5 marzo 2008

Muro di Venezia

Erano trascorsi alcuni anni dall'ultima volta che ci eravamo dati un bacio. La nostra strada si era divisa, senza però allontanarsi mai troppo. Ogni tanto qualche festa o qualche momento buio delle reciproche relazioni successive ci faceva sfiorare, allora qualche appuntamento, qualche messaggio più esplicito, qualche abbraccio più prolungato.
Una notte ci eravamo dati un vero appuntamento, con grande fatica, quasi spinti da un'inerzia camuffata da desiderio. Scontato, dopo settimane di allusioni, vederci.
Scontato nell'immaginario di un'avventura, il luogo. Venezia. Scontata, nella concezione delle nostre vite, l'ora. Mezzanotte.
Nessuno potrebbe credere che siamo cosi' borghesi, aveva detto lui, intendendo banali.
Avevo smesso di ribattere alle sue frecciate da anni. Mi andava bene lo stesso. Un appuntamento a Santa Lucia, a mezzanotte.
Sulle scale ci eravamo andati incontro sullo stesso gradino. Due baci formali, ma che diavolo stiamo facendo, mi ero detta.
Avevamo camminato per le calli, i campi, i ponti. Dicendo quasi niente, mangiando olive ascolane fredde e bevendo vino in baretti di veneziani in infradito. Lui mi faceva complimenti, ricordo. Non per lusingarmi, sembrava, ma per sottolineare la realtà. Sei speciale, sei intensa, sei unica. Lo sapevo che lo pensava. Mentre parlava gli guardavo la bocca, senza ascoltarlo. Penso di averlo sempre fatto. E che lui l'abbia sempre saputo.
A notte fonda, appoggiati uno di fianco all'altro all'alto bancone dell'ultimo locale, di fronte alla solita barista con le grandi tette che puliva, ricordo che ci eravamo semplicemente avvicinati, facendo finta di niente. La scusa che non si sentiva niente con quella musica, era perfetta. Lui diceva qualcosa, ma sarà stato il vino, sarà stato che non vedevo altro che quelle labbra che si muovevano al rallentatore. Pochi centimetri dalla mia bocca al suo orecchio. Un attimo. Respirargli calda sulla pelle, sfiorarlo impercettibilmente sul lobo.
Era bastato questo azzardo improvvisato.
Il mio respiro era scivolato sulle mie labbra lungo la guancia, strusciando sulla barba lunga di un giorno, fino alle sue. Fermarmi lì. Pochi millimetri di contatto tra le pieghe delle labbra. Tutto sospeso. Fermo.
Quasi ipnotizzato aveva tirato fuori i soldi, senza guardarli, lasciandoli a caso sul bancone.
Mi aveva girato e sospinto, prendendomi i fianchi, verso l'uscita.
Fuori dalle luci, le calli e Venezia erano neri. Sapeva muoversi bene, in quei vicoli tutti uguali, camminava spedito, tenendomi ben salda per la vita, e tutto quello che sentivo era il ticchettio dei miei tacchi e la sua mano addosso, che mi sembrava grandissima.
...

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