20 giugno 2011

Estensioni

opera di Jeff Cornell


















Mi chiedono spesso cosa mi spinga ad avere una "vita virtuale" così movimentata. Quale bisogno mi porti a espormi in tal modo. 
Non hai un'occupazione "pubblica", non sei una cantante, ne' un politico, non sei un giornalista ne' un'adolescente. Una giornalista "vera" mi ha chiesto direttamente: ma a cosa serve il tuo blog?
Un ex fidanzato mi ha chiesto, con ritrovata complicità: ma perchè ti fotografi tanto?
Amiche e amici me lo chiedono spesso: ma cos'hai sempre da dire?
Alcune volte ho provato a spiegarlo, prima a me stessa, poi al mio interlocutore del momento. E' un tutt'uno, mi viene da dire. Probabilmente se non mi conoscessi rischierei di dare un giudizio esterno e sommario, non comprendendo le sfumature. Già per questo motivo apprezzo chi mi chiede, perchè dimostra interesse e non giudizio a priori. Esibizionismo, egocentrismo, forse insicurezza? se fosse qui la risposta temo sfiorerebbe la patologia, e taglierebbe la testa al toro sbagliato. 
Temo però che non sia così semplice.
Il motivo per tutto questo temo di non conoscerlo bene neanche io, non ancora per lo meno. La conoscenza della mia persona però passa anche attraverso questo flusso verso l'esterno. Un gioco di potenziali riflessi che mi portano a essere per tutta la mia interiore lunghezza, a guardarmi, a procedere. Un pianerottolo aperto sul cortile, dove non mi vergogno a stendere ad asciugare i panni, siano tovaglie di Fiandra o mini slip, t shirt consumatissime e calze di tutte le forme. E' come dire si, sono io, si sono questa qua. Ma non stendo fuori la biancheria per farvela vedere, cari dirimpettai, la stendo per farla asciugare. In casa non ho posto. Non ho nemmeno  la casa piccolissima, ma è piena, è in movimento, è affollata, disordinata, periodicamente dedicata ad attività delle più disparate, dal giardinaggio alle arti, dalla falegnameria alla poesia. La mia casa ( fisica e no) pullula di figli e animali, di tessuti e tazze sbeccate che non riesco a buttare via, di rami seccati dalla salsedine, di pagine di libro appiccicate al muro a ricordare passaggi di pensiero che non voglio dimenticare, di scatole di legno che non mi ricordo cosa contengano e che poi scopro sempre con gioia bambina, di computer portatili portati in giro, sdentati e vissuti come vecchi libri, di sportelli malchiusi che eruttano scarpe, di confezioni di cibo esotico per qualche occasione, di animali di ferro, di legno, di giada, di centinaia di libri di tutte le fogge e contenuti, di ipotesi, di ricordi futuri.
Le finestre sono quasi sempre aperte, prolungamento fisico aereo del movimento interno. L'intorno è vario, alberi, giardini all'italiana, un grande cielo, e tutta la città sdraiata, lì per me, in riva al mare. Bianchi, grigio perla, verdi, azzurri variegati.
In questo scenario si muovono i miei movimenti dell'anima. Che sono disegni e scritti,  discorsi con i miei figli e racconti ai gatti, abitini da stirare e osservazione sul momento presente. Che sono anche post su facebook e foto ai piedi con il cellulare. Sughi inventati per la pastasciutta e nastrini magenta per decorare un reggiseno, abbracci affamati con chi amo che durano minuti interi, lacrime improvvise per un ricordo saltato fuori, e mezzore appollaiata sul tetto, a contemplare la vita presente con il caffelatte in mano.
Chi mi ama per quella che sono non fa più domande, si limita a vivermi, bevendo le mie esternazioni come piccoli sorsi di un vino aromatico conosciuto. Sono grata a chi mi vuole bene. Mi rilassa essere, semplicemente, senza spiegarmi. Appesa dondolando ad  asciugare al sole.

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