasta di ieri. Macchè, niente. Sempre il prosciutto che mi guarda. Io lo guardo e faccio no con la testa. Sì mi sento almeno particolare a parlare al prosciutto. Ma tutto sommato ci è abituato. Infatti fermo immobile come un cartoccio di prosciutto sa essere, mi fa notare la sua sinistra. Ma guarda un pò cosa c'è lì, di traverso, con il domopack tutto rovinato. Un retro/formaggio. Il sedere del parmigiano! Lasciato lì, per lo stesso magico meccanismo per cui spero che nel frigo succeda qualcosa quando non lo guardo. Magari che si autorigeneri e ritorni quel bel triangolone giallo ora che era una volta. Invece no, un vecchietto secco. Ma ciao, avanzino. Faccio la gentile...Mi stupisco di me stessa mentre appena un attimo dopo il mio dolce saluto, arraffo velocemente l'affare e con un gesto fulmineo lo spoglio e voracemente lo addento, rossetto o no, io l'addento. E gli faccio anche le corsie con i denti.

Eccomi. Il mini kilt, le scarpette con i tacchi, borsina e occhi sfumati di blu.
Che rosicchio una crosta di parmigiano. E me lo gusto proprio, e non voglio sprecarne neanche un ricciolino. Mi piace tanto, mi ha fatto scattare la fame vera e ora lo sto riducendo a vista d'occhio. Ora è così sottile che si piega, ommioddio ho inventato il parmigiano elastico. Ma non devo arrivare a fare il buco, tutti lo sanno quante schifezze ci stanno appicciate alla crosta del formaggio. Tutte le mamme lo dicono e tutti lo sanno, mi dico mentre mordo, risucchio e mastico avidamente quel rimasuglio.

Drin!
Mi fermo. alzo lo sguardo fino alla superficie del frigo di alluminio. E vedo una quarantenne con una gonnellina improbabile, la giacchetta già su, con un cosetto ex giallo oro (ora ormai color mattone) molliccio e bagnaticcio in mano, con la bocca indicibilmente sporca. Un alone rosso bordeaux aleggia su mia mezza faccia, l'espressione è stupita. Direi anche piuttosto stupida.
Ma chi sono io?
riesco solo a chiedermi, prima di raggiungere lo scottex e grattarmi le labbra paonazze.

Esco senza rossetto, in fondo è trendy anche questo.

17 ottobre 2008

Oscuro o non oscuro? questo è il problema

Lievemente turbata da alcune immagini, mi chiedo ancora una volta se i pensieri oscuri e nascosti li ho solo io o li hanno tutti. Mi chiedo nel caso li portassi alla luce, sarebbero ancora pensieri oscuri? e sarebbero ancora attraenti?

16 ottobre 2008

proverbio cinese#1

Come una salda rupe esposta alle tempeste, immobile sarà il cuore della donna che ama.

"Non mi va di essere preso per il culo."

Le natiche, normalmente coperte nella maggior parte delle culture, possono essere esposte come segno di protesta,per provocazione o per semplice divertimento. Scoprire le natiche di qualcuno all'improvviso può essere fonte di umiliazione (da questo deriva la locuzione "prendere per il culo" come sinonimo di "prendere in giro, dileggiare").

Non mi va di essere preso per il culo.

Se esistesse un libro di comportamento di tutte le situazioni della vita lo vorrei pubblicare e come editore diventerei milionaria. Lo intitolerei proprio così:

Non mi va di essere preso per il culo.

Capitolo uno: quando succede che si fa un torto, ecco cosa fare. Capitolo due: quando succede che si delude le aspettative, ecco cosa fare. Capitolo tre: quando non si riesce a rendere felici chi si incontra, ecco cosa fare. Capitolo quattro: quando non capisci, ecco cosa fare.

15 ottobre 2008

Prospettive#1

  • Ormai sono giorni che non mi manda un messaggio.
  • Oggi non mi ha telefonato.
  • Perchè, ieri si?
  • L'ultima volta che l'ho vista sarà una settimana fa.
  • Mi è passata davanti e mi ha guardato per un momento in più.
  • Si, l'ho visto bene come mi ha guardato.
  • Ne sono quasi sicuro. Era un messaggio, quello sguardo.
  • Forse la chiamo.
  • Forse no. Meglio aspettare che sia lei.
  • E se lei non chiama?
  • Allora la chiamo io.
  • No, meglio di no. Non voglio soffocarla.
  • Ma se non la chiamo, e non la soffoco, e poi lei non mi chiama?
  • Finirò per non vederla.
  • Chissà cosa sta facendo ora.
  • Chissà con chi è.
  • Ok, non la chiamo. Ci mancherebbe telefonarle e trovarla in compagnia.
  • Magari non mi risponderebbe.
  • Che poi potrebbe essere in compagnia e desiderare comuque che la chiami.
  • Oppure no.
  • E se mi rispondesse e capissi che è in compagnia?
  • Rimarrei di sasso e non saprei come reagire.
  • Allora direi qualcosa di stupido e banale.
  • O forse sgarbato e aggressivo.
  • Così poi non la sento proprio più.
  • Magari è in pericolo.
  • Magari la stanno rapendo e lei sta pregando che io la chiami.
  • Magari non ha più un centesimo nel cellulare.
  • Magari è partita.
  • In pratica però lei non chiama.
  • Certo, crede che la chiamerò io.
  • Secondo me mi pensa.
  • Si, ne sono quasi sicuro.
  • Mentre aspetto di chiarire questo quasi, bevo un altro caffè.
  • Magari la chiamo stasera.
  • O magari mi chiama lei. Stasera.
  • Devo vedere cosa c'è in tv.
  • Se c'è Grey's Anatomy non mi telefona di sicuro.
  • Guarda Dereck e si ipnotizza.
  • E anche se c'è un film avventuroso, non mi chiama.
  • Accidenti.
  • C'è la qualificazione del Mondiali 2010.
  • Mi chiama.
  • Si, allora mi chiama.
  • Che bello.
  • Chissenefrega dei Mondiali di calcio.
  • E poi c'è Italia -Romania. Vinciamo.
  • Si, ne sono quasi sicuro.

10 ottobre 2008

Volute e scelte

Vi prego mettete Wonderful World o Chasing pavements o la musica che vi stringe e lasciatela scorrere qualche minuto non chiedo di più, infilatela nelle cuffie e alzate il volume. Mi sento un pò così, un involucro di carne e capelli ripieno di sensazioni che volteggiano e si attorcigliano come volute di vapori. Sussurro piano e la mia voce prende forma di musica, provo a cantare, a parlare con gli occhi chiusi. Parlare piano, sussurrare all'orecchio. Mi sento sensi. Da che cratere sotterraneo fuoriesce questa energia lavica, fare l'amore non credo che basti, correre forse, respirare di notte sul tetto. Punta maniacale di vita. Le gambe lisce, le ciglia socchiuse. Gira gira l'acqua nel lavandino, come una giostra intorno a me. Uomo, guardami, e quando mi guardi, vedimi. Apri la bocca umida e dimmi ti amo, e con quell'amo legami e tienimi, incatenata a un destino che come un'alga s'appoggia, come un albume d'uovo s'imbianca in un istante di ghisa bollente, come una medusa s'attacca alla pelle, lasciando cicatrici. Non darmi scampo, non darmi scelta. Pretendimi. Prendimi in una mano e portami via, perchè io non voglio più scegliere.

Leave the body leave the mind

Leave the body leave the mind

la prima frase di una canzone, la prima canzone della giornata. Prendendo a prestito questa modalità da una persona che so che mi legge, battezzo così questa mattina.

8 ottobre 2008

Sex or Love? ditemi la vostra!

Tema:
Come si fa a capire se un incontro intimo è stato sesso o amore? Quali sono i sintomi "pratici", quali i gesti, i campanelli d'allarme, gli indizi che portano l'uomo e la donna a rendersi conto che è amore e non più sesso?
e ancora, può, all'interno di una storia d'amore, apparire solo il sesso, a volte? O ciò è sintomo di una discendenza dell'amore?
Svolgimento:
Sì è tardi e sono un pò confusa e assonnata, e con questi dubbi amletici vado a dormire. Spero che mi aiutiate
(dichiarando il vostro sesso di appartenenza_ parlo agli anonimi) a mettere insieme dei dati che mi facciano riposare più tranquilla e serena nei prossimi giorni.
Mi raccomando, forza con i commenti, non fate i soliti sbircioni silenziosi! Voglio risposte!

7 ottobre 2008

Se fossi alta

Se fossi alta camminerei più spavalda. Se fossi alta scuoterei spesso i capelli come una puledra e camminerei con le spalle più curve e il petto meno in fuori. Se fossi alta avrei molto più spazio da usare in casa, arrivando agli scaffali più alti. Se fossi alta non avrei bisogno di due cuscini sulla sedia di cucina per stare comoda al portatile sul tavolo di legno.
Se fossi alta guarderei la gente negli occhi in autobus in orizzontale. E a letto toccherei i piedi del mio uomo con i miei, baciandogli la bocca. Vedrei di meno la polvere negli angoli del corridoio e forse mi preoccuperei di meno. Se fossi alta non mi farei i lividi alle caviglie, portando le grandi borse della spesa piene di spigoli e non dovrei piegare le braccia facendo le scale.

Se fossi alta, non mi inclinerei sullo scooter ai semafori per toccare bene per terra. Se fossi alta non avrei lo scooter, ma una moto. Mi metterei meno le gonnelline per non sembrare una cavallona e userei meno i tacchi. Se fossi alta non mi andrebbe di frequentare i ragazzi bassini, che invece certi mi piacciono. Se fossi alta non mi si potrebbe prendere in braccio, sul divano, nè coccolare stretta tra le braccia, facendomi il giro. Se fossi alta non mi terrebbero così spesso la porta per farmi passare e non avrei lo stesso gusto a salire sui tacchi a spillo.

Se fossi alta forse sarei più spavalda ma farei meno tenerezza, non potrei guardare i vigili con occhi sgranati e sbattimento di ciglia, dal basso in alto per non farmi dare la multa. Se fossi alta sarei meno spiritosa e meno passionale, perchè avrei meno la sensazione di tuffarmi nelle cose, come fanno le piccoline. Sarei più vanitosa e meno paperina. Mi muoverei meno come una gattina e non avrei un figlio di 14 anni da sgridare dal basso. Avrei i piedi più grandi e i sandalini sexy non mi starebbero così. Se fossi alta non starei sdraiata comoda nella vasca da bagno piena di bolle e a sciare veloce farei più fatica.

Se fossi alta, credo riderei di meno, sarei più composta, avrei meno bisogno di agitarmi per farmi notare, sarei meno colorata. E forse i capelli non sarebbero così ricci e e non tenderebbero verso l'alto, come fiori scuri che vogliono crescere.

5 ottobre 2008

Io non ho più tempo da regalare.

Dimmi una cosa che io non so di me.
















Stefano Momentè
dall'anima universale, tecnica mista su cartone telato, 2003

4 ottobre 2008

Expo Mittelschool sapori e godimenti

Sembra strano ma anche vivendo in una città si può continuare a scoprire nuove abitudini e ambienti. Mi è successo questo, ieri sera. Ero uscita per l'inaugurazione di una banka alla quale ho dato un piccolo finale contributo, per il lancio pubblicitario. Strani personaggi pinguineschi si affollavano intorno ad un gazebo in centro città, dove tagliavano prosciutto e mescevano vini di tutti tipi. Non era il mio ambiente ( a parte la "gente d'agenzia") e poi non mangio carne, ma sono stata volentieri là, gironzolando come in una città calda, con un prosecco in calice grande e godendomi il dondolìo sulle mie scarpine di vernice rossa. Quando però gli avventori sono diventati sempre più quelli con i gilè di pile e il naso rosso, la mia bella amica PR, agitata per aver individuato f i n a l m e n t e un uomo che le piaceva, mi ha trascinata via da lì. Destinazione zona Rive, Expo Mittelschool, luogo dove aspettavano i VIP, all'apertitivone lussuoso. Io, mai stata, ma facevo finta di niente. Tanto basta metter su la mia faccia da snob e mi credono tutti.
Dunque, ambiente carino e sobrio, chiccoso ma senza stravaganze. Ancora più uomini in giacca scura (no buono for me), ancora meno donne (questo sì!). Bicchieri da degustazione, e una rotazione di mini piattini e assaggini da alta scuola di cucina. Ma che buoniiii. I miei occhi si sgranavano su vasetti (tipo della marmellatina) con un cucchiaino trasparente allegato, pieni di un liquido bollente biancastro. Cos'è? chiedo perplessa al cameriere che orgoglioso me ne porge uno. Gamberi d'acqua dolce all'acqua pazza. Se nella vita reale ci fossero gli emoticons, mi sarebbe venuto fuori dallo sguardo la faccina gialla dubbiosa. Vabbè, faccio la sciolta, assaggio và. Mmmmm, bollente brodino profumato ma leggero leggero leggero con mezzi pomodorini, giuro di diametro di un centimetro, qualche grano di pepe, e un gambero, laggiù sommerso, talmente dolce e morbido che premendolo contro il palato... ho socchiuso gli occhi. Il cameriere ha ammiccato, soddisfatto. E poi cosa dire... mi ha strabiliato con un accostamento con un audace vino rosso delle nostre terre, e subito dopo schiaffeggiata moralmente con un altro bocconcino da mille una notte. Spiedino mono boccone di salmone spolverato di Kren. Kren! dico Kren! vabbè, ero già quasi stesa dal godimento. Ma non bastava. Arriva un piatto con un fritto tempura di verdurine e scampi, ma talmente impalpabile e croccante che faceva scroc. E subito a ruota, un mini piattino nero reattangolare con 5 lacrime di formaggi paradisiaci affiancati da una virgola di miele leggero. Il tutto danzava con altri vini, di cui solamente gustare il bouquet e via, arriva un altro...Ormai non vedevo più giacche scure, e uomini impettiti, ma solo il sorriso della mia amica, che ormai brilla farneticava sul destino di donna sola e che cercavo di consolare sul triste
fatto che l'uomo che le piaceva avevamo scoperto irrimediabilmente gay. Felice di essere parte di quel meraviglioso mondo delle D.Q.F.B. C. (Donne Quarantenni Felici e Belle e Consapevoli), mi sono lasciata conquistare definitivamente dal dolce finale: bicchiere nero di gelato allo yogurt condito da... olio d'oliva. Olio d'oliva! Sì!.

Se la cucina è metafora della vita, allora prendiamo nota tutti. Dopo il salmone con il kren e il gelato all'olio doliva (sensazionale), allora... tenetevi forte, in cucina e nella vita, perchè può davvero succedere di tutto.
Quindi, avanti tutta! Tanto i sapori si mescolano sempre, gli ingredienti nuovi saltano fuori e insieme a quelli sempre avuti in dispensa, possono portare dei godimenti inaspettati.

3 segreti per rendere felice un uomo (S.S.C.)

Minichat con L. su Skype
(L. è un'altra delle mie amiche più fuori che dentro di cui è costellata la mia vita)

L. "Ale, smettila di fare la lottatrice! la vita è fatta per essere goduta"
A. "Uh".

L. "Capito?"
A. "Si, ma non so se sono capace. Non più..."

L. " 'scolta: una cosa mi permetto...
nessuno è perfetto (fa pure rima)
nemmeno noi lo siamo (cioè io e te si)

ma il resto del mondo...

per cui forse l'amore ha a che fare anche
con l'accogliemento dell'altro nel bene e nel male

poi sai bene che gli uomini sono bimbi cresciuti

sesso

dirghe de sì el più possibile (trad. dirgli di si, il più possibile...)

e coccole

e poi son contenti (se non sono degli idioti)

ma a noi non piacciono gli idioti."

3 ottobre 2008

Delirio radiofonico aggiunto in agenda

Siccome non ho tanti impegni e le mie giornate trascorrono oziose nell'oblìo della noia, ho pensato di riempirle con un nuovo impegno. Il caro amico R., impegnato all'Università come docente (sui generis, vista la postura, l'età e la propensione spontanea alla procreazione), mi ha proposto un avventura (no, non sessuale). Radio. Si, Radio. Una trasmissione radiofonica. Te la senti di farla settimanale? mi ha chiesto ieri. Ecccerto, mi sono sentita rispondere.
Stupefatta dalla fucina di energia che trabocca nelle mie giornate di quarantenne, inserisco quindi anche questa nota, nell'agenda mentale di questi mesi.
La mia agenda mentale è una specie di MentalMoleskine, ma distesa, non rilegata, in cui tutte le giornate sonon foglietti di carta distesi uno vicino all'altro, in una piattaforma mostruosamente complessa e precaria, in cui immagino di segnare, scribacchiare, tracciare, appunti, appuntamenti, cose da fare e cose da cercare. Bene. Ora su questi foglietti mentali (di cui ogni tanto qualcuno se ne perde, o di cui un angolino fondamentale finisce sotto a un altro) ci appiccico su un post-it supplementare, fucsia. Radio. C'è scritto.
Next post vi racconto cosa farò, alla radio. E mi direte cosa ne pensate. Se ne avete voglia ( certo però, che di commenti siete proprio di braccino corto! mi sa che ha ragione B.: li spaventiiiiiii!)

2 ottobre 2008

Saturday night date

Io mi organizzo e prevedo gli impegni ben pianificati, aperitivino e poi il Pecha-Kucha e poi forse il Twister, dove Japanese con il fiore all'occhiello animerà una festa a occhio e croce vivacissima. Ok, queste sono tacche sicure di un sabato sera mondano.
Dopodichè, se ci sarà un principe azzurro che mi passerà a prendere su un cavallo bianco...potrei diventare molto più asociale.

30 settembre 2008

E' l'anima sparsa

Oggetto: Your 5 New Matches on 'Are You Interested'! (ovvero: Please don't click on me)


Caro Mimmo, abitante di facebook, a questo punto credo che tu abbia una vita triste e difficile e sia passato attraverso un'infanzia traumatizzante, perchè altrimenti non credo si spiegherebbe la tua (seppur lusinghiera) determinazione a cliccarmi un giorno si e uno no su facebook. Non so se qualcuno si è mai accorto che io NON uso quella cosa lì di cliccare chi mi interessa! Ogni benedetto o maledetto giorno, sistemati i ragazzi e avviati verso scuola, affronto due delle mie principali dipendenze: il mac e il caffelatte. Ecco. E ogni benedetta o maledetta mattina la posta contiene da un minimo di tre a un massimo di sette scrittine "Are YOU Interested?".
Ebbene, NO! no!no!no!no!no!
Signor Facebook, io non sono interessaaaaata. Io non clicco, io non so chi mi clicca. Io non guardo neanche chi mi clicca. Io non sono una cliccabile. E mi ritrovo cliccata! Il che potrebbe aumentare la mia autostima, e va bene, ma insomma ogni mattina vorrei vedervi, ad accogliermi in cucina, capelli spampanati e occhialetti da nerd, pantaloni del pigiama a rigoni e maglione informe! Ha! non ve l'aspettavate eh!
E a te, Mimmo, il più acerrimo cliccatore della storia, chiedo, con una mano sulla coscienza: se in un anno non ti ho mai risposto... non sarà un segno? Mentre io cerco di eliminare questa applicazione misteriosa dei "clicchi", mi chiedo: ma tu, Mimmo, hai un applicazione tutta speciale tipo "I AM INTERESTED ONLY ON Alessandra?" oppure sei un cliccatore speciale e clicchi su tutte? Il mistero ormai si fa fitto.
Si accettano ipotesi di risoluzione.

28 settembre 2008

L'appuntamento

Le braccia s'indurirono per reggere il lavoro,
non per avvolgerti i fianchi.
Gli occhi svelti a calarsi avanti ai tuoi,
si sono allenati a guardare per terra salendo in montagna,
La bocca che ti raccoglie di baci, viene da un'altra sete.
Niente nel corpo si preparava all'appuntamento
tranne l'orecchio, di sentinella al primo olè del sangue.
(Erri De Luca)

Una meta per l'inverno


Sta per aprire in Corso Italia. Serve dire altro?

27 settembre 2008

Volevo dirti

Stretti in una fredda terrazzina, con le nuvolette di calore che uscivano dalle parole, tu e io ci siamo seduti per terra. Dentro la gente produceva tanto calore che i vetri erano appannati e il risultato era da tempo delle mele senza tempo, con luci rosse e blu che lampeggivano e i tonfi dei bassi che facevano vibrare la maniglia ritmicamente.
Le mie ginocchie ghiacciate erano nude e per nulla riscaldate dalla gonnellina chiara arricciata i vita, di seta grezza leggerissima. Chissà perchè ce l'ho tanto con questa cosa di indossare cose estive e cose invernali insieme, come se questo mi annullasse nelle intenzioni le stagioni. Gambe livide dal freddo e spalle coperte da maglioncini soffici.
Accucciata dietro la portafinestra, poco più di dieci centimetri tra un ginocchio e l'altro bastava a farmi sentire tutto l'inverno che passava di lì. Mi sentivo molto agitata ma al contempo sollevata da essere in un certo senso costretta in un angolo da te che mi stavi davanti, rivolto verso di me, con il viso inclinato. Erano settimane che volevo parlarti, ma ora con gli occhi bassi non riuscivo a trovare la prima parola. "E' tanto tempo che volevo...", no tanto lo sappiamo che siamo qui per questo "Mi sono decisa finalmente a dirti questa cosa", no che poi pensa che ci penso da una vita "Dunque ci ho pensato bene...", ma che scemenza sembro una ragazzina interrogata.
Tu aspettavi intanto, giocando con il dito sul cinturino di una mia scarpa, e sfiorando ogni tanto il dorso del piede.
Respiravo lentamente e profondamente, come se a ogni respiro potessi prendere più coraggio. Mentre cercavo nelle onde delle mie buone intenzioni lo slancio di partire, e dirti che no, non potevamo più stare insieme, che non mi bastavano gli abbracci muti, che non potevo più vivere temendo il tuo distacco e le tue mani che mi cercano la pelle senza una parola, mentre stavo per, si stavo per, tu, che sembravi scivolare sempre più giù, quasi all'altezza dei miei polpacci, hai alzato la testa d'improvviso, come allarmato da un suono, come avvisato da un mio pensiero più rumoroso. M'hai guardato, aggrottando le sopracciglia, interrogandomi, stupito. Abbassa gli occhi, chiudi quelle armi improprie_ho pensato forte. Ma tu niente. Muto, indignato da quell'istante silenzioso, m'hai puntato, fissandomi sfacciato. No, non te lo permetto. Non puoi entrarmi nella testa a tuo piacimento, no, non esistono queste cose, mica puoi sapere che ti sto per lasciare. Maccheccavolo, non siamo in un film di fantasmi, e smettila di guardarmi così, ormai è deciso. Maccheccavolo non mi rendere le cose più difficili, cosa vuoi dirmi con quegli occhi che si socchiudono lentamente per poi riaprirsi, come un teatro a domicilio.
Dischiudi le labbra, i secondi rallentano. E ora sono io che attendo, istante per istante, cosa uscirà con il vapore caldo dalla tua bocca. Sgrano gli occhi e leggo dai lenti movimenti delle tue labbra, finalmente, si, leggo quello che mi dici, lentamente: " S-e-i -sen-za- mu-tan-di-ne".

10 step per me _ agosto/settembre 2008

Tra agosto e settembre ho raccolto alcune osservazioni, determinate da altrettante esperienze, di diverso tipo e su argomenti vari. Ne elenco qualcuna per condividere la mia esperienza.

1. Entrare in un network è fondamentale per sopravvivere (come ho fatto finora?).*

2. Dopo un pò che non si fa sesso, c'è la fase REM (in cui sogni erotici procurano al corpo lo stesso piacere che non gli concedi in vita da sveglia). Infine, c'è la fase GURU (in cui con molta meditazione ti convinci che il sesso non è indispensabile e che non fatto con la persona che ami, non è una cosa buona e bella)**

3. Gli yogurt Activia funzionano e non serve restituirli. Loro lo sanno, per questo lo dicono.

4. Agosto può essere bello anche senza andare in vacanza lontano.

5. Comprare il primo reggiseno della propria figlia dovrebbe essere celebrato come la perdità della propria verginità o come il primo dente da latte che cade.

6. Le banche sono veramente subdole. Mettono delle clausole piccole per non farti rendere conto che il conto che hai aperto perchè costava 1 euro al mese e fai tutto on line e non usi lo sportello e puoi fare tutte le operazione che vuoi dentro a quell'euro, non è più vero. Perchè ogni cosa che fai da un certo momento in poi, ogni cosa costa 1 euro. Un bonifico e un pagamento. Anche un buongiorno all'omino della banca, anche un parcheggio davanti alla banca.

7. Regola dei libri #1: più librerie metti in casa più libri hai. Non il contrario (questo per un processo autorigenerativo non scientificamente spiegato, ma clinicamente dimostrato).

8. Certi capelli bianchi non si colorano mai. Con nessuna tintura, con nessuno shampoo. Mai. Con niente. Sono stati modificati geneticamente a nostra insaputa durante qualche notte di luna piena dagli angioletti per ricordarci che non si può barare con il tempo che passa.

9. Certe rughe invece, possono diminuire. Se piangi per 6 mesi vengono due rughe grosse e tristi tra le sopracciglia. Se ridi per i 6 mesi successivi, si attenuano quelle e si spostano sull'esterno degli occhi (là dove zampettano le galline).

10. L'Aperol Souer è davvero buono, ma costa esattamente il doppio di uno Spritz Aperol. La differenza è che ci mettono 5 gocce di limone e lo agitano 10 secondi nello shaker. Se ti fa piacere sentirti un pò alternativa nei confronti di tutto il resto del bar con i bicchieri arancioni, prendi quello. Spendi di più ma ti senti più chic (il barman compiacente sottolineerà questa differenza utilizzando un bicchiere diverso, così lo notano tutti)


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* Sono su Facebook, su Myspace (ma non ci vado mai), sono in TC (Trieste Creativa)(mica esiste ancora, ma date tempo al tempo). Sono anche nel network di via san nicolò, tra caffè e baretti, è fondamentale esserci, lo so dall'altro ieri.
** Salvatemi.

26 settembre 2008

Confessione di una sella

Tra le cose che non aveva mai detto c'era una cosa che aveva confessato ieri all'amica. Di quando l'amore non era amore ma ossessione, ma non l'aveva capito mica, se non quando l'ossessione era passata e credeva che l'amore vero fosse un altro: serenità, pace, svegliarsi la mattina senza un incubo nello stomaco, la mascella che tremava ad ogni segno del suo arrivo, l'incapacità di respirare tra le sue braccia. Confessò che un giorno, di quei giorni che non sono nel calendario, ma solo nella memoria, come giorni che non dimenticherai mai, come una cieca sbandava per le strade in motorino, correndo sotto casa sua, correndo sotto il suo ufficio, correndo dove l'odore la faceva correre e il mare l'avvisava allarmato, lui c'è, lui c'è. Correva intorno all'isolato terrorizzata che lui uscisse dal portone e non augurandosi che quello. E poi correva in cima al quartiere più in alto di tutti e guardava la città intera con uno sguardo solo, avida e famelica, come se volesse farsela entrare tutta nella bocca e digerirla piano piano, deglutire ogni angolo e ogni via, una ad una, come perle da snocciolare, una ad una, per setacciarne ogni angolo, alla ricerca di lui.
Confessò della smania che quel giorno raggiunse l'apice delle smanie, e la portò alla stazione, nel parcheggio laterale della stazione dei treni, come un'invasata che segue un'ombra, come un'ipnotizzata che esegue degli ordini con gli occhi sbarrati. Il parcheggio pieno, decine di auto in seconda fila con i lampeggianti accesi appostate intorno alle altre affiancate nei posteggi regolari. Eliminando d'un sol colpo d'occhio tutte le automobili, aveva iniziato a scandagliare il fondo del panorama metallico a due ruote davanti a lei. Moto da strada, moto vecchissime, scooter nuovi di zecca, motorini mutilati e scassinati, senza sella o senza una ruota abbandonati da chissà quando (un'identificazione istintiva con quelle carcasse l'aveva impossessata all'istante, facendola sentire meno sola), qualche rarissima bicicletta caduta su un panettone di cemento, altre moto, quante moto. Ma eccola. Eccola. Sembrava lei, no non poteva essere lei. Ma allora è partito, allora ha preso un treno e l'ha lasciata qui. Si era lei. Omiodio era la sua.
Confessò di essersi avvicinata come una ladra nella notte, non essendo invece nè ladra nè notte. Di aver spento il motore del suo scooter e in punta di piedi essersi avvicinata alla sua moto. Si era la sua, un adesivo consumato e opaco a 3 centimetri dalla sella la identificava e in un istante la rendeva unica, solitaria. Ogni cosa intorno spariva, dissolvendosi in una nuvola sfocata. La sella rossa.
Confessò che il timore di sfiorarla la rendeva una feticista in adorazione del suo oggetto, una madre che teme di toccare il figlio ritornato a lei, un'amante che spia il suo uomo che va al cinema con la moglie. Ferma, in piedi accanto alla moto. I fili tessuti forsennatamente per la città avevano trovato il gomitolo. Lentamente aveva alzato una mano, e lentissimamente l'aveva adagiata fino a sfiorare la pelle rossa. Un tepore improvviso era passato fino al suo palmo. Calda, la sella era ancora calda. Invasata, aveva iniziato a toccarla, prima con una mano, poi con entrambe, premendole su quei centimentri di oggetto inanimato che trattenevano ancora il suo calore. Palmo a palmo, ogni piccolo spazio era stato toccato, accarezzato, respirato. Si era avvicinata con il viso, piegandosi sulla moto e sfiorando con la guancia la pelle. "E' una malattia", sussurrava. Sì, era diventata una malattia. Gente con le valigie trascinate la guardava come si guarda una pazza, che struscia il viso su una moto parcheggiata. Ha gli occhi chiusi, un'espressione estatica. E' una pazza come ce ne sono tante, in questa città. E appena uno arriva a escende dal treno, eccone già una, folle innamorata di una moto.


Confessò di quel giorno una specie di orgasmo mentale, confessò alla sua amica di non aver mai fatto nulla del genere, nè prima nè dopo. Confessò la consapevolezza che certe cose vanno confessate, per rendersi conto che sono reali, avvenute davvero, non sogni, non immaginazione delirante, che siamo davvero arrivati a tanto. E che mai, mai mai, ci arriveremo di nuovo.