22 giugno 2013

Dalla mia gola afona parla ancora una voce che non ha suono.


Sergej Glinkov
Dalla mia gola afona parla ancora una voce che non ha suono. Dalla mia mente si ergono ancora castelli opalescenti come carte giapponesi.
Io temo il susseguirsi di corridoi e portoni, saloni e scalinate, cancelli su giardini intricati e anfratti dove riposa la legna per l'inverno e le tende d'estate. In me si aprono senza tregua nuovi progetti, nuove visioni, talmente imminenti e al contempo impalpabili che tutta me stessa è tesa nell'allungare le braccia per riuscire a toccarli con le mani. Fermarli. Sentire la loro realtà. Dar loro esistenza.
Sono i versi che ancora non sono nati, gli sguardi perduti nei volti da modellare, le idee con i contorni aperti.
Perché mi perdo ancora nel seguire quei contorni, intenta a non perdere preziosi dettagli e percezioni, ma allo stesso tempo grossolana e incapace di scendere più nel profondo.
E' lì che non riesco a scendere. Se non per lievissimi istanti, in cui devo stare in punta di piedi e respirare appena (*).
Quel fondo del pozzo dove ci sono io, seduta per terra con le gambe incrociate. Che guardo in su e il mio sguardo sono due fari che arrivano al cielo e tutto è uno, il fondo del pozzo, la terra sotto di me, il fasci di luce dai miei occhi, il cielo senza limite che li inghiotte.






Non ho mai scritto il verso
che per tutta la vita
ho sognato di scrivere.

E non ho mai saputo
il vero puro timbro
della mia voce.

Di sorprenderla ogni giorno m’illudo
in attimi di grazia
immacolata come l’alba
prima del mondo.

Dalla mia lingua muta
parla una voce
che non conosco.

(Bino Rebellato)



*dal Diario di Anita Pittoni

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