13 gennaio 2012

(domande, risposte, notti, giorni, parole e silenzi)

 Ariel S. Winter


Io non so come succede, cosa c'è nell'aria. Ma così spesso quando mi ritiro nel mio guscio, a trattenere il respiro in cerca di una guarigione... intorno a me trovo un segno che è già mio prima di conoscerlo. Mi viene da pensare che le persone che resistono a non fuggire di fronte alla mia pesantezza ( se pesantezza è non galleggiare in superficie, nella buona e nella cattiva sorte), le persone che entrano nella mia orbita e come satelliti eterni girano nel mio spazio, confondendo la loro aria con la mia, bene, quelle persone con me si scambiano anche percezioni,  dei sentire non spiegati.
Io comunico anche senza parole, con le energie degli eventi che accadono, non con l'assecondare passivamente gli accadimenti, ma con l'osservazione più o meno coatta della realtà. Certo mi vien da sbandare, da ribellarmi, da non accettare, sbuffando. Ma parte di me, quella parte più evoluta e forte ( e dico forte non in senso razionale, ma in senso profondo/viscerale/spirituale) mi sa fermare, sempre più spesso. Una mano saggia sulle mie inquiete mi rasserena almeno in parte e mi dice aspetta, vai incontro agli eventi, piano, non ostacolare il flusso. Apriti e non lasciare che l'ego pretenda riscatti d'orgoglio o possesso. Abbi fiducia.
Così accade che apro la posta, dopo una notte di punti interrogativi, e scopro che una persona che mi guarda da lontano, ma con costanza di chi mi abita accanto, mi manda una poesia. Cosa vuoi che sia, una poesia. Una fra tante, una scritta da altri, riportata in libri e in raccolte, passata di occhi in occhi, letta e interpretata da chissà quanti centri del pensiero.
E invece accade che in questa poesia ci sia tutta io, e il mio pensiero prevalente di questa notte.
Ho fatto una domanda ad un uomo, e in questa domanda c'è già la risposta. Nella mia attesa alla sua risposta galleggia il suo indugiare nel rispondere. Nel nonsenso di fare una domanda alla quale non so che risposta vorrei/dovrei sperare, galleggio anche io. Senza stringere all'angolo, senza correre da nessuna parte, se non dove sto correndo già, verso l'attimo che sta per arrivare, in cui un piccolo suono romperà l'aria e segnerà il bussare alla mia porta della sua risposta. Aprirò il telefono, il fondo verde conosciuto sarà il primo imprinting, seguito a ruota dalle lettere del suo nome e cognome. Dopodichè leggerò. Leggerò quello che non ho scritto io ma che so già, che non vorrei leggere ma non vedo l'ora di leggere. Sapendo che ciò che farà più male ora ne farà meno domani, ciò che mi farà respirare agli angoli del cuore che batte, mi farà stringere domani nelle spalle sconsolata. In tutto c'è tutto, nelle domande la risposta, nel futuro, il passato, nell'uomo che amo gli uomini che amerò, e quelli che ho amato. E io stessa sono colei che lui vede e che ancora non ha visto, colei che se non vedrà più nella penombra di un incontro continuerà a vedere nella penombra dei ricordi. Vivrò comunque, in lui, non vivendoci accanto.
E vivendoci accanto finirei per non vivere in lui.

La poesia è "La stazione" pensata e nata da Wisława Szymborska. A me dedicata stamani da una persona di quelle rare che si incontrano raramente.
E così, come un serendipity con gli occhi bendati, la passo avanti.


La stazione


Il mio arrivo nella città di N.
è avvenuto puntualmente.

Eri stato avvertito
con una lettera non spedita.

Hai fatto in tempo a non venire
all'ora prevista.

Il treno è arrivato sul terzo binario.
E' scesa molta gente.

L'assenza della mia persona
si avviava verso l'uscita tra la folla.

Alcune donne mi hanno sostituito
frettolosamente
in quella fretta.

A una è corso incontro
qualcuno che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.

Si sono scambiati
un bacio non nostro,
intanto si è perduta
una valigia non mia.

La stazione della città di N.
ha superato bene la prova
di esistenza oggettiva.

L'insieme restava al suo posto.
I particolari si muovevano
sui binari designati.

E' avvenuto perfino
l'incontro fissato.

Fuori dalla portata
della nostra presenza.

Nel paradiso perduto
della probabilità.

Altrove.
Altrove.
Come risuonano queste piccole parole.



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