20 marzo 2008

Gelato africano

Stamattina mi rimane di te la consistenza della tua pelle liscia. Il corpo leggero, profumato, concentrato.
Mi rimane l’immagine di te dietro la fessura della porta. Il nostro abbraccio, tardato di qualche secondo, e’ stato naturale, spontaneo, ovvio. Ho sempre creduto che la tua gamba spinta piano tra le mie, negli abbracci, fosse un preludio, un asterisco che riporti alla mente l’erotismo, l’attrazione, la passione. Invece la tua gamba si appoggia tra le mie, anche stasera, dopo tutto, dopo una vita. E non serve a ricordarmi la passione, la tua gamba. Scopro che é solo il tuo prolungamento dell’abbraccio. Un contatto totale di cui hai bisogno. Muto. A te che il corpo parla piu’ di altre cose. A te che vivi racchiuso in un parte semplice di fatiche e ardori, ma ormai per me pulsi nelle tempie.
Avevi ragione e non ti ascoltavo, i tempi lunghi del cuore.
Il mio amico Fabrizio dice che la vita che va avanti, e non ci bada.
Proponi di mettere un po di musica, ritrovo il tuo sorriso timido e felice dietro ogni colonna della cucina, ritrovo il tuo viso basso, lo so, lo so, sei timido, gli occhi ti fanno paura. Ma sorridi, piano. So che sei felice. Di essere a casa, del tuo tetto, delle tue luci e del tuo silenzio. Di me.
Seduti per terra sembra di essere in africa, tra tappeti di lanzarote e cuscini marocchini. Penso a quanto poco ha capito di te tuo padre, spingendoti verso il suo mestiere d'artista. Sento però anche il suo amore, su di te.
Prendi mezza vasca di gelato, brinata e abbandonata e due cucchiai. E attorno ad un angolo basso di tavolo, ognuno mangia un po, assaggia, commenta piano.
Ti avvicini solo un pò di più, l'aria si fa lenta.
...

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