4 giugno 2008

Le vetrine fanno belle

Ho aspettato per molto tempo l'autobus 28. Troppo stanca per rendermi conto che il timing scritto sul palo della fermata non era assolutamente rispettato. Per accorgermi che ero l'unica che rimaneva lì, sguardo nel vuoto, mentre altri guardando ogni tanto l'orologio del telefonino, decidevano di avviarsi a piedi. Era sciopero quel giorno. Ma ci vogliono 50 minuti per farmene render conto.
50 minuti di osservazione diretta della striscia di vetrine dall'altra parte della strada, un negozio di pelletterie con tre ampi vetri spogli, poi più avanti due vetrinette più piccole di intimo e costumi, graziose e ombrose, sotto tendine color albicocca.
Passano persone, io adoro stare lì. Chi aspetta l'autobus è una specie arbitro di tennis raso terra. Puoi girare la testa da destra a sinistra, seguire il passo lento di un uomo senza fretta e incrociarlo con l'andatura rapida di una ragazzina cinese con il culo basso, una frangia che le copre gli occhi e due telefonini in mano. E nessuno ti nota. Puoi fissare le enormi orecchie di un vecchio miracolosamente deambulante e notare che appena passa la ragazzina cinese si arresta, 1,2,3 e lentamente si gira per ammirarne la bellezza proibita con un gesto quasi inutile, ma profondamente automatico. Deve essere stato uno sciupafemmina, da giovane. Noto che ogni passaggio, gesto e movimento è riflesso sulla scia di vetrine. Il riflesso ne abbassa i livelli di bianco (nota da addetti ai lavori, ndr) e li uniforma un pò tutti, lasciandone fortemente differenti quasi solo i contorni.
Arriva da sinistra una donna, quanti anni avrà, non so mai dare l'età, forse 35, forse 41, ha i capelli corti ma acconciati femminilmente, con un ciuffetto dietro che la fa assomigliare ad un pulcino, chissà se è volontario. Vedere da lontanto le persone ha il grande vantaggio che le vedi vere, intere, a 360° come loro non si vedono. Abitino intero rosso con fiorellini chiari, attillato, al ginocchio, di quel tessuto che si appoggia e non stringe. Due zeppone di sughero altissime le danno un andatura decisamente ondulante, ma lei cammina spedita come ad avvisare tutti, guarda che io ci so camminare bene qui sopra, le metto sempre, sono una tipa così. Invece saltella. Borsetta tenuta in mano, oscillante anch'essa. Si, il look sembra di una specie di Amelì, ma lei non è Audrey Tautou e la strada dell'autobus 28 non è un caffè di Montmartre.
Ma quando gira la testa un pò per guardare la strada, lo vedo.
Sull'orecchio sinistro è appuntato un fiore. Sembra una piccola rosa rossa. La tenerezza che mi prende è un'onda. Una donna, in una città, si veste, si prepara, si trucca, si sistema un fiore rosso sui capelli e va. Meravigliose donne. Mentre cammina, ad ogni vetrina lancia uno sguardo fugace alla vetrina. Ma sì, tenera donnina, ti guardi, e nella vetrina ti piaci, ti immagini guardata da altri. Magari tiri indentro la pancia, magari tiri su le spalle. Le vetrine fanno belle, rendono omegenei i contorni, tolgono le imperfezioni, i segni degli elastici della mutande sui fianchi, le rughe, il rossetto un pò sbavato sull'angolo della bocca. Le vetrine sono quello che vorremmo essere. Non c'è nè insicurezza eccessiva, nè superbia nei tuoi sguardi. Sei solo una donnina. Una donnina carina. Con un fiore sull'orecchio che dice tutto. Il tutto in pochi secondi, una ventina in tutto. Pochi secondi perchè una persona appaia nella mia vita e due giorni dopo ancora ci aleggi. Nasino dritto, un mondo costruito e ispirato una mattina, e portato in giro per le vetrine così, ondeggiando sulle zeppone, incontro a chissà quale incontro.

Nessun commento:

Posta un commento