28 aprile 2010

Resistenza

Alcune volte nei momenti decisivi della nostra vita, oltre che concentrarci sulle scelte da fare e sulle direzioni da prendere, è utile fermarsi ad osservare il passato. Non il nostro. Ma quello dei nostri genitori.
Li abbiamo tutti. Li abbiamo avuti tutti, per lo meno.

Molto spesso, ci preme interiormente sottolineare con noi stessi la differenza, la nostra unicità rispetto a loro. "Guai se divento come mia madre". "Io, come mio padre? il giorno e la notte"!
Se ci fermiamo a osservare con calma e senza paura però, e soprattutto se abbiamo già raggiunto al soglia dei 40, e la nostra evoluzione si suppone sia a già ad uno stadio di essere umano adulto, qualcosa forse cambia ai nostri occhi.
Certe tendenze, certe attitudini a determinate scelte, certi indugiare verso alcuni atteggiamenti piuttosto che altri, forse ci risulteranno familiari.

Io, molti anni fa ormai, ho lasciato il mio compagno di allora, padre dei miei amati figli, e con questo doloroso gesto ho "rinnegato"in un certo senso l'amore e la forza con la quale i miei genitori hanno retto decine e decine di anni di matrimonio, come stanno facendo ancora adesso. Mi sono apparentemente e dolorosamente emancipata dalla rosea strada teoricamente già preparata da loro, per la mia vita. "Si regge>. La famiglia si regge. Si affrontano le difficoltà e si regge".
Così proprio io dovrei essere la prova vivente che ciò che chi ci genera ci trasmette, non è necessariamente la strada che perseguiremo.

Però, c'è un però.
Ci sono momenti in cui, come questo per me, si fa un passo ancora più all'indietro, o meglio, all'interno di noi stessi.
Il passo che faccio io ora è l'osservare l'attitudine generale. Ciò che nel dna mi hanno trasmesso i miei genitori, nei confronti della famiglia, della coppia. Si, è vero che io moltissimi anni fa, nell'immaturità, ho ceduto.
Ma è vero che da quel momento, e forse proprio vedendo da allora ogni giorno lo svolgersi delle conseguenze, e delle responsabilità (che nessuno ci può togliere, dalle spalle), io ho appreso il "codice genetico della resistenza".
Da allora, se mi innamoro davvero, lotto. Lotto e non mollo.
Soffro, grido, piango, ma sto sotto, non mollo. Nel mio sangue c'è il timbro di "l'amore può farcela", sulla mia pelle, all'altezza del cuore c'è il tatuaggio che dice "l'amore può".

Ecco. questa è un pezzetto della mia storia. Mi trovo accanto talvolta persone che hanno un percorso familiare del tutto opposto. E nonostante predichino e desiderino con l'anima credere di essere diversi dai propri genitori, nelle scelte e nelle attitudini, alla fine... ricadono nella stessa tendenza. Ci vuole molta osservazione per cogliere le sfumature. Una fuga di un genitori, un'incapacità di lottare per l'ideale dell'unità, spesso ce la portiamo nelle fibre muscolari, senza rendercene conto, e crediamo sia farina del nostro sacco.

Non significa che non possiamo distaccarci da ciò che è stato segnato come percorso, per noi, naturalmente. Qui io vorrei solo stimolare l'osservazione, come faccio io, su di me, questa mattina.

Io, madre separata, definita nel tempo, immorale, codarda, e altro, proprio io, nella mia maturità dei 42 anni che mi sudo ogni giorno sulle spalle, sono allenata ormai alla lotta. Io combatto. E accidenti se si fa fatica. Per l'amore verso i miei figli, nonostante spesso non li capisca, per andare avanti, per amore del mio compagno nonostante spesso non lo capisca. Per l'unità, per il superamento delle difficoltà intese come traguardi di evoluzione. Quando la forza è finita, perchè certe volte sembra proprio terminata, attendo un momento, e mi chiedo qual'è il fine della nostra vita.
Poi, mi rispondo, e riprendo fiato per lottare.



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