27 settembre 2008

Volevo dirti

Stretti in una fredda terrazzina, con le nuvolette di calore che uscivano dalle parole, tu e io ci siamo seduti per terra. Dentro la gente produceva tanto calore che i vetri erano appannati e il risultato era da tempo delle mele senza tempo, con luci rosse e blu che lampeggivano e i tonfi dei bassi che facevano vibrare la maniglia ritmicamente.
Le mie ginocchie ghiacciate erano nude e per nulla riscaldate dalla gonnellina chiara arricciata i vita, di seta grezza leggerissima. Chissà perchè ce l'ho tanto con questa cosa di indossare cose estive e cose invernali insieme, come se questo mi annullasse nelle intenzioni le stagioni. Gambe livide dal freddo e spalle coperte da maglioncini soffici.
Accucciata dietro la portafinestra, poco più di dieci centimetri tra un ginocchio e l'altro bastava a farmi sentire tutto l'inverno che passava di lì. Mi sentivo molto agitata ma al contempo sollevata da essere in un certo senso costretta in un angolo da te che mi stavi davanti, rivolto verso di me, con il viso inclinato. Erano settimane che volevo parlarti, ma ora con gli occhi bassi non riuscivo a trovare la prima parola. "E' tanto tempo che volevo...", no tanto lo sappiamo che siamo qui per questo "Mi sono decisa finalmente a dirti questa cosa", no che poi pensa che ci penso da una vita "Dunque ci ho pensato bene...", ma che scemenza sembro una ragazzina interrogata.
Tu aspettavi intanto, giocando con il dito sul cinturino di una mia scarpa, e sfiorando ogni tanto il dorso del piede.
Respiravo lentamente e profondamente, come se a ogni respiro potessi prendere più coraggio. Mentre cercavo nelle onde delle mie buone intenzioni lo slancio di partire, e dirti che no, non potevamo più stare insieme, che non mi bastavano gli abbracci muti, che non potevo più vivere temendo il tuo distacco e le tue mani che mi cercano la pelle senza una parola, mentre stavo per, si stavo per, tu, che sembravi scivolare sempre più giù, quasi all'altezza dei miei polpacci, hai alzato la testa d'improvviso, come allarmato da un suono, come avvisato da un mio pensiero più rumoroso. M'hai guardato, aggrottando le sopracciglia, interrogandomi, stupito. Abbassa gli occhi, chiudi quelle armi improprie_ho pensato forte. Ma tu niente. Muto, indignato da quell'istante silenzioso, m'hai puntato, fissandomi sfacciato. No, non te lo permetto. Non puoi entrarmi nella testa a tuo piacimento, no, non esistono queste cose, mica puoi sapere che ti sto per lasciare. Maccheccavolo, non siamo in un film di fantasmi, e smettila di guardarmi così, ormai è deciso. Maccheccavolo non mi rendere le cose più difficili, cosa vuoi dirmi con quegli occhi che si socchiudono lentamente per poi riaprirsi, come un teatro a domicilio.
Dischiudi le labbra, i secondi rallentano. E ora sono io che attendo, istante per istante, cosa uscirà con il vapore caldo dalla tua bocca. Sgrano gli occhi e leggo dai lenti movimenti delle tue labbra, finalmente, si, leggo quello che mi dici, lentamente: " S-e-i -sen-za- mu-tan-di-ne".

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