9 gennaio 2011

you can leave your boots on

Momenti di febbre, in cui una nuvola di ricordo arriva soffiata da un vento improvviso, che sia ormonale (direbbero alcuni), che sia sentimentale (direbbero altri), che sia un gioco della mente (che è quello che è). Scacciare le immagini che prepotenti si installano come una scossa elettrica nel campo visivo mentale. E si mettono in moto, come un film su uno schermo dentro, visto da una platea vuota, in una sala senza uscite tendate, senza luci verdi di sicurezza. Il controllo della propria mente è un per momento distratto, affaccendato a gestire le mani che stanno lavorando sul legno, o lavando un piatto, o pettinando dei capelli, e la voragine si apre, basta un attimo, fotogrammi si susseguono, quasi accelerati. Come se l'affanno di quei ricordi temesse di perdere tempo prezioso, prima di una tirata di briglie del pensiero, e accelerasse le scene, per guadagnare terreno.
Penombra, odori, silenzio, quella nuca, quelle mani, e poi la finestra, la smania, il furore.
Il corpo arreso a quel lampo di memoria ha già perso. E l'ondata di febbre l'ha già percorso, dai piedi alla gola, come un'onda alta di marea calda, che non si rompe nella schiuma, rimane arrotondata, coem la schiena di una balena, scorrendo avanti.
Sto male. E' un dolore il desiderio.

2 commenti:

  1. Quanto ti capisco cara Alessandra! Hai scritto delle cose molto profonde. L'ultima frase è bellissima, purtroppo vera.


    Eleonora

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  2. grazie, le sento molto infatti, non è "esercizio di stile".

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